JOACHIM BOUFLET.
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IL DIARIO SEGRETO DI LUCREZIA BORGIA.
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Parte 2.
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Titolo originale: Lucrèce Borgia.
Traduzione di: Paola Carbonara.
2008. Newton Compton Editori, ROMA.
ISBN 978-88-541-2753-1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Capitolo 17.
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La guerra.
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(Diario, 17 maggio 1519.)
Alcune persone hanno la capacità di dimenticare. In altre, invece, i ricordi
riemergono con forza non appena evocati e ridanno così vita agli
avvenimenti di cui si nutrono conferendo loro un'importanza accresciuta
e nuove sfumature. Se non fosse per le visite di mio marito o del confessore,
a momenti mi sembrerebbe di rivivere la mia esistenza, soprattutto
quando la febbre produce una sorta di delirio nel quale si mescolano
e confondono le immagini del passato e i sentimenti che mi ispirano
oggi. È forse necessario affinché finalmente giunga l'oblio, e con esso il
perdono, come sostengono suor Lucia e altre anime vicine a Dio?
Meno di un mese dopo il nostro ritorno a Roma, le truppe della Lega
comandate da Francesco Gonzaga affrontarono a Fornovo l'armata francese
che ripiegò verso nord. Era il 6 luglio 1495. Re Carlo ottavo non fu catturato,
Francesco non fu sconfitto, ed entrambi i partiti cantarono vittoria.
Ma tutta l'Italia festeggiò la sconfitta dell'Anticristo - ormai veniva
chiamato così il sovrano francese - per il quale solo il Savonarola si ostinava
a utilizzare il titolo di “Inviato di Dio”: lo aveva visto tre settimane
prima della battaglia di Fornovo e gli aveva strappato la promessa che
avrebbe risparmiato Firenze e riportato Pisa sotto il suo giogo. E si diceva
che gli avesse annunciato un castigo divino senza eguali se non avesse
rispettato i patti. Immensamente felici per aver evitato una nuova invasione
e nella speranza di recuperare Pisa, i fiorentini acclamarono la magnanimità
del re di Francia e lodarono lo spirito profetico del predicatore
di San Marco, al quale si affidarono senza riserva affinché li mettesse
nelle mani di Dio. La lettera di un agente di Cesare ci diede la misura
della loro follia: «Il popolo, tredici o quattordicimila persone fanatizzate
dai sermoni reiterati del frate, si sarebbe gettato nel fuoco se solo egli lo
avesse voluto».
Non contenti di rifiutare l'annessione alla Lega degli Stati,
vollero rafforzare il legame con la Francia, cosa che suscitò
l'ira di mio padre: fece
notificare un breve(3) a Savonarola invitandolo a venire a Roma per esporre
il disegno divino per come lui lo intendeva. Ma i fedeli del predicatore di
San Marco lo dissuasero dall'accettare l'invito del papa che, erano convinti,
voleva farlo giustiziare. In realtà mio padre cercava solo di sottrarre
Firenze all'influenza del sant'uomo in modo tale che la città si unisse alla
Lega. Quella fu l'unica sconfitta della politica pontificia dell'epoca.
In effetti, i mesi successivi furono teatro di una febbrile attività diplomatica
e militare che non rallentarono né durante la calda estate romana,
né nel prematuro e rigido inverno. Mio padre mi pregò di dare delle feste
in onore degli ambasciatori e dei condottieri che riceveva, e fu per me
un piacere immenso. Ogni cena, ogni ballo, festeggiava un arretramento
dei francesi e dei loro sostenitori. E così celebrammo il solenne ripristino
dei rapporti con Ferrandino, il giovane re di Napoli, che, in nome del papa,
il cardinale di Monreale andava a reinvestire dei suoi diritti, poi l'alleanza
con il Moro, a opera del cardinale Ascanio, e infine l'adesione dei
Colonna alla causa della Lega. Quando venimmo a sapere che il re di
Francia era rientrato al di là delle Alpi, organizzai una cena ancora più
suntuosa di quella della Rocca di Gradara. Tali festeggiamenti mi occupavano
e inebriavano, impedendomi di pensare alla situazione con Giovanni:
lui manteneva il ruolo e si mostrava galante in pubblico, che era
l'unica cosa che esigevo da lui. Ero felice anche di vedere come Adriana,
tra feste e ricevimenti, recuperasse una freschezza rinnovata, quasi come
se avesse scoperto il segreto della giovinezza. Solo Giulia appariva imbronciata,
poiché non era più “l'amatissima”: mio padre era stanco di lei,
dei suoi capricci e dello scarso interesse che nutriva per la politica.
...
Fu un inverno terribile. Durante la guerra, i raccolti erano andati perduti
e il bestiame era decimato. Il popolo pativa la fame a causa del costo
eccessivo dei viveri. Mio padre fece aprire i granai affinché il frumento
fosse venduto a prezzi bassi. Poi su Roma cadde un gelo come mai era
successo in precedenza: un sudario ghiacciato stringeva la Città, le strade
erano deserte, tutti restavano chiusi in casa nel timore della mala morte.
Faceva freddo perfino nel nostro palazzo: Adriana, Giulia e io passavamo
le giornate ora nell'appartamento dell'una ora dell'altra, cercando di
risparmiare la legna accendendo il fuoco solo in un appartamento ove,
impellicciate, ci ritrovavamo con le dame di compagnia e le serve. A volte
avevamo le dita talmente intorpidite che non riuscivamo più a cucire o
a suonare il liuto. Mio padre fece distribuire ceppi e fascine ai poveri.
Quando arrivarono le piogge primaverili, furono violente e interminabili.
A Trastevere ci furono inondazioni che danneggiarono numerose case
e, quando le acque si ritirarono, fu scoperto, con orrore, un mostro arenato
non lontano da Castel Sant'Angelo: sembrava una donna dal corpo
ricoperto di peli, il cui braccio destro somigliava a una proboscide, il piede
destro presentava artigli affilati e il sinistro lo zoccolo di un bue, mentre
le gambe erano ricoperte di squame e aveva la coda di un serpente.
Gli uomini di scienza sostenevano, invano, che si trattasse di una carogna,
di qualche resto animale in putrefazione, ma il popolo non volle crederci:
accorsero in massa per contemplare quell'essere immondo e minacciarono
duramente i preti di ritorsioni se non avessero asperso il corpo
di acqua benedetta per esorcizzarlo. Erano in tanti coloro che vedevano
nell'inclemenza della stagione e nella natura scatenata altrettanti segni
dei castighi divini, ma non ci fu accordo né sul loro significato né sul
destinatario della punizione. La maggior parte era dell'avviso che Dio
volesse con ciò purificare la Città dall'invasione francese. Cesare e i seguaci
di mio padre diffondevano questa voce cui venne dato grande credito
dopo il divulgarsi della notizia relativa alla morte improvvisa, avvenuta
a metà novembre, del delfino Carlo-Orlando, figlio del re di Francia,
come aveva profetizzato fra Girolamo: non avendo restituito Pisa ai
fiorentini, Carlo ottavo aveva attirato su di sé la collera divina.
Nel febbraio 1496, la guarnigione francese fu scacciata da Napoli, ma si
barricò a Castel dell'Ovo. In nome della Lega, la Serenissima chiamò Francesco
Gonzaga a marciare con il suo esercito verso la Calabria e il Molise
per scacciare le truppe nemiche che, sotto la guida di
Gilberto di Montpensier, avevano riparato in quelle regioni per preparare l'attacco finale a
Ferrandino. La situazione era assai instabile poiché i francesi continuavano
a ricevere armi attraverso il porto di Gaeta, ancora nelle loro mani.
Nominato dal doge capitano generale delle armate della Repubblica, il
vincitore di Fornovo si fermò due giorni a Roma. Arrivò il 26 marzo sotto
una pioggia battente. Ciò non scoraggiò il popolo che lo accolse con
grida di gioia, evviva e petardi che scoppiavano una volta inseriti in vesciche
che li riparavano dalla pioggia. All'arrivo a ponte Sant'Angelo, le
bombarde spararono in suo onore e la folla lo accompagnò tra rumorose
dimostrazioni di allegria. Mio padre gli si fece incontro, sotto un baldacchino
di stoffa cerata color cremisi e ricamata in oro, seguito da numerosi
prelati e ufficiali che cercavano di ripararsi, come potevano, dalle intemperie.
Io stavo sulla loggia del palazzo di Santa Maria in Portico insieme
ad Adriana e alle dame di compagnia per assistere all'entrata di colui
che veniva salutato come un eroe e rispetto al quale un lusingatore
aveva scritto alla moglie Isabella: «Dopo Ettore, nessuno ha fatto come
lui». Dopo un'udienza privata, mio padre diede una cena di gala nella sala
del Credo: una stanza assai spaziosa costruita nella torre durante il mio
soggiorno a Pesaro e le cui finestre si aprivano sul giardino del Belvedere.
Quella sera, imperversava una tempesta il che rendeva ancor più piacevole
il calore di quella sala riscaldata dal caminetto e illuminata a giorno
da centinaia di candele in cera profumata. Le pietanze erano squisite,
mi ricordo ancora - oh, peccato di gola! - delle succulenti allodole al pepe
accompagnate da una salsa di miele e mandorle. Ci fu poca musica
poiché tutti aspettavamo il racconto di Francesco Gonzaga sulle imprese
di guerra. Lo fece con una grazia e modestia che gli valsero la stima di
tutti i commensali. Seduta accanto a mio padre, mi stava di fronte sistemato
tra Adriana e Lucrecia Lopez, tornata a Roma per assistere, qualche
giorno prima, all'elevazione alla porpora di suo padre, il datario pontificio,
e di mio cugino Juan Borgia de Lanzol, nipote del cardinale di
Monreale. Questi era assente, trovandosi a Napoli insieme a Cesare. Mio
marito era rientrato a Pesaro. Perfino Giulia si era scusata, adducendo
un raffreddamento. Un tempo ciò avrebbe contrariato mio padre che invece
era ora indifferente agli umori della sua amante.
Mi dilettai nel guardare Francesco mentre rispondeva alle domande
che gli venivano poste continuamente. Era un uomo dalle spalle larghe, i
cui lineamenti rozzi avrebbero conferito al suo viso una sorta di bruttezza
virile, se non fosse stato per il fascino dello sguardo profondo e per il
sorriso accennato che sembrava sempre sul punto di trasformarsi in una
risata gioiosa. Bruno di capelli e di carnagione, aveva una bella chioma,
curata senza eccesso, e una barba irta che, per quanto tagliata ad arte, gli
invadeva le guance. Mani lunghe e sottili, quasi femminili, che, contrariamente
a tanti uomini, muoveva pochissimo solo quando voleva
sottolineare qualcosa o accompagnare una frase in sospeso. Una bella voce roca
e calda. Lo trovai molto seducente.
Ci raccontò come, all'uscita della valle del Taro, aveva atteso con le sue
truppe l'arrivo dell'armata francese che si era infilata nello stretto passaggio
della Cisa, e come, avendo lanciato contro la loro prima linea
gli stradiotti albanesi messigli a disposizione dalla
Serenissima, non era riuscito a
impedirgli di uccidere e saccheggiare seminando una confusione indescrivibile
perfino tra i suoi ranghi: invece di accamparsi sulle posizioni conquistate,
tornavano carichi di bottini, ricoperti di sangue e brandendo sulle
lance le teste di decine di uomini che avevano sgozzato, seminando il
panico intorno a loro. Francesco Gonzaga fece sussultare Adriana:
«Pare che nessuno sappia se si tratti di uomini o demoni, non sanno
cosa sia l'ordine o il comando e sembrano cani feroci sguinzagliati».
Calava la sera quando giunse il grosso dell'armata francese. Lo scontro
rimandato all'indomani:
«Ma durante la notte, scoppiò una tempesta assai violenta, sembrava
che il cielo intero dovesse caderci addosso in un diluvio di lampi e pioggia.
L'acqua cadeva a catinelle e ben presto fece ingrossare il Taro, che
straripò. L'indomani la battaglia si svolse in mezzo a fango, sangue, fumo,
scoppi di artiglieria, grida e gemiti dei feriti e degli agonizzanti».
Si interruppe, un po' pallido, bevve un sorso di vino e si asciugò la
fronte imperlata di sudore con il dorso della mano.
«Era nostra intenzione catturare il re di Francia, il cui unico desiderio
era di liberarsi del nostro assedio. Fu aiutato dalla disobbedienza degli
stradiotti che, invece di continuare la battaglia, si fermarono a saccheggiare
e martoriare, ostacolando il cammino dei nostri cavalieri. Fu un
fuggi fuggi generale, i soldati di entrambe le fazioni cercavano di farsi
strada in quel pantano disseminato di armi, bauli e cadaveri. Per ben due
volte il mio cavallo cadde sotto di me, con le zampe intrappolate nelle
centinaia di lance che i fuggitivi avevano abbandonato sul terreno. Al
culmine della baraonda, mi ritrovai solo davanti a Carlo ottavo...».
Noi ascoltavamo, immobili, taciti, quasi in raccoglimento. Piegò leggermente
il capo e la sua voce si fece roca:
«Anche lui era lievemente ferito, il suo destriero zoppicava. Già vedevo
il successo e ne assaporavo la gloria, quando, al primo duello, la mia
spada si spezzò. Egli fece impennare il cavallo e lo spinse al galoppo fino
ai ranghi delle truppe francesi, dove però cadde. Dio puniva
la sua presunzione. Rimasi a lungo in contemplazione della battaglia che volgeva al
termine con la sconfitta francese. Alla fine, fui raggiunto dai miei capitani
e insieme cercammo di raggruppare i nostri uomini e contare i morti».
Facendosi velocemente il segno della croce, Adriana chiese se le perdite
della Lega erano state pesanti.
«Sì, lo sono state. Abbiamo perso più di duemila uomini e il nemico ne
ha lasciati sul campo solo mille».
«Ma voi avete vinto!».
Avevo appena pronunciato questa frase, sull'impeto dell'ammirazione,
che sentii le mie gote arrossire intensamente. Francesco mi guardò sorridendomi,
a mio parere tristemente:
«Non illudiamoci, madonna, non ci sono vincitori né da un lato né dall'altro.
La nostra sola vittoria fu quella che i francesi ebbero l'unica fretta
di varcare nuovamente le Alpi».
«Figlio mio, questo è il più bel trionfo che abbiate mai offerto alla causa
della giustizia e della pace».
Mio padre continuò, con la bella voce grave:
«Bisogna estirpare dai nostri stati fino all'ultimo francese. Finché non
lo capiremo e porteremo questo compito a termine, la pace non potrà regnare
in Italia».
«Ma la “buona pace di Vercelli” è stata firmata!»
«Mio caro cardinale, lo sappiamo bene, qualunque pace è un tizzone
che non aspetta altro che di essere ravvivato al minimo alito di vento. Ed
esistono stati che non cessano un istante di attizzare le braci. Finché i focolai
non saranno ridotti a cenere, il pericolo esisterà».
Il cardinale Ascanio arrossì, poi si riprese:
«Vostra Santità sa quanto ci adoperiamo in tal senso».
«Noi lo sappiamo. Ma Ci auguriamo anche che vi si adoperino anche
vostro fratello e vostro nipote».
Arrossii a mia volta, non sapendo cosa rispondere a quest'allusione a
Giovanni. Essendosene accorta, mi venne in soccorso Lucrecia Lopez:
«Non c'è alcun bisogno di cercare all'interno un pericolo che già esiste
all'esterno. Il re di Francia non ha forse dichiarato di essersi rassegnato
alla pace solo “a causa delle imponenti inondazioni verificatesi nella
montagna del Piemonte, a causa dell'inverno imminente, per lasciare che
Dio stesse dalla nostra parte ed evitare spargimento di sangue umano,
per rivedere i nostri sudditi francesi?”».
Gli sguardi si volsero verso di lei che aveva parlato, come sempre, con
voce dolce e pacata. Mio padre si rivolse al datario, seduto accanto ad
Adriana:
«Eminenza, avete qui una ragazza che vi fa onore, con una testa tanto
ben fatta dentro che fuori!».
Il cardinale s'impettì, Lucrecia rise alzando le spalle, morbide e carine,
ben visibili grazie alla scollatura del suo vestito. Continuò, improvvisamente
seria:
«Dovendo credere al predicatore di San Marco a Firenze, ci saranno ancora
guerra, peste, carestia e i francesi torneranno nel giorno del giudizio
finale: “Disgrazia per coloro che desiderano il giorno del giudizio finale!
Cosa vi aspettate dal giudizio finale? Sarà di tenebre e non di luce! ”».
Mentre si udivano dei mormorii, mio padre scrutò con interesse il viso
della giovane donna che, impassibile, sostenne il suo sguardo senza abbassare
il proprio:
«Ancora non sappiamo se lo spirito che ispira fra Girolamo è quello di
Dio o del diavolo...».
«Gesù Maria!».
Confusa, Adriana portò una mano davanti alla bocca e non riuscimmo
a trattenere il riso, mio padre per primo, che riprese:
«... di Dio o del diavolo lo sapremo presto in quanto abbiamo istituito
una commissione di teologi per esaminare le parole e gli scritti del frate».
E volgendosi verso Francesco:
«Cosa dice a proposito la vostra beata Osanna?»
«Lei non si occupa di politica e, se avesse avuto qualcosa da dire, lo
avrebbe comunicato alla mia sposa piuttosto che a me. Non approva tutte
le mie azioni e sa che non tengo in grande considerazione i suoi consigli».
«Ah, la bella Teodora!».
Le risate raddoppiarono poiché in Italia nessuno ignorava la relazione
che il marchese di Mantova intratteneva con questa dama veneziana, che
gli aveva dato due figlie. Solo Isabella, a testa alta, fingeva di non sapere
nulla guadagnandosi così il rispetto degli uni e attirandosi la commiserazione
degli altri.
«Ho sentito dire che le debolezze della carne attirano la misericordia di
Dio più che l'ira. Cosa ne pensa Vostra Santità?»
«Certamente, mio caro Gonzaga, i peccati carnali non sono i più gravi,
checché ne dica fra Girolamo. Più dannosi per gli altri e per noi stessi sono
l'orgoglio, la durezza di cuore e la menzogna, soprattutto quando si mente
a se stessi mentendo così a Dio. Quello è peccato contro lo Spirito».
Francesco ci raccontò anche come, tra i resti del campo di battaglia,
avesse trovato un libretto dove erano dipinte, senza veli, tutte le cortigiane
che Carlo ottavo aveva conosciuto durante il suo passaggio in Italia:
«L'ho inviato, insieme alla mia spada spezzata, alla mia sposa, il cui segretario
mi ha assicurato che “la raccolta dei ritratti delle damigelle del
re aveva fatto molto piacere alla sua padrona e che me ne ringraziava”».
«Ma perché non l'avete spedito alla sua sposa!».
Essendo un'idea dell'austero cardinale Colonna, la cosa ci divertì moltissimo.
Immaginavamo facilmente la faccia sofferente che avrebbe avuto
la regina alla vista delle rivali: solo con Isabella di Castiglia avrebbe
potuto competere l'arcigna Anna di Bretagna per pruderie e freddezza.
«Perfino Dio potrebbe solo manifestare compassione verso questi sovrani
così mal assortiti. Ma voi, Gonzaga!».
Mio padre rideva pronunciando tali parole, e poi recitò in tono dotto:
Avete avuto una delle migliori benedizioni rispetto alla maggior parte degli
uomini, poiché avete una moglie bella, avveduta, dal carattere nobile, discreta e
virtuosa, che si è mostrata essere una vera maestra di concordia, sempre attenta
ai vostri desideri e fingendo prudentemente d'ignorare quelle vostre azioni che
sono per lei più odiose e offensive.
«Ciò è sicuramente vero, ma la sua virtù non è stata tale da portarla a
conservare il segreto su quella lettera del mio vecchio precettore che le
avevo rimesso per farle piacere. Si affrettò a metterne a conoscenza le sue
amiche intime, ben certa che avrebbero sparso la notizia ai quattro venti».
«La marchesa di Mantova non ha rivali nell'esaltare la propria fama,
preservando così la vostra! In ciò somiglia a sua sorella Beatrice».
Il cardinale Ascanio sapeva di cosa parlava.
...
L'indomani era la domenica delle Palme dell'anno 1496. Pioveva senza
tregua e un vento pungente serpeggiava fischiando tra le strade di Roma.
Per la messa nella basilica di San Giovanni in Laterano mio padre fece sistemare
Francesco accanto a sé, gli offrì la prima palma benedetta e alla
fine lo onorò della rosa d'oro, in segno della stima che nutriva nei suoi
confronti. Durante la cerimonia, che durò circa quattro ore, mi annoiai
un po'. Poi, insieme ad Adriana e Lucrecia Lopez, tornai a palazzo mentre
mio padre tratteneva in una nuova udienza il vincitore di Fornovo.
Nel pomeriggio Francesco Gonzaga venne a farmi visita nei miei appartamenti
dove stavo in compagnia delle mie amiche. Siccome Adriana
mi aveva assicurato che egli intendeva presentarmi i suoi omaggi, avevo
fatto preparare un leggero rinfresco, con del buon vino caldo alla cannella
e ogni varietà di dolci e marmellate tra le più delicate, di cui conservavo
le ricette nel quaderno regalatomi in occasione delle mie nozze
da Caterina Sforza: petali e boccioli di rosa glassati, violette candite,
squisito marzapane all'anice, croccante di noci e mandorle pelate allo
zenzero, tutte delizie che oltre a essere gradevoli al palato, rinfrescano
l'alito e consumano gli umori del naso e della bocca.
Francesco fu galante: raccontandoci di buon grado le sue prodezze guerriere,
non si sottrasse alle nostre domande tutte femminili sulla moda di
Mantova, sui vestiti che la sua sposa amava indossare e sulle acconciature
che sfoggiava. Visto che era considerata la donna più elegante d'Italia.
«Eleganza che mi costa carissima visto che non esistono velluti, sete,
pellicce o gioielli che siano troppo belli per lei!».
Protestammo ridendo. Venimmo a sapere che Isabella passava ore e
ore a ideare i propri abiti, a sceglierne le stoffe - che faceva ordinare a
Milano, Genova, Venezia e perfino in Francia -, a immaginare e disegnarne
i motivi, esattamente come per i gioielli e le loro montature. Amava
i vestiti ampi, le parure elaborate, e l'acconciatura alla lombarda le
sembrava troppo piatta - i capelli legati a ciocche non donavano al suo
viso tondo -, preferiva boccoli e trecce, indossava volentieri un tocco o
un turbante tempestati di pietre preziose. A Mantova, era di
moda la camora: abito lungo il cui corsetto aveva dei lacci ed era molto scollato a
scoprire le spalle, con maniche riportate e unite da nastri. Quanto tutto
ciò era lontano dal nostro gusto romano e spagnolo, più semplice e, a
volte, perfino più austero! Ascoltavo con interesse le descrizioni di Francesco,
ripromettendomi di trarne spunto per me stessa nella misura in
cui ciò mi si confacesse:
Indossavo una camora di velluto violetto con una balza su cui erano cucite
delle catene in oro massiccio smaltato che si intrecciavano, il fondo bianco e le
catene verdi, come dovuto. Parte della fodera della camora era intessuta d'oro e
il tutto era sovrastato da una corda di san Francesco fatta di grosse perle avente
un bel rubino a mo' di fermaglio.
Era la mise che Isabella aveva consigliato alla sorella Beatrice, sposa del
Moro, per le nozze dell'imperatore Massimiliano con Bianca Sforza.
«La marchesa di Mantova ha il furor del bello, lo ha trasmesso alla sorella
e alla mia, Elisabetta, moglie del duca di Urbino. L'immensa ricchezza
permette a Ludovico di soddisfare i ghiribizzi di Beatrice, della
quale è fortissimamente innamorato; quanto a Elisabetta, si mostra sufficientemente
saggia da non infliggere a suo marito spese sconsiderate».
«Dicono che vesta solo di nero».
«Infatti. Ignoro l'origine di tale follia. E vero che il nero le dona... e
che si sposa meravigliosamente con l'oro e l'argento!».
Ci raccontò anche di come, dopo aver ritrovato tra i tesori abbandonati
da Carlo ottavo sul campo di battaglia di Fornovo preziosi pezzi di tappezzeria
delle Fiandre, avesse avuto intenzione di donarne alcuni a Beatrice,
ma che Isabella non aveva cessato un attimo di piangere e urlare fino
a quando non glieli ebbe consegnati tutti:
«Quello fu un ulteriore motivo di discordia e io cedetti poiché non
sopporto nulla peggio delle lacrime e dei piagnistei. Che non mancano
mai tra di noi giacché, essendo la natura di Isabella di fuoco e la mia
d'acqua, il nostro reciproco amore può solo sfociare in tempesta, che è il
frutto dell'unione tra il fuoco e l'acqua. O almeno è ciò che sostiene la
nostra beata Osanna».
«Se non altro vi amate. Nessuno può affermare il contrario».
Mi sorpresi ancora una volta a svelare le mie sensazioni più intime. Senza
dubbio alcuno, all'epoca ero stanca, e stufa più di quanto non volessi
riconoscere della mascherata che era la mia unione con Giovanni. Sicuramente
Francesco se ne accorse poiché mi rispose in tono scherzoso:
«La mia sposa non mi ama mai tanto come quando stiamo lontani l'uno
dall'altra, allora, allo stesso tempo, trema per la mia vita e freme all'idea
che rientrando sano e salvo dalla battaglia io riprenda in mano le redini
del potere che lei ha tenuto in mia assenza».
Rise con freschezza:
«Ogni volta che rientro da una campagna, mi sembra di dover chiedere
a Isabella il diritto di ridiventare il signore e il sovrano di Mantova».
Non aveva ancora terminato la frase che ci fu dell'agitazione
nell'anticamera e un servitore venne ad annunciarci l'arrivo
di mio padre. Al suo
ingresso ci alzammo e le dame di compagnia lasciarono la sala dopo essersi
inchinate una alla volta davanti a lui per baciargli l'anello dell'Apostolo.
Non volle sedersi, era venuto solo per congedarsi da Francesco che
sapeva essere presso di noi. Mentre sgranocchiava distrattamente della
frutta secca, gli chiese notizie della beata Osanna:
«Non si interessa di politica? Non hai mai riferito di illuminazioni ricevute
in merito alla Chiesa o alla Nostra persona?»
«La beata prega per la salute di Vostra Santità e per la pace e la prosperità
dei nostri stati. A ciò si limitano i suoi propositi, nessuno potrebbe
affermare di averla sentita dire qualcosa riguardante la politica, l'invasione
francese o il futuro dell'Italia. Consacra quasi interamente il suo
tempo alla preghiera e alla cura degli indigenti, quando Isabella non ne
sollecita l'intervento per restaurare la pace tra noi, dopo qualche lite».
«Se il suo intervento si limita a questo, e se riesce a farvi riconciliare regolarmente
con vostra moglie, mio caro Gonzaga, vorrà dire che la canonizzeremo!».
Benché avesse parlato con tono leggero, sembrava pensieroso:
«Abbiamo appena saputo che durante questa Quaresima su una
mantellata di Viterbo sarebbero apparse le stimmate della
Passione. La questione
sembra seria e avvieremo quindi un'indagine».
«Santissimo Padre, cosa significa questo dilagare di sante vive? Dobbiamo
vedervi l'annuncio di ulteriori disgrazie a venire, o forse abbiamo
troppo peccato perché il Signore moltiplichi simili segni?».
Mio padre fece un gesto evasivo con la mano, ma non rispose neanche
alla domanda di Lucrecia Lopez, poiché le voleva molto bene e la rispettava
tanto:
«Voglia Dio risparmiarci da nuove prove! Oso sperare che nella sua
misericordia questi siano ulteriori avvertimenti per le numerose colpe
che si commettono nella Chiesa. Ma la Chiesa è, fin dalle sue origini, peccatrice
nei suoi membri, tutti i suoi membri, finanche nella persona del
suo capo. Ricordiamoci le debolezze dell'Apostolo Pietro!».
Sospirò:
«Siamo i primi a meritare i giusti effetti della collera di Dio e Noi lo
sappiamo fin troppo bene. Ma abbiamo anche la speranza che Egli saprà
considerare di quanto la Nostra debolezza superi la Nostra malizia... e
quale peso grava sulle Nostre spalle».
Nessuno osava parlare. Continuò, sempre rivolgendosi alla mia amica,
e ritrovando il tono degli incontri confidenziali:
«Ho incontrato la beata Colomba, a Perugia. Ha suscitato in me e nel
mio seguito un'eccellente impressione. Credo che Lucrezia e il cardinale
di Valenza possano dire la stessa cosa. Queste donne devote sono piene
di dolcezza, pace e misericordia. Il predicatore di San Marco, a Firenze,
è tutto imprecazioni e violenza, non si stanca un attimo di minacciare
il mondo intero dei più tremendi castighi. Come è possibile che ci
sia una tale dissonanza tra due voci che si dicono dello stesso amore divino?»
«Non è forse, Vostra Santità, una questione di missioni? Si può pensare
che le missioni siano diverse e quindi complementari? E la santità della
condotta di fra Girolamo non è un segno evidente dell'autenticità della
sua missione?».
Seguivamo con grande attenzione il dialogo, non sapendo cosa ammirare
maggiormente tra la sicurezza tranquilla di Lucrecia e la condiscendenza
del papa a discutere, con tanta naturalezza, con una donna così
giovane, come se si fosse trattato di un eminente teologo.
«Il peccato, figlia mia, lascia sempre qualche orma, perfino nei più
grandi santi. Qual è quello di fra Girolamo? L'orgoglio, la presunzione?
E quello delle nostre sante vive? Il timorato rifiuto di esprimere la verità
per paura di turbare l'opinione dei più? Sarà il tempo a dircelo. E ciò che
ho ricordato al cardinale di Monreale che, come voi ben sapete, condivide
la vostra devozione per Savonarola».
E, rivolgendosi a Francesco, gli chiese tra il serio e il faceto:
«Non c'è nella vostra beata Osanna qualche difetto, oltre al fatto che
prenda sempre le parti di vostra moglie contro di voi quando si parla della
bella Teodora, che vi infastidisca?»
«Vostra Santità non pensa che questo sia già sufficiente?»
«Mio caro marchese, se non accettiamo che i santi ci dicano la verità ricordandoci
la legge divina, a cosa servirebbero?».
Con queste parole, ritrovò il suo buon umore e ce lo trasmise, scherzando
ancora amabilmente con noi. Poi Francesco si congedò e mio padre
gli diede la benedizione. Non appena questi fu uscito, si voltò verso
Adriana fregandosi le mani con gli occhi che gli brillavano:
«Allora, cugina mia cara, queste alte considerazioni non ci hanno forse
turbati?»
«Vostra Beatitudine sa quanto io sia ignorante in tali questioni, onde
per cui non potrebbero turbarmi».
«Allora dunque abbiamo dormito bene? Ho sentito dire che il vincitore
di Fornovo ha passato la notte nei vostri appartamenti, di sicuro a causa
della pioggia. A meno che non sia stato il desiderio di offrirgli un'ulteriore
vittoria?».
Adriana arrossì, balbettò alcune parole incomprensibili mentre io e
Lucrecia la guardavamo sorprese e divertite.
«Fortunatamente, ricordammo proprio ieri sera che i piaceri della carne
non sono peccati che vi scaraventeranno tra le grinfie del diavolo!»
«Gesù Maria! Vostra Beatitudine sa quanto questa parola mi spaventi...
Vostra Beatitudine mi confonde... e in presenza delle nostre donzelle!».
Protestammo sbuffando, spingendo così Adriana a ridere insieme a noi.
«Date in questo modo occasione al vostro eroe di ricordarsi di voi
quando rientrerà nei suoi stati. Non sapete forse che la beata Osanna legge
i segreti del cuore? Non mancherà di ricordare al Gonzaga la sua avventura
romana non appena lo rivedrà!»
«Per superare il colpo, mio caro cugino, spero che avrà la buona idea
di andare a confessarsi prima di rivederla! Ella non potrà venire a conoscenza
dei peccati perdonati che lo stesso Dio si è buttato alle spalle e dimenticato!».
Le conoscenze teologiche di Adriana e i suoi accomodamenti con il cielo raddoppiarono la nostra ilarità, e mio padre si ritirò a passo sostenuto,
molto soddisfatto della visita. Ero molto contenta di sapere che mia cugina
era ancora capace di assaporare le gioie della vita, anche se tale felicità
per lei era velata da una punta di malinconia.

Note.
3. Documento pontificio meno solenne della Bolla, [n.d.t.]

 Capitolo 18.
Umiliazioni.

(Diario, 18 maggio 1519.)
Dopo che Francesco Gonzaga ebbe lasciato Roma, mio padre mi affidò
l'incarico di organizzare la festosa entrata di Jofré e sua moglie Sancia
di Aragona, che sarebbero arrivati nel mese di maggio. Ciò non mi faceva
troppo piacere: invece che me, avrebbero notato Sancia, l'avrebbero
cercata, se ne sarebbero contesi i favori, poiché la fama della sua bellezza
ne avrebbe preceduto l'arrivo ma anche perché qualsiasi novità suscita
curiosità. Dovevo rassegnarmi a non essere il centro dell'attenzione in tale
circostanza, e il mio amor proprio ne patì. L'unica cosa che mi rallegrava
era la prospettiva delle feste che ci sarebbero state per l'occasione.
Lucrecia Lopez rimase con me in quanto suo marito avrebbe accompagnato
Giovanni di rientro da Pesaro. Aveva un viso sereno e mi confessò,
arrossendo, che scopriva nelle cose del matrimonio un piacere incessantemente
rinnovato e che era molto appagata in quanto suo marito si mostrava
molto innamorato e lei lo amava sempre più. Per quanto fossi
felice per lei, mi venne un'immensa tristezza nel considerare la sorte che mi
era toccata, e i preparativi per l'arrivo di Jofré e Sancia mi distrassero.
Anche quando Giovanni si mostrava premuroso, nutrivo rancore verso
di lui perché non si era lasciato amare quando ciò era stato possibile, più
che per il fatto che non mi amasse. A ciò si aggiungeva il disprezzo che
suscitavano in me il comportamento verso la povera Maddalena
Gonzaga e il doppio gioco in occasione dell'invasione francese. Scoppiavo in lacrime
quando, a notte fonda, mi ritrovavo sola nel mio letto. Adriana e
Lucrecia se ne accorsero e raddoppiarono le loro premure verso di me.
All'epoca, le ricette di Caterina Sforza furono preziose: mi permisero di
rinfrescare con acqua di fiordaliso gli occhi arrossati e gonfi per le lacrime,
e di mantenere intatta al mio viso la luminosità con un balsamo di
latte di mandorla, cera vergine e midollo d'agnello, il tutto profumato
con un po' di olio essenziale di violette.
Al termine di settimane passate a scegliere tappezzerie, mobili, quadri
e statue che rendessero accoglienti gli appartamenti che la giovane coppia
avrebbe occupato nel palazzo della Porta, mi dedicai a disegnare i vestiti
per le mie dame di compagnia, a cercarne le stoffe e ad arricchirli di
cinture e tocchi. Poi, insieme ad Adriana e Lucrecia, immaginai come mi
sarei vestita e agghindata in onore di mia cognata, senza che tuttavia la
sua mise sfigurasse. A partire dai racconti di Francesco Gonzaga, disegnammo
una camora con la gonna di broccato cremisi ricamato con trifogli
d'oro, fatti al centro in smalto rosso; il corsetto, meno scollato di
quello di Mantova, sarebbe stato dello stesso broccato ma senza ricami e,
a mo' di nastri, alcuni trifogli d'oro avrebbero fissato le maniche di pesante
seta bianca ricamate anch'esse con trifogli d'oro, dai cuori di perle.
Soddisfatte per il risultato, avemmo l'idea di sottoporre il disegno alla
valutazione di Diana Cognati che, nonostante fosse una cortigiana, aveva
la nomea di essere una donna di gusti raffinati.
Diana accettò il nostro invito e venne a Santa Maria in Portico in compagnia
di sua figlia che, a sedici anni - la mia stessa età - era già stata iniziata
alla galanteria da diverso tempo. La madre era di una bellezza abbagliante,
ma la figlia la superava con il suo corpo perfettamente modellato,
le cui fattezze erano di una finezza indescrivibile. A tutto ciò, si aggiungevano
occhi di un azzurro profondo sovrastati da lunghe ciglia nere,
e i capelli del biondo più scintillante che si potesse immaginare. Aveva
inoltre una tale affabilità e dolcezza che, mentre parlava, sorrideva, si
muoveva, sembrava fosse dotata di ogni grazia. Le ricevetti e le trattai
con tutti gli onori, cosa che apprezzarono molto.
Disponemmo davanti a loro i nostri disegni della camora. Li studiarono
a lungo e con interesse:
«Si tratta del vestito delle dame del nord che avete ritoccato a vostro
gusto?».
Annuimmo. Scuotendo la testa e guardandomi con sorriso complice,
Diana consigliò:
«Se Vostra Signoria lo permette, vi inviterei a modificarlo ulteriormente,
affinché si confaccia interamente al vostro gusto. Sarebbe fin troppo
biasimevole se si vedesse nella Signoria Vostra un'imitazione della marchesa
di Mantova o della duchessa di Urbino, che aspirano unicamente
a imporre la loro immagine a tutte le corti italiane».
Apprezzai la sua franchezza. Le porsi i gessetti. Ne prese uno, rosso, e
con ampi gesti iniziò a sistemare i nostri schizzi. Seguivamo affascinate il
movimento rapido e sicuro della sua mano sulla carta, che da un lato accentuava
una piega e dall'altro ampliava la gonna.
«Il vostro seno, benché minuto è ben fatto. Conviene metterlo in risalto.
Un gallone d'oro, per esempio... Il bustino è troppo stretto, troppo
rigido, penso che un tessuto più morbido andrebbe meglio, in modo che
possiate muovervi e che si muova con voi. Una seta di Cipro sarebbe perfetta,
è spessa e più morbida di quella di Lucca, e più dolce alla vista del
broccato. Ne esistono di belle, scarlatte con riflessi dorati».
«E le maniche?»
«Con una simile stoffa, sarebbero ideali delle maniche larghe in tessuto
d'oro increspato, sulle quali inserire delle graffe d'oro a forma di trifoglio,
con al centro un rubino. Lasciamo alle dame del nord i loro nastri,
ricami e le parure di smalti, se ne stancherebbero non appena noi romane
iniziassimo a utilizzarli».
Mi piaceva tutto ciò che diceva Diana. Le chiesi dove avesse appreso
l'arte di vestirsi e agghindarsi, e mi spiegò con semplicità:
«Non l'ho imparato. So solo che non siamo bambole atte a valorizzare
i nostri vestiti. Al contrario, essi devono servire ed esaltare le nostre naturali
attrattive, donateci dal Creatore».
Adriana, Lucrecia e io eravamo stupite. Diana mi consigliò anche un
tocco di velluto cremisi ornato di un trifoglio d'oro e rubini, che avrebbe
lasciato liberi sulle spalle i miei boccoli.
«In questo periodo sono un po' stanca e i miei capelli sono opachi.
Non sarebbe forse opportuno legarli con un fermaglio?»
«Oh, madonna, sarebbe proprio un peccato! Dovete invece scioglierli
e intrecciarvi sottili fili di perle e di rubini...».
Sua figlia - si chiamava Lucrezia, come me - era rimasta fino a quel
momento in silenzio, intervenne discretamente:
«Se Vostra Signoria lo permette, vi confiderò il segreto della brillantezza
dei miei capelli».
Ed estraendo un biglietto da una manica, me lo porse con grazia. Lessi:
«Dalla dama di Forlì. Massaggiare i capelli con grasso di talpa mescolato
con altrettanto miele. Mettere la testa al sole per un'ora, poi risciacquare
con acqua di semi di ortica appena calda. Pettinare e asciugare alla
luce diretta del sole. La ricetta è adatta solo alle donne bionde naturali».
«Ignoravo questo espediente di mia cugina, non è nel quaderno che mi
donò in occasione del matrimonio».
«È recente. Madonna Caterina me lo ha spedito per i quindici anni, in
omaggio, aveva scritto, alla mia bellezza».
Lo disse con la più grande semplicità del mondo, senza traccia di vanità,
né di attenzione a se stessa.
«Il vostro gesto mi tocca. Seguirò la ricetta, sempre che riesca a procurarmi
del grasso di talpa! Ma sicuramente ciò non renderà i miei capelli
folti e gonfi al pari dei vostri boccoli, ne sono certa».
«Avranno la stessa luminosità. Per il grasso di talpa, è sufficiente che
Sua Signoria si rivolga a qualche giardiniere, loro ne conoscono le virtù
per preservare la pelle dalle screpolature del gelo o del fuoco».
Io e le mie amiche eravamo rapite da questo incontro, e offrii alle invitate
due calici di agata colmi di cedri e zenzero canditi. Quando, ringraziandomi
affettuosamente, stavano per congedarsi, chiesi loro se c'era
qualche favore che potevo loro accordare direttamente o attraverso mio
padre. Si guardarono, un po' indecise, poi fu Diana a parlare:
«Quando mia figlia venne al mondo, la chiamai Lucrezia in onore di
Vostra Signoria, e in segno della gratitudine che noi cortigiane nutrivamo
per vostro padre che, quand'era ancora cardinale, spinse papa Innocenzo
a proteggerci. Benché amiamo molto questo nome, ci rendiamo conto
adesso che non conviene a una cortigiana di portare lo stesso nome della
figlia del Santo Padre, quindi vorremmo che Vostra Signoria desse a mia
figlia un nome di suo gradimento».
Fui commossa da tanta delicatezza:
«Siate certe che per me è un onore portare il nome della più bella dama
di Roma. Ma se questo è il vostro desiderio, ci rifletterò e vi farò sapere
quale nome mi piacerebbe dare alla bellezza».
Né loro né io potevamo ancora sapere che, molto presto, il mio nome
sarebbe stato esecrato dall'intera cristianità, e che molte dame allora sarebbero
arrossite nel portarlo.
...
La mattina di venerdì 2 maggio 1496, mio fratello Jofré e sua moglie fecero
il loro ingresso a Roma. A cavallo di una mula ingualdrappata di raso
nero, ero andata loro incontro nei pressi del Laterano, accompagnata
da venti dame vestite su mia indicazione con abiti di raso verde o azzurro
dalle maniche in tessuto argentato, e scortata da duecento uomini della
guardia pontificia messici a disposizione da mio padre. Ci precedevano
due paggi a cavallo, con i colori dei Borgia e degli Aragona. Numerosi
prelati e ambasciatori si erano uniti a noi, e la folla era ammassata intorno
alla spianata del battistero.
Quando il corteo arrivò sulla piazza, repressi un moto di stizza: in testa,
su un palafreno nero, Jofré indossava un giustacuore di raso nero che,
benché si addicesse alla giovanile bellezza del suo corpo, mi sembrava
fosse più consono a un paggio che a un signore e sovrano. Notai che il suo
incarnato si era dorato con il sole di Napoli, e che i suoi boccoli bruni avevano
assunto riflessi ramati. Dietro di lui, sei buffoni facevano salti e capriole,
annunciando a squarciagola l'arrivo dell'illustre donna Sancia. Anch'ella
vestita di nero, avanzava al passo regolare di un superbo ginnetto
grigio ingualdrappato in strisce alternate di velluto e raso neri, accompagnato
da Cesare e dal cardinale di Monreale. La osservai con curiosità e
rimasi soddisfatta: bei capelli scuri ben pettinati, stretti in una cuffietta di
fili d'argento disseminata di perle, lineamenti regolari. Bocca tonda, labbra
rosse, e strani occhi di un azzurro glauco tendente al violetto. Era incipriata
alla moda napoletana e, svanita la curiosità del primo momento,
gli sguardi si volsero nuovamente verso di me che, nella camora corretta
da Diana Cognati e con i miei lunghi boccoli biondi cosparsi di rubini e
diamanti, scintillavo al centro dell'assemblea.
Dopo i saluti e le presentazioni richiesti dal protocollo, il capitolo della
basilica riunito sul sagrato ci rivolse un discorso, ed entrammo nel santuario
per ricevere rapidamente la benedizione prima di raggiungere il Vaticano.
Lungo il tragitto, costeggiando il Colosseo, il Foro, Palazzo San Marco
e poi le facciate delle dimore patrizie che si succedono fino al Tevere, una
folla rumorosa si accalcava intorno a noi da ogni lato nelle strade strette, e,
a ogni incrocio, lanciava loro confetti e monete d'argento. Mio padre ci
aspettava nella Sala dei pontefici, in mezzo ai cardinali. Dopo avergli baciato
la mano e il piede destro, fece sedere Sancia e me su dei cuscini di velluto
sistemati sui gradini del trono, mentre Jofré prendeva posto insieme a
Cesare tra i prelati e gli ambasciatori. Avendo abbreviato il discorso di
benvenuto, si alzò per intrattenersi famigliarmente con la nuova nuora, e
allora tutti si misero a parlare, componendo intorno ai tavoli su cui era disposto
un rinfresco, piccoli gruppi che si formavano e disfacevano di
continuo. Essendo poco amante della confusione e delle
chiacchiere, restai accanto
a mio padre con Sancia. Mi sembrò molto allegra, risoluta nelle parole
e nell'atteggiamento, amante sopra ogni cosa della risata, del prendere
in giro gli altri, compreso suo marito che si divertiva di volta in volta a coprire
di carezze e a respingere, fìngendo di essere irritata con lui. Ebbi per
alcuni secondi l'orribile impressione che si prendesse gioco di lui ma vedendolo
così contento con lei, impettito come un bimbo appagato e fiero
del proprio successo, le mie preoccupazioni svanirono. Alla fine accompagnarono
la giovane coppia presso la loro dimora nel palazzo della Porta e
io mi ritirai nei miei appartamenti, sfinita da una simile giornata.
Due giorni dopo era la domenica di Pentecoste e assistemmo alla funzione
nella basilica di San Pietro. Essendo presente il papa, tutta la curia
e la nobiltà erano lì. Il celebrante ci offrì un'omelia tanto lunga quanto
noiosa, sbadigliavano tutti senza neanche nasconderlo dietro la mano, si
iniziava a mormorare, ad agitarsi - noi stavamo in piedi senza neanche il
sollievo di una misericordia -, quando Sancia mi sussurrò alcune parole
all'orecchio. Esitai, la seguii, e salimmo nell'ambone dove di solito si canta
il Vangelo, ben felici di sederci negli stalli dei canonici. Le nostre dame
di compagnia ci seguirono, e mentre fingevamo di seguire devotamente il
predicatore, passammo il tempo a sistemarci i vestiti e a rivolgere un cenno
di saluto a qualche conoscente. Ciò suscitò nell'uditorio risa soffocate,
mentre il cerimoniere Burckard moriva per l'indignazione davanti a
ciò che non riteneva essere tanto distante dal sacrilegio, cosa che qualificò
in seguito come «grande disonore, ignominia e scandalo per il clero e
per il popolo». Mio padre si limitò a riderne, cosa che almeno spinse l'oratore
ad abbreviare il proprio sermone. Quest'innocente birichinata,
benché fosse stata irriverente per il luogo santo, segnò l'inizio tra Sancia
e me di una complicità, se non di una vera e propria amicizia: avendo capito
alla prima occhiata che non sarebbe stata una rivale, ero felice di vedere
che anche lei la pensava allo stesso modo.
...
Nonostante balli, battute di caccia e pranzi campestri si succedessero
rapidamente con la complicità della bella stagione, non potevamo dimenticare
che la guerra continuava in Calabria, da dove la Lega cercava
di scacciare i francesi e i loro alleati. Gli uomini del duca
di Urbino vennero a dare man forte, per cui si presentò la
situazione, quantomeno insolita,
di due cognati alleati nella lotta contro il terzo: il duca di
Montpensier, capitano del re di Francia, aveva infatti sposato
Clara Gonzaga,
sorella di Francesco e di Elisabetta, a sua volta moglie di Guidobaldino
di Montefeltro, duca di Urbino.
Il 6 luglio era l'anniversario della battaglia di Fornovo. Isabella d'Este
aveva pregato il clero di Mantova di organizzare una processione che
portasse in trionfo, fino a una cappella costruita per tale occasione, un
quadro del Mantegna intitolato La Madonna della Vittoria. Diceva di volere,
in questo modo, tenere fede a un voto fatto da suo marito al culmine
della battaglia, quando si era sentito perso. In seguito, Francesco mi
assicurò che non aveva mai preso un simile impegno e che era tutto frutto
dell'immaginazione di Isabella che, in quell'occasione, si era limitata a
fargli recapitare un Agnus Dei incastonato in una piccola croce d'oro, accompagnato
da poche righe: «Vostra Altezza dovrà, con l'aiuto di questa
croce e del legno in essa contenuto, oltre che con la devozione nutrita
per la Santa Vergine, conservarsi sana e salva».
E per di più, la croce le era stata data dalla beata Osanna poiché, diceva
Francesco, «Isabella non si sarebbe mai separata neanche da un grammo
d'oro». Mi raccontò anche che l'opera del Mantegna e la costruzione
della cappella erano state pagate con i soldi requisiti da sua moglie a un
ricco banchiere ebreo, presumibilmente colpevole di avere offeso la Madonna.
Ciò non trattenne Isabella dall'informare tutte le corti italiane,
con il pretesto di invitarle a unirsi a lei nel rendere grazie:
Non avevo mai visto così tanta gente a una processione. Stanca a causa della
mia condizione, non ho potuto seguire la processione a piedi, ma mi sono recata
al Borgo per vederla sfilare e, rientrando al Castello, sono andata a vedere la
nuova cappella, decorata davvero molto bene. La strada era piena di gente.
Era infatti incinta di una seconda figlia che nacque in autunno e che
morì qualche settimana dopo la nascita, come spaventata all'idea che sua
madre, che desiderava con tutta se stessa un maschio, non l'avrebbe
amata.
Ripiegati nella fortezza di Atella, i francesi opponevano una fiera resistenza.
Alla fine del mese i due eserciti erano stanchi e scoraggiati e Gilberto
di Montpensier si ammalò. Firmarono una tregua e Francesco inviò
a suo cognato il proprio medico, cacciagione e frutta affinché
potesse ristabilirsi prontamente e mettere così fine alla
guerra. Si comportò da perfetto
gentiluomo, ma la Serenissima protestò vigorosamente. È evidente
che in questa repubblica di mercanti non si diffuse mai lo spirito cavalleresco,
il cui disinteresse mal si accordava agli appetiti temporali. Alla fine
i francesi capitolarono, e i loro alleati Virginio Orsini e
suo figlio Giangiordano dovettero arrendersi: furono
incarcerati a Castel dell'Ovo.
Nonostante ciò, la guerra non era finita. Gli Orsini rimanevano, insieme
a Firenze, alleati della Francia e sulle fortezze allineate ai confini con
gli stati pontifici sventolava insolente la bandiera col fiordaliso. Benché
mio padre li avesse dichiarati ribelli e scomunicati, e benché il capo della
loro famiglia e l'erede fossero imprigionati a Napoli, resistevano, sostenuti
di nascosto dal cardinale Giuliano e incoraggiati dalla voce tuonante
di Savonarola che preannunciava una nuova invasione. Si adoperavano
con ogni mezzo a favorire il ritorno dei francesi in Italia, per cui mio
padre decise di annientarli. Intendeva affidare a suo figlio Giovanni, duca
di Gandia, il comando dell'esercito che avrebbe marciato contro di loro.
Non si poteva fare una scelta peggiore poiché, per quanto seducente
fosse, mio fratello era completamente inesperto nell'arte della guerra.
Cesare tentò invano di dissuadere nostro padre, ma questi non volle sentir
ragioni: Giovanni era il preferito e avrebbe beneficiato in Italia dei
proventi di un principato costituito a partire dai feudi degli Orsini e che
sarebbe stato il baluardo della Chiesa. Agiva come se fosse stato eterno o
forse avevano ragione gli ambasciatori quando dichiaravano che «questo
papa aveva dieci vite». Condividevo le preoccupazioni di Cesare, riconoscendo
tra me e me che nostro padre aveva mostrato fino ad allora un
senso della politica più unico che raro. Lo dimostrava la recente adesione
alla Lega dell'Inghilterra e la rottura del trattato che legava i Re cattolici
al sovrano francese. Aveva forse ragione una volta di più? La politica
all'improvviso mi parve troppo complicata e rinunciai a capire.
...
Mentre aspettavamo l'arrivo di Giovanni, imbarcatosi a Barcellona il 28
luglio, una donna si presentò in Vaticano, accompagnata da chierici che
sollecitarono per lei un'udienza privata dal papa. Avendo avuto su di lei
ottime informazioni - si trattava di Veronica Neuroni, una religiosa agostiniana
famosa a Milano per le sue estasi e rivelazioni -, mio padre
la ricevette con la solita gentilezza. La ascoltò a lungo e,
da ciò che mi disse il
cardinale Ascanio, presente all'incontro, con compunzione. La incrociai
mentre usciva, visto che mi ero unita nell'anticamera al gruppo di curiosi
che volevano vedere la santa viva. Rimasi delusa. Suor Veronica era una
donna alta, ormai anziana, vestita con molta cura e avvolta in un lungo velo nero, aveva uno sguardo penetrante e il viso era brunito dal sole, ma in
lei non vi era nulla che riflettesse il luminoso splendore delle visioni celestiali,
come in suor Colomba. Il cardinale Ascanio, tuttavia, me ne parlò
molto bene: era figlia di contadini di Binasco e, benché non sapesse né
leggere né scrivere, discuteva con i più eminenti teologi che stupiva con la
sua approfondita conoscenza dei misteri della fede. In particolare la carità
e l'umiltà che mostrava le valevano la gratitudine dei poveri, il rispetto
dei grandi, l'ammirazione di tutti. Fui sorpresa di vedere come mio padre,
dopo averla ascoltata, mostrasse la stessa preoccupazione successiva all'incontro
con la mantellata di Perugia. Rifiutò di dirci alcunché del loro
incontro, limitandosi ad affermare con voce sorda:
«Se ciò che dice questa donna corrisponde al vero, la farò santa!».
Malgrado la nostra insistenza, si contentò di ripetere:
«La farò santa io stesso... Ci vedremo tra un anno».
Non capivamo. Ero rammaricata che il cardinale Ascanio fosse rimasto
troppo distante da mio padre e dalla monaca durante il colloquio, non riuscendo
a coglierne neanche qualche frase
Lungi dal dissipare l'ansia di mio padre, l'arrivo di Giovanni, il 10 agosto,
sembrò preoccuparlo ulteriormente. Cesare, Jofré, Sancia e io, insieme
a un numeroso seguito, andammo incontro a nostro fratello che, essendo
sbarcato a Civitavecchia, avrebbe fatto il suo ingresso a Roma dalla
Porta Portese. Ancora una volta, ci abbagliò con i suoi abiti sontuosi e
con il fasto del corteo dietro di lui. Montava un cavallo baio ingualdrappato
d'oro con campanelli d'argento, sull'abito di velluto marrone splendevano
una quantità incredibile di rubini e diamanti e da sotto il tocco di
stoffa rossa costellata di perle salutava la folla entusiasta che lo copriva di
fiori in segno di benvenuto. Quando finalmente nostro padre lo vide, il
suo viso si distese: sopravanzando la reverenza che mostrava il figlio beneamato,
si alzò per stringerlo tra le braccia e, da quel momento, ogni
traccia di inquietudine svanì.
Fino alla fine dell'estate, feste di uno splendore inaudito si alternarono
a grandiose cerimonie liturgiche durante le quali nostro padre
fece sedere Giovanni sul più alto gradino dello scranno
pontificio, al pari di un
principe coronato. I palazzi romani aprirono le loro grandi porte per accogliere
colui che si additava come il futuro vincitore degli Orsini, lo si
festeggiava già come un eroe. Molte dame, sedotte dalla sua prestanza fisica,
moltiplicavano le occhiate e i sorrisi nella sua direzione; era talmente
bravo nel corrispondere che incrementò notevolmente i suoi successi
galanti. Quando passava a cavallo per le vie della Città, il popolo lo acclamava
gridando: «Gandia! Borgia!». Sembrava che seminasse allegria
intorno a sé.
Cesare non condivideva il fanatismo generale. Distante, austero nel suo
vestito nero bordato di rosso, il volto impassibile, aveva uno sguardo
distaccato su tutta questa agitazione e, se sorrideva, lo faceva solo con le
labbra. Quando si degnava di comparire in un salone, il più delle volte
sembrava assorto in profonde meditazioni e si faceva rotolare tra le dita
una pallina d'oro contenente aromi; se lo si avvicina si mostrava comunque
cortese, e galante con le dame, che lo amavano per il mistero che lo
circondava. Solo Sancia riusciva, grazie alla franchezza e all'audacia, a
farlo ridere. Ben presto scoprii che entrambi gradivano ritrovarsi in compagnia,
sorpresi sguardi e carezze, e seppi subito che mio fratello era l'amante
della cognata. Mi venne un groppo in gola quando ne ebbi la certezza.
Non perché Jofré mi facesse pena, visto che era sempre di ottimo
umore e in adorazione costante davanti alla moglie - se sapeva, era così
saggio da far finta di nulla -, ma mi pervase una tristezza che non riuscivo
a scacciare. Mi confidai con Adriana, che sospirò invitandomi a non
interessarmi della faccenda:
«È un po' pazza e nelle vene le scorre il furore dell'amore!».
Sancia si mise in testa di sedurre Giovanni. Ci riuscì. Temevo la reazione
di Cesare, che era molto cupo, ma questi rimaneva uguale a se stesso,
caloroso con Jofré, affabile con Giovanni e assolutamente indifferente
nei miei confronti. Fu allora che giunse la notizia dell'improvvisa morte
di Virginio Orsini, nella cella ove era rinchiuso a Castel dell'Ovo. Si parlò
di veleno, e si accusò velatamente mio padre. Non potevo crederlo,
aveva ucciso lo zio della mia amica Lella? Da allora si sfoggiarono corni
di liocorno incastonato su oro, sulle tavole ricomparvero le lingue di
maiale affumicate e nessuno volle più bere se non in calici di agata o diaspro,
pietre ritenute efficaci contro le bevande avvelenate. Io ridevo di
tutto ciò, consapevole che i corni di liocorno sono solo un inganno e le
lingue di serpente semplici denti di squalo, gli uni come gli altri inefficaci
contro il veleno.
In previsione della campagna che Giovanni avrebbe condotto contro
gli Orsini, mio padre arruolò una truppa di mercenari svizzeri, acquistò
dei cannoni e arruolò il duca di Urbino in qualità di luogotenente dell'armata.
Il 26 ottobre, durante una solenne cerimonia nella basilica di
San Pietro, conferì al figlio beneamato il grado di gonfaloniere generale
della Chiesa: gli consegnò il bastone di capitano, gli stendardi con le insegne
della Chiesa e dei Borgia, gli regalò una spada di magnifica fattura.
Nei primi giorni della spedizione, si diffuse la notizia della morte del delfino,
nato al re di Francia meno di un mese prima. Poi di quella, a Pozzuoli,
di Gilberto di Montpensier, consumato da una febbre maligna.
Ancora una volta si parlò di veleno. Ancora una volta si sussurrò il nome
di mio padre. La dipartita del figlio reale e quella del grande capo militare
furono accolte come un buon presagio, suffragato dalla caduta o capitolazione
di dieci piazzeforti degli Orsini, A Roma Giovanni era nella
mente di tutti, il suo nome sulle labbra di ogni uomo e nel cuore di ogni
donna. Mio padre era raggiante, Cesare sorrideva freddamente.
Le truppe pontificie invasero la fortezza di Bracciano che, dall'alto delle
sue cinque torri, domina il lago Sabatino, così come i castelli d'isola e
di Trevignano, sulla riva opposta. Queste ultime piazze caddero dopo alcuni
giorni, mentre i mercenari di Giovanni dovettero scontrarsi con la
fiera resistenza di Bracciano, difesa dall'intrepida Bartolomea Orsini, sorella
di Virgilio, e da suo marito Bartolomeo Alviano. Ella non esitò, in
segno di sfida, a mostrarsi in cima alle mura della fortezza brandendo la
bandiera francese mentre i soldati intorno a lei urlavano: «Francia! Francia!».
Tutta l'Italia salutava il coraggio dell'insolente virago e si faceva
delle grasse risate sull'incapacità di Giovanni, che si pavoneggiava tra i
suoi uomini, faceva dichiarazioni pompose per incitare i soldati nemici
alla diserzione e predisponeva un piano di offensiva più inefficace dell'altro.
Mio padre ne fu talmente contrariato che dovette mettersi a letto
e non potè celebrare le messe di Natale. Il 15 gennaio 1497 il ridicolo di
cui nostro fratello ci copriva raggiunse il colmo: i soldati avevano aperto
a colpi di cannone una breccia nel bastione della fortezza ma siccome le
due fazioni volevano entrambe per sé il bottino, i mercenari di Giovanni
e quelli del duca di Urbino iniziarono a litigare tanto vigorosamente per
il passaggio che Alviano non ebbe alcuna difficoltà a respingerli; poi fece
uscire dalla piazzaforte un asino con una tiara in testa e un cartello su cui
era scritto, a grandi lettere rosse: «Lasciatemi passare, sono l'ambasciatore
inviato al duca di Gandia». Mio padre era al colmo del furore, io dell'umiliazione
in quanto a ciò si aggiungeva il sapere mio marito a Pesaro,
come una lepre nella tana, mentre sarebbe stato suo dovere trovarsi in
prima linea tra le truppe pontificie. Solo Cesare restava impassibile.
Sensibile all'angoscia che mi affliggeva, mio padre scrisse a Giovanni
che se non fosse tornato a Roma avrebbe perso i benefici di cui godeva.
Ne fui contrariata perché avrei preferito che lo avesse inviato con i suoi
uomini a fianco di Giovanni. Ma dovevo rassegnarmi a salvare del mio
onore solo i brandelli che mi sarebbero stati concessi, a considerare la
presenza di uno sposo che mi consentisse, grazie alla parodia di un'unione
serena, di conservare il mio ruolo alla corte pontificia invece di ritirarmi
in qualche monastero, come era abitudine per le donne i cui mariti
erano a lungo lontani. Giovanni ottemperò, «per non provocare in Sua
Beatitudine una maggiore indignazione», come scrisse al duca di Urbino
che dal canto suo lo sollecitava a unirsi alla sua armata. Mi rassegnai a
non essere la moglie di un eroe, e neanche di un valoroso guerriero.
Ciononostante prevedevamo una rapida capitolazione della piazzaforte,
grazie all'invio di colubrine da Napoli. Ma nello stesso tempo, il condottiero
Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello, assoldava rinforzi
con il denaro che era andato a chiedere in Francia a re Carlo ottavo, e Giovanni
della Rovere, fratello del cardinale Giuliano, reclutava soldati a Senigallia.
Quanto a Giovanni, si trovava a Roma: se, come raccontò l'ambasciatore
della Serenissima, mio padre e Cesare gli prodigavano «segni
di cordialità e numerose carezze», è assolutamente falso che io fossi
«molto contenta e pazza di lui». Come avrei potuto esserlo se il mio cuore
non nutriva verso di lui che avversione e rancore?
Le truppe di Vitelli e di della Rovere si incontrarono a Soriano dove
andarono a combattere gli uomini di Giovanni e del duca di Urbino per
allontanarli da Bracciano. La battaglia ebbe luogo il 25 gennaio e fu
disastrosa: il duca di Urbino, ferito, fu catturato, mentre mio fratello si
ritirò dalla battaglia per aver ricevuto sulla mano un leggero taglio. Ciò
segnava di fatto la vittoria. Mio padre cedette, firmò la pace il 5 febbraio:
gli Orsini tornavano in possesso di tutti i loro beni, a eccezione delle
piazzeforti di Anguillara e Cerveteri, e dovevano versare al
Tesoro pontificio cinquantamila ducati d'oro. Che avrebbero
recuperato con il riscatto
del duca di Urbino, pari a una somma equivalente...
Accecato dalla passione per suo figlio, nostro padre ritenne responsabile
della sconfitta il duca di Urbino. Non solo rifiutò di pagarne il riscatto,
ma arrivò a minacciarlo di spodestarlo dai suoi stati in favore di
Giovanni, che ricevette invece in maniera eccessivamente tenera. Cesare
e io restammo pietrificati, il che mi valse una sfuriata di nostro padre: siccome
gli replicavo che mi sembrava prestasse poca attenzione all'onore
della nostra casata, mi rispose che anche io me ne sarei dovuta occupare,
richiamando Giovanni ai propri doveri. Accusai il colpo e passai la serata
a piangere tra le braccia di Adriana che non riusciva a trovare le parole
per calmarmi.
...
Il 21 febbraio apprendemmo che il porto di Ostia - tempo addietro
consegnato ai francesi dal cardinale Giuliano - aveva capitolato sotto gli
assalti dei nostri alleati spagnoli, comandati da Gonzalvo de Cordoba.
Ciò cancellava in parte l'umiliazione di Soriano e me ne rallegrai. Fu il
pretesto per nuove feste, grandi balli e interminabili cene durante le qualiGiovanni mostrava, senza vergogna, un'aria fatua e allegra che gli valse
per un po' il disprezzo generale. Ma nessuno osava fargli abbassare la
cresta, a causa del favore che conservava presso nostro padre. Come
distrazione alla malinconia che, come un mare infinito, sembrava a volte
inghiottirmi, incrementai le riunioni nei miei appartamenti. Ebbi lunghi
colloqui con il cardinale Ascanio, il cui credito presso mio padre conosceva
strane oscillazioni. Un giorno parlammo di Beatrice d'Este, che la
morte aveva colto il 2 gennaio a mezzanotte, dopo aver partorito un neonato
già morto. La “stupida e frivola” aveva appena ventuno anni:
«Mio fratello è nella più cupa disperazione. L'ha fatta seppellire nella
certosa di Pavia, appena costruita. Ha chiesto a mastro Leonardo da Vinci
di sistemargli nel palazzo uno studiolo interamente in marmo nero dove
potrà ritirarsi per meditare».
«Ludovico il Moro devoto?»
«Era molto innamorato della giovane moglie... Chissà che la morte
non gli apra il cammino del pentimento? Non possiamo prevedere le vie
che la grazia divina crea per aprirsi la strada in un'anima».
Siccome continuavo ad avere un'espressione dubbiosa, rise e mi consigliò
di non andare a Milano per un invito di martedì:
«È il giorno in cui è morta mia cognata, e da allora Ludovico impone
alla sua corte ogni settimana un rigoroso digiuno con pane e acqua, che
osserva egli stesso mangiando in piedi e vestito di nero!».
Un'altra volta parlammo di Giovanni di cui giustificò le rodomontate
con la giovane età. Vedendomi scuotere le spalle, evitò di insistere. Infine
mi disse nuovamente che avrebbe appoggiato la mia domanda di annullamento
nel caso in cui avessi voluto sciogliere l'unione con Giovanni.
Mi parlò anche di suor Veronica di Binasco, richiamata da Dio qualche
giorno dopo Beatrice:
«Era davvero una santa donna. Quando ricordai a vostro padre la sua
precedente promessa di innalzarla agli onori degli altari, si fece pensieroso:
“Potrei farlo, mi ha detto, poiché è morta nel periodo da lei
preannunciatomi. Devo attendere però che si verifichi un'altra
profezia” e, dopo
una pausa: “Mi ha fatto le stesse rivelazioni della beata Colomba di
Perugia, ma queste cose non sono ancora avvenute”».
Non era riuscito a saperne di più, e sicuramente sperava che potessi
farlo io.
Anche il cardinale di Monreale fu ospite assiduo dei miei appartamenti.
Amavo la bontà che mostrava verso di me, lo sguardo indulgente che
aveva sulle persone, l'amabile dolcezza delle sue intenzioni. Avendo saputo
di aver contratto il mal francese - «L'aria di Napoli è stata nefasta!»
-, aveva sollecitato mio padre a dispensarlo dal partecipare a qualsiasi
celebrazione liturgica per due anni, periodo che i medici ritenevano
necessario per la guarigione. Questa malattia, fino ad allora sconosciuta,
si propagava come un incendio, si diceva venisse dalle Indie occidentali e
veniva trasmessa solo attraverso l'atto carnale. Io di sicuro non correvo
alcun rischio, pensai con ilarità. Noi lo chiamavamo il mal francese, mentre
i francesi, che lo portarono in patria alla loro partenza, gli diedero il
nome di mal di Napoli. Mio cugino di Monreale mi disse che anche il
cardinale Giuliano aveva contratto la malattia, così come il cardinale di
Segorbe. Colpiva indistintamente principi, prelati, soldati e villani. Mi
parlò a lungo anche di Savonarola, il predicatore di San Marco, a Firenze,
mentre mi leggeva ampi passaggi delle sue omelie. Mi ricordo ancora
di un avvertimento che questi aveva indirizzato in quel periodo alla Chiesa,
e attraverso essa a ogni anima:
Ti sei affidata alla tua bellezza e ti sei prostituita, concedendo le tue attrazioni
a ogni passante, ti sei data a loro. Hai indossato abiti sfarzosi, ti sei costruita palazzi
che hai ornato con stoffe di tutti i colori, e lì ti sei prostituita! Niente di simile
era successo fino ad allora e mai più succederà.
I suoi sermoni erano terribili. I toni incutevano timore, e tuttavia restavo
dell'idea che fossero ispirati dallo Spirito. Mi colpivano non per la generale
corruzione dei costumi, ma in ragione dell'aspirazione del mio
cuore a vedere ogni cosa ordinata in me e attorno a me. E per l'intimo
desiderio, che allora non volevo riconoscere, di una vendetta che colpisse
coloro che erano causa dei miei mali e delle mie umiliazioni. Non per
questo ero disposta ad approvare tutto ciò che diceva o faceva fra Girolamo
e, quando seppi che il 7 febbraio aveva bruciato in un falò delle vanità
non solo ornamenti e cianfrusaglie ma anche dipinti di Lorenzo de'
Credi, Baccio della Porta, e perfino alcuni studi di nudo del Botticelli,
così come le opere di Boccaccio, Petrarca e finanche Dante, non potei
trattenere la mia indignazione:
«E quindi, cugino caro, nostro Signore sarebbe nemico del bello? Come
potrei allora amarlo e adorarlo?».
Monreale non seppe rispondere. Da grande estimatore delle opere
d'arte e della ricchezza, era sconcertato dalla veemenza di Savonarola e
soprattutto dalla santità della sua condotta:
«Per quanto duro, il suo parlare è franco, le sue azioni obiettive. Dice
ciò che fa e fa ciò che dice. Forse ci siamo spinti talmente oltre nella corruzione
che Dio deve spingersi altrettanto in là nell'esigere giustizia...».
«Non mi piace un Dio che voglia questa giustizia!».
Tuttavia era proprio quella la giustizia che, senza ammetterlo, invocavo
su Giovanni, mio fratello Giovanni, mio padre e, in fin dei conti, in preda
a un dolore che mi opprimeva tanto più che lo celavo a tutti, su chiunque...
Il cardinale lo intuì e mi chiese numerose volte:
«Siamo noi a scegliere Dio o piuttosto lasciamo che sia lui a sceglierci
ogni giorno, per come siamo?».
Troppo abbattuta, e troppo fiera per riconoscerlo, misi l'onore al di sopra
di qualunque cosa, il che poteva solo valermi la misericordia divina.
Discutemmo a lungo e anche se non mi lasciai convincere, i nostri scambi
d'idee mi fecero riflettere.
Rivedevo anche Giulia, che non aveva lasciato Roma e la cui sorte non
era affatto invidiabile. Pur non essendo innamorata di mio padre, lo era
della sua gloria passata e bastava che per un capriccio passeggero il papa
la richiamasse presso di sé, perché riapparisse immediatamente al Vaticano,
a volte solo per qualche ora, per andare a occupare il posto d'onore
durante una cena o un ricevimento, sempre più bella. Tenendo d'occhio
gli alti e i bassi del suo favore, era molto tempo ormai che gli ambasciatori
non la chiamavano più “la sposa di Cristo”, ma “l'amante del diavolo”,
tanto la fama del papa era diventata esecrabile. Giulia alloggiava
quasi sempre a Palazzo Farnese, dove vegliava sull'educazione della piccola
Laura e dove suo fratello, il cardinale Alessandro, lavorava senza sosta
perché prendesse le distanze dalla corte vaticana. Non aveva vita facile
poiché mio padre era un maestro nell'arte della seduzione e bastava
che donasse un gioiello a Giulia perché lei credesse di aver recuperato la
sua influenza. Tali sporadici doni erano tanto più soggetti a critiche giacché
il cardinale Alessandro conduceva una vita molto austera, così come
scrisse l'ambasciatore di Firenze: «Apprendo adesso che sono stati fatti a
madonna Giulia anelli per mille ducati, e il povero cardinale non ha di
cosa vivere».
Non entravo nel merito di tali considerazioni e, benché evitassi con cura
di recarmi al Palazzo Farnese, ero sempre molto felice di invitare Giulia,
per la quale conservavo intatto l'affetto di un tempo. E nessuno poteva
impedirle di venire da noi, dove abitava Adriana, che era sua suocera
e alla quale si voleva impedire di vedere la nuora e la nipotina.
Il 19 marzo, domenica delle Palme, mio padre officiò da pontefice nella
basilica di San Pietro. Volendo celebrare quel giorno una vittoria, la
presa di Ostia fatta da Gonzalvo de Cordoba, che si ostinava ad attribuire
a Giovanni, accordò a suo figlio la precedenza sul vincitore spagnolo
che giustamente si mostrò mortificato. Gonzalvo rifiutò di sedersi sui
gradini dello scranno pontificio visto che vi occupava un posto inferiore
a quello di mio fratello, e di ricevere dopo di lui la palma benedetta.
Combattuto tra la cieca volontà di esaltare il figlio adulato e la preoccupazione
di perdere un valoroso capitano - e, suo tramite, i Re cattolici di
cui era suddito - mio padre onorò Gonzalvo offrendogli la rosa d'oro,
suprema ricompensa riservata ai principi delle case regnanti. Ma diede la
prima palma a Giovanni, che la ricevette con una boria tanto ostentata
che fui sul punto di lasciare la cerimonia. Me lo impedì la
vista di Cesare:
era molto pallido, le labbra strette, il viso impassibile.
Quando, un attimo dopo, il cerimoniere chiamò Giovanni
affinché il papa gli consegnasse
la palma, prima che allo Spagnolo, fu troppo. Mentre stavo per muovermi,
uno sguardo di Cesare mi fece rimanere al mio posto. Abbassai la
testa in modo che nessuno vedesse le lacrime che versavo per la vergogna
e la rabbia. Riuscii a tornare in me e all'uscita della cerimonia mi mostrai
sorridente, dopo aver mandato giù le umiliazioni.
  Capitolo 19.
I miei fratelli.

(Diario, 19 maggio 1519.)
Devo scrivere con uno slancio del cuore attraverso il flusso ininterrotto
dei ricordi, senza soffermarmi su nessuno di essi, perchè allora poserei
la piuma. È tutto così doloroso! Metterli sulla carta deve costituire
una liberazione. Ma ci si può liberare del passato? Perlomeno questo
racconto me lo sottrae, permettendo al mio sguardo di rivolgersi altrove.
In questo senso, fra Lodovico non si sbaglia, egli che mi incita a scrivere
perché la mia anima trovi pace. Con l'avvicinarsi della morte, il richiamo
della vita passata spesso mi riempie di timore, soprattutto nel
cuore della notte, quando la febbre mi tiene sveglia, quando tutto intorno
non c'è che silenzio e solitudine. Questa mattina il confessore ha citato
una frase di Nostro Signore alla beata Caterina da Siena, frase che
deve pervadermi:
«La mia misericordia è infinitamente più grande di tutti i peccati che le
creature possono commettere; coloro che la giudicano inferiore ai loro
peccati mi arrecano un dolore maggiore degli altri peccatori».
Sono in grado di fare mie queste parole?
...
Con il pretesto di dedicare la Settimana Santa dell'anno 1497 al raccoglimento,
declinai gli inviti e rifiutai qualsiasi incontro, tranne quelli con
Adriana e Giulia che veniva a trovarci il martedì. Chiusi la porta anche
davanti a Giovanni, la cui sola vista ravvivava la mia umiliazione oltre che
la sensazione di essermi resa complice, mio malgrado, delle più ignobili
mancanze all'onore.
Il mercoledì, nel tardo pomeriggio, sentii grida e rumori nell'anticamera.
Ne fui contrariata e sorpresa allo stesso tempo poiché avevo pregato
le mie dame di compagnia di dedicarsi in silenzio alle loro occupazioni, e
di vietare l'accesso ai miei appartamenti. Pentasilea Di Marco, che era la
prima dama e che aveva la mia fiducia, entrò nella stanza tremando:
«Madonna, c'è vostro fratello, il cardinale, e chiede di vedervi. Non sono
riuscita a dissuaderlo».
Cosa avrebbe potuto fare lei contro Cesare, se neanche io potevo nulla?
Sospirai e andai incontro a mio fratello. Doveva esserci un'urgenza,
visto che non veniva mai a trovarmi.
«Mia cara sorella, abbiate la compiacenza di congedare le vostre dame
poiché ho argomenti della massima importanza da discutere con voi e
che esigono una totale discrezione».
«Chiederò loro di ritirarsi nei loro appartamenti...».
«Non è sufficiente. Che vadano da madonna Adriana durante il nostro
colloquio!».
Rimasi senza fiato per qualche secondo, poi mi ripresi:
«Non credo proprio! Come potrei giustificarmi con Adriana di un simile
disturbo?»
«Fatele dire che è un ordine del cardinale di Valenza».
Mi piegai al suo volere e rimasi sola con mio fratello, ansiosa di sapere
quale disgrazia lo avesse condotto da me. Ero talmente turbata che l'unica
idea venutami alla mente era quella di una sventura.
Cesare sedette su una poltrona mentre io, come mia abitudine, prendevo
posto su un cuscino di velluto davanti a lui.
«Vostro marito, Lucrezia, è accusato di alto tradimento e di complicità
con il nemico. Il consiglio segreto di nostro padre ha stabilito che durante
la guerra contro i francesi non ha cessato di intrattenere con il Moro
una stretta connivenza, arrivando a comunicargli ogni spostamento delle
nostre truppe in Romagna, nonostante Giovanni fosse al soldo di nostro
padre e comandasse uno dei nostri reggimenti».
«Pensate forse di dirmi qualcosa di nuovo?».
Mi sforzavo di restare calma, ma sentivo il sudore imperlarmi la fronte.
Mio fratello continuò, con lo stesso tono che manteneva in ogni circostanza:
«Se non lo ignoravate, eravate sua complice».
Non avrei potuto reagire con maggiore violenza neanche se mi avesse
morsa un serpente:
«Io, sua complice! Vi sbagliate, fratello mio! Ho imparato a conoscere
Giovanni, le sue meschinità e la sua vigliaccheria, come anche
la sua venalità, e non mi stupisce che si sia lasciato sedurre
e corrompere da un
oro equivoco. Non sapevo nulla dei tradimenti, ma li avevo intuiti. Credete
forse che me lo avesse confidato?».
Imperturbabile, Cesare proseguì:
«Siete la moglie di un traditore e di un codardo, che è rimasto al sicuro
nei suoi possedimenti di Gradara lontano dalle nostre azioni contro gli
Orsini, nonostante fosse capitano dell'esercito. Quando il suo disonore
sarà evidente a tutti, non mancherà di spargersi anche su di voi... e per
causa vostra sulla nostra casata».
«Parliamo di disonore! Se il mio è grande, per colpa di colui che mi
avete costretta a sposare, non dimenticate che quello di nostro fratello
Giovanni è anche maggiore! L'intera cristianità ancora ride delle sue
azioni e della compiacenza mostrata da nostro padre nei suoi confronti».
Fece un gesto stanco con la mano:
«Di Giovanni ci occuperemo più tardi. Gli Antichi ci hanno insegnato
che la rupe Tarpèa(4) è vicina al Campidoglio. Lo odiate dunque così
tanto?»
«Trattandosi di mio fratello, non potrei mai odiarlo, ma lo disprezzo
quanto mio marito».
Si alzò e credetti che stava per congedarsi. Posò su di me lo scintillio
cupo del suo sguardo e mi chiese:
«Siete disposta a lasciare che nostro padre annulli il matrimonio?»
«Lo sarei se avessi la certezza che non mi obbligherete a prendere marito
contro la mia volontà. Non riuscite a capire che sono una donna, che
aspiro solo ad essere sposa e amante e che ogni giorno che passa riflette
l'immagine della mia sofferenza?».
Mi ero alzata a mia volta e parlai con veemenza:
«Siete un uomo, e un uomo di chiesa, siete estraneo a queste cose! Io
non sono altro che una debole donna, che spera solo di essere amata da
un uomo che possa amare...».
La mia voce si ruppe e lasciai libero corso alle lacrime troppo a lungo
trattenute:
«Nell'entusiasmo della giovinezza, ero pronta a donare anima e corpo
a Giovanni, per quanto poco mi avesse amata. Ma non appena mi resi
conto della sua indegnità, non appena dietro l'immagine dell'elegante
conte di Pesaro si palesarono la sua inerzia e vanità, il mio entusiasmo si
trasformò in avversione e disprezzo».
Non riuscivo a trattenere i singhiozzi.
«Non serbate per lui alcuna scintilla d'amore?»
«Provo per lui solo repulsione! Non riesco neanche a odiarlo, per mia
grande sfortuna».
Mi cinse con il braccio e piansi liberamente sulla sua spalla, nella tranquillità
di avere ritrovato la tenerezza di mio fratello, il ricordo dei nostri
giorni d'infanzia quando mi regalava delle bambole. Mi sussurrò all'orecchio:
«E me, Lucrezia, non mi ami allora?».
Cercai di divincolarmi, ma mi strinse più forte, mormorandomi:
«Ciò che quel cappone di Giovanni non ha saputo darti, non vuoi riceverlo
da me? Sei ancora vergine, io posso fare di te una donna!».
Continuava a baciarmi il collo, spingeva la mano sul mio seno, verso il
ventre. Cercai di liberarmi, vedevo un baratro davanti a me:
«Cesare, siete mio fratello!»
«Esattamente, mio splendore. Ti ricordi degli affreschi sul soffitto degli
appartamenti di nostro padre?».
Mi dibattevo sotto la sua stretta, volevo gridare, ma dalla mia bocca
non fuoriusciva alcun suono e, ansimando, egli continuò il suo discorso
mentre mi spingeva, cercando di farmi cadere:
«Iside e Osiride, fratello e sorella, la donna e l'amante. Sotto lo sguardo
raggiante di nostro padre regneremo sul mondo! Concediti a me...».
Sentivo il suo alito profumato, le sue labbra così vicine alle mie, carezze il
cui calore mi era sconosciuto e che mi turbavano. Quando strappò la parte
superiore del mio vestito, il rumore della stoffa lacerata mi attraversò l'anima
e lanciai un urlo. Un urlo terribile. Sorpreso, si alzò in un attimo, mentre
qualcuno bussava con violenza alla porta. Andò ad aprire con calma,
mentre distesa a terra, piangevo e singhiozzavo rocamente. Era Giovanni:
«Mi compiaccio nel vedere che mia moglie non è altro che una puttana
incestuosa!».
Mio fratello alzò la mano, ed egli indietreggiò, livido. Era la paura a immobilizzarlo,
più della gelosia o del senso dell'onore. Cesare lo guardò
con aria di sfida:
«Orbene, mio caro cognato, non immischiatevi nei nostri affari di famiglia!».
Uscì mentre io, in preda alla nausea, vomitavo sul tappeto. Avrei voluto
svanire, dissolvermi nell'oblio, nella morte. Giovanni si piegò, mi
guardò con un'aria indicibilmente disgustata e, con la punta degli stivali,
fece il gesto di scansarmi per spingermi in un angolo. Poi, lasciandomi
mezza svenuta, abbandonò i miei appartamenti. Le dame arrivarono poco
dopo, mi svestirono, portarono via l'abito strappato e sporco, mi fecero
un bagno caldo e mi misero a letto. Ero nelle loro mani. Quando, l'indomani,
mi risvegliai, vidi Adriana al mio capezzale. Aveva passato la
notte accanto a me, impedendo ad altri di vegliarmi, così mi raccontò
Pentasilea. Seppi in seguito che, preoccupata dall'ordine di Cesare relativamente
alle mie dame, aveva allertato mio marito.
...
Il Giovedì santo, ero stranamente calma quando Giovanni venne a trovarmi
dopo la cena offerta quella sera da mio padre nei giardini del Belvedere,
ove avevano sistemato dei padiglioni in stoffa rossa con strisce
d'oro. Avevo avuto premura nell'accettare il suo invito, proprio come mi
ero recata in precedenza alla cerimonia del lavaggio dei piedi. Si diceva
in giro che fossi sofferente, ma non volevo dare adito a voci e a speculazioni.
Adriana mi aveva accompagnata, dopo avermi aiutata a sistemarmi.
Come se niente fosse, Cesare era venuto a presentarmi i suoi omaggi,
complimentandosi per il mio abbigliamento:
«Siete più luminosa della luna tra le stelle, avete forse trovato il sole
che possa trasmettervi il proprio calore e lucentezza?».
Sorrideva. Indovinai l'amarezza che celava dietro la finta affabilità:
«Mio caro fratello, lasciamo che il Creatore si occupi da sé di ordinare
il percorso degli astri e dei pianeti. Per quanto mi riguarda, non vi odio
né vi disprezzo. Ma vi ingannate sui vostri sentimenti nei miei confronti.
Non vi basta forse di aver sottratto a Jofré nostra cognata?».
Fece spallucce:
«È una puttana, cosa che voi non siete. E Jofré un imbecille, o un codardo
che si compiace nel vedere la moglie fare l'amore con i suoi fratelli».
Non risposi. Nonostante tutto, mi faceva un po' pena, figlio poco amato
da nostro padre, primogenito spogliato dei suoi legittimi
diritti, chierico senza vocazione, spirito brillante più di
tanti altri e al quale venivano tarpate le ali del genio.
«Lucrezia, per te ucciderò tuo marito! E per il nostro sangue, ucciderò
Giovanni! Perché non puoi essermi sorella, amante e sposa!».
La sua follia mi fece gelare il sangue nelle vene. Posai la mano sulla sua:
«Sei mio fratello. Di ciò mi ricorderò sempre. Il resto voglio dimenticarlo».
Era la prima volta che mi rivolgevo a lui dandogli del tu, mi sembrò al
contempo commosso e rasserenato.
Quando Giovanni entrò nei miei appartamenti, appariva talmente superbo
e mi guardò con una tale arroganza che esitai nel confidargli le mie
preoccupazioni. Superando la titubanza, gli dissi con voce piatta:
«Vi scongiuro, Giovanni, fuggite da Roma! Non vi amo proprio come
voi non amate me, ma non voglio rispondere del vostro sangue».
Era sconcertato.
«Vi siete guadagnato il disprezzo generale, mio padre e i miei fratelli vi
lusingano solo per eliminarvi con più facilità...».
«Cadrete con me!».
Mi aveva interrotta, col volto improvvisamente rosso per la rabbia.
«Non dimenticate dove siete cresciuta e dove sono finito per voi! Il fango
in un vaso d'oro resta sempre fango, senza che l'oro ne sia alterato».
Credetti che mi avrebbe picchiata, era passato dal rosso della rabbia al
pallore della vergogna. Non riuscii a trattenere l'amara consolazione di
dargli il colpo finale:
«Fuggite, è l'unica cosa di cui siate capace! E ora uscite dai miei appartamenti
se non volete che vi faccia cacciare come un lacchè».
Ottemperò. L'indomani venne a salutarmi in maniera estremamente
galante mentre le dame si occupavano di me, e disse che andava a confessarsi
per poi andare in pellegrinaggio alle sette chiese. Lo congedai
con tutta la gentilezza di questo mondo e nessuno avrebbe potuto immaginare
che tra noi vi fosse il minimo disaccordo. Poi andai in Vaticano
per le celebrazioni quotidiane.
La giornata, che avrebbe dovuto essere consacrata alla commemorazione
della passione e morte di Nostro Signore, fu funestata da un tumulto
senza precedenti. Aizzato dai sostenitori degli Orsini e dei Farnese, il popolo
si era radunato a Campo de' Fiori gridando che bisognava lapidare
gli spagnoli e innalzare le forche per i Borgia. Questo accadde durante la
mattinata. Poi Gonzalvo de Cordoba, che non aveva digerito l'umiliazione
della domenica delle Palme e che era sostenuto
dall'ambasciatore dei
Re cattolici, all'uscita della processione andò a inginocchiarsi davanti a
mio padre per presentargli le sue rimostranze, che lesse con voce fremente:
Vostra Santità è il disonore della cristianità, mille voci si alzano per chiedere
un concilio che vi deponga. Non si dice forse che un'amante del papa, donna
per giunta sposata, abbia appena messo al mondo un bambino, e che il marito
tradito abbia pugnalato il suocero, ruffiano di Vostra Santità? È di pubblico dominio
il fatto che donna Sancia, sposa del principe di Squillace, divida i suoi favori
tra il cardinale di Valenza e il duca di Gandia, le cui pietose azioni di guerra
non si possono più lodare. Il Vaticano è divenuto un lupanare, la cloaca di
tutti i vizi, e nel luogo santo si vede l'abominio della desolazione!
Seduto in maestà tra i cardinali, mio padre ascoltò tali veementi recriminazioni
senza battere ciglio. Sui gradini dello scranno pontificio, Giovanni
ostentava, superbo, un sorriso sprezzante, mentre Cesare dominava
l'assemblea con il suo sguardo penetrante e Jofré si dondolava passando
da un piede all'altro. Accanto a me, Sancia moltiplicava sorrisi e occhiate
e Adriana stava a testa bassa sotto il suo velo: non seppi mai se rideva
o se erano i singhiozzi a scuoterla. Stupita che non avessero citato il
mio nome, cercai di farmi dimenticare. Mio padre si alzò e, squadrando
il coraggioso capitano spagnolo, chiese con un tono grave e seducente da
cui non traspariva alcuna emozione:
«C'è forse qualcuno qui tra di voi che non abbia mai peccato e che possa
scagliare contro di Noi la prima pietra? La solennità dolorosa di questo
giorno non è l'occasione perché ognuno di noi, a cominciare dal Vicario
di Cristo, esamini a fondo la propria coscienza e faccia ammenda
dei propri errori onorabilmente?».
Ci fu un mormorio nell'assemblea che mio padre coprì con voce colma
di una finta collera:
«Vi aspettate che Noi facciamo di Roma un'altra Firenze, di ogni palazzo
un monastero, e di ogni piacere, anche il più innocente, il pretesto
per innalzare una forca o costruire un patibolo? Volete forse che Noi richiamiamo
il re di Francia, sedicente inviato di Dio, affinché purifichi
con la sua spada vendicatrice questa nuova Babilonia che pare sia diventata
Roma?».
In un silenzio improvvisamente pesante, i suoi toni risuonarono sui soffitti
dorati della sala dei ricevimenti in maniera minacciosa:
«Che stiano in guardia coloro che indicano la pagliuzza nel Nostro occhio
rifiutandosi di vedere la trave che sta nel loro, coloro che consegnano
le nostre piazzeforti al nemico, coloro i cui membri infettati dal mal
francese testimoniano quelle stesse mancanze di cui ci accusano!».
L'allusione al cardinale Giuliano era fin troppo evidente e i prelati che
lo odiavano, insieme ai romani che non lo amavano molto, scoppiarono a
ridere nonostante la gravità del momento.
Forzando volutamente la mano, mio padre concluse con tono solenne:
«Nostro Salvatore fu misericordioso verso la donna adultera, che egli
non conosceva, e che tutti avevano accusato benché fossero tutti più peccatori
di lei. Abbiamo così poca fede da negare che Egli voglia essere misericordioso
con la Chiesa, che è sua sposa, quand'anche, lo confessiamo,
la sua condotta a volte la renda adultera? Questo giorno solenne non
deve essere per ognuno di noi l'occasione per scrutare il proprio cuore e
purificare i propri intenti invece di rivolgere a un fratello, per quanto
peccatore possa essere, condanne senza appello?».
Poi intonò il Parce, Domine che tutti cantarono a gran voce, estremamente
sollevati di essersi ripuliti la coscienza così a buon mercato.
...
Quella sera stessa seppi, grazie all'agitazione presente in Vaticano, della
fuga di Giovanni. L'indomani il cardinale Ascanio mi chiese di riceverlo urgentemente e in segreto, poiché si era dichiarato sofferente per poter
mettere alla porta i segretari di mio marito:
«Madonna, hanno ottenuto un'udienza ufficiale dall'ambasciatore di
mio fratello, al quale hanno detto che il conte di Pesaro ha lasciato Roma
per timore del veleno e - vi riporto le loro parole - “per un grave motivo
inerente la pudicizia di sua moglie che gli ha causato un grosso dispiacere
e lo ha spinto ad agire in questo modo”».
Rimasi estremamente turbata:
«Ma che doppio gioco è mai questo? Giovanni mi ha mandato a dire
loro tramite di raggiungerlo a Pesaro la settimana dopo Pasqua!».
Era sconcertato quanto me:
«Conosco mio cugino. I più vigliacchi sono anche i più
spietati una volta che sono fuori pericolo e si sentono
sostenuti. Crede di poter contare
sull'appoggio di Ludovico, forse anche sul mio, per via dell'onore della
nostra casata... Posso consigliarvi di non muovervi?»
«Non avevo alcuna intenzione di farlo».
Quando stava per congedarsi, gli dissi con molta calma:
«Che Vostra Eminenza si ricordi di ciò che le confessai tempo addietro:
sono disposta a sottopormi all'esame delle matrone, loro avranno modo
di dire quanto sia infondata l'accusa d'impudicizia nei miei confronti».
Una settimana dopo, mio padre inviò a Giovanni una comunicazione
così redatta: «Puoi valutare da te che dispiacere Ci abbia arrecato la tua
partenza da Roma e Ci sembra evidente che esista un solo modo di riparare
a un simile fatto; per cui esortiamo, con vivissima sollecitudine, la
tua nobiltà a ritornare qui immediatamente se ci tieni al tuo onore».
Per farlo, Giovanni avrebbe dovuto avere nobiltà e onore... E temeva
troppo, a ragion veduta, che mio padre lo facesse uccidere in un modo o
nell'altro, o trascinandolo davanti all'altacorte con l'accusa di fellonia e
tradimento, o che lo eliminasse con altri mezzi. Non desideravo che tornasse,
ben felice di saperlo lontano. Cosa che non gli impedì di nuocermi
poiché scrisse al Moro che voleva incontrare il cardinale Ascanio in occasione
di un pellegrinaggio a Loreto per confidargli di persona «quelle
cose che non voglio rendere pubbliche». Tali insinuazioni sul mio onore
mi spazientirono al punto che acconsentii all'annullamento del matrimonio
con Giovanni, tanto più che mio padre aveva detto al cardinale Ascanio
che era sua volontà che «il suddetto signore non potesse raggiungere
madonna Lucrezia, che voleva mandare in Spagna». Sapevo fin troppo
bene che il divorzio, lungi dal liberarmi, se non di Giovanni, mi avrebbe
fatta diventare di nuovo una pedina nelle mani del papa per il crudele
gioco della politica. Ma ero troppo stanca per continuare a lottare, malgrado
l'appoggio del cardinale Ascanio e lo sconfinato attaccamento di
Adriana, e non appena firmati i documenti relativi all'annullamento del
matrimonio, chiesi l'autorizzazione di ritirarmi presso le mie care domenicane
di San Sisto. Mio padre acconsentì perché, disse al cardinale
Ascanio, «era un luogo religioso e molto onesto».
Arrivai il 6 giugno in compagnia della fedele Pentasilea. Non appena
ritrovai il silenzio del chiostro, mi sentii pervadere da una profonda pace.
Cinque giorni dopo, mio padre inviò il bargello e i suoi uomini per riportarmi
al Vaticano: mi opposi con tutte le forze, sostenuta da suor
Girolama Pichi, mia amica, all'epoca priora. Non comprendevo questi mutamenti
repentini di mio padre, benché le notizie di cui venni allora a conoscenza
avrebbero dovuto aprirmi gli occhi: in occasione del concistoro
segreto del 7 giugno, il papa aveva ottenuto dai cardinali l'autorizzazione
affinché la città di Benevento fosse trasformata in ducato a beneficio
di suo figlio Giovanni, e l'indomani aveva nominato Cesare legato affinché
andasse a incoronare il re di Napoli. I miei fratelli sarebbero partiti
insieme verso sud. Ciò che avvenne in seguito, lo appresi tramite il
racconto che mi fu fatto.
...
Il 10 giugno, il cardinale Ascanio ricevette nel suo palazzo numerose
persone tra cui il futuro duca di Benevento. Ignoro in quali circostanze -
aveva bevuto oltre misura, lo fece per bruffoneria? -, mio fratello Giovanni
iniziò a sbeffeggiare gli invitati, arrivando a chiamarli porci e parassiti.
Sentendosi offeso, un uomo urlò che avrebbe fatto tacere questo bastardo
vanitoso, al che mio fratello si alzò dalla tavola in preda a uno strano
furore, e tutti temettero che sarebbero venuti alle mani. Ma Giovanni
andò in Vaticano, proprio lì accanto, a lagnarsi con nostro padre che, nella
folle passione per il figlio, ordinò a una truppa di soldati di andare a
forzare le porte di Palazzo Sforza, catturare colui che aveva offeso Giovanni
e impiccarlo seduta stante davanti agli altri invitati. A dispetto dell'immunità
cardinalizia, le porte furono sfondate, e in sfregio al diritto,
malgrado le suppliche e le urla degli astanti, lo sventurato fu impiccato
nel cortile del palazzo. Quando lo seppi, rimasi atterrita, chiedendomi di
quale follia fosse vittima mio padre, lui che si mostrava sempre benevolo
quando si sbeffeggiavano le nostre origini o la condotta che avevamo.
Il 14 giugno, malgrado l'orrore recente di tale crimine, mia madre diede
per i figli un banchetto sotto il pergolato della sua vigna nei pressi di San
Pietro in Vincoli. C'erano i miei fratelli, Sancia, il cardinale di Monreale e
alcuni amici intimi, trattati da Vannozza con il suo consueto fasto. Furono
servite le pietanze più raffinate, accompagnate da vini rari. Quando la serata
volgeva al termine, un uomo mascherato si avvicinò a Giovanni e gli
mormorò qualcosa all'orecchio prima di sparire nella notte. L'episodio fu il
pretesto di risate e battute, pensammo a un'avventura galante, e presto gli
invitati presero congedo, ritirandosi a piccoli gruppi verso
il Vaticano. Arrivato vicino al palazzo del cardinale Ascanio,
mio fratello licenziò il suo
seguito e si inoltrò con uno scudiero in una stradina che dà sulla piazza degli
Ebrei, dove lo attendeva l'uomo mascherato. Lo fece montare dietro di
lui dopo aver ordinato al servitore di restare lì: se non fosse rientrato entro
un'ora, che andasse a dormire. Da lontano, gli altri videro mio fratello e il
misterioso accompagnatore sparire nella notte, dopo che egli aveva risposto
con una risata insolente ai loro auguri di una buona e gagliarda notte.
L'indomani Giovanni non era rientrato. Occupato con Cesare nei preparativi
per l'incoronazione di Federico di Napoli, successo al nipote
Ferrandino, mio padre non si preoccupò. Scherzò con coloro che gli erano accanto
su quel giovane re che si diceva fosse morto per aver voluto troppo onorare
la sua sposa e zia, la bellissima Juana di Aragona. A metà giornata Giovanni
non era ancora ricomparso e mio padre manifestò segni d'impazienza,
ipotizzando che il figlio si fosse trattenuto presso qualche dama e non
osasse uscire in pieno giorno nel timore di disonorarla. La sera, la sua
preoccupazione si mutò in angoscia e lo fece cercare nelle stradine del quartiere
ebraico dove, in fondo a un cortile, ritrovarono lo scudiero di mio fratello,
ferito a morte e incapace di parlare. Si capì allora che questi era perduto,
solo nostro padre non voleva crederci, benché fosse «sconvolto nel
più profondo dell'anima». Gli uomini d'arme del Vaticano e i soldati della
Guardia spagnola si misero allora a setacciare il quartiere, con la spada in
mano, seminando il terrore tra gli abitanti, che si affrettavano a rientrare
nelle loro case al riparo di porte e finestre. Quando stava per scendere la
notte, un poveraccio chiamato Giorgio si presentò al bargello: di professione
battelliere, dormiva in una barca sul Tevere, in corrispondenza della
chiesa di San Girolamo degli Schiavoni, da dove sorvegliava un carico di legname
sistemato vicino al ponte di Ripetta. Poco prima che facesse giorno,
aveva visto due uomini uscire dalla strada che costeggiava l'ospedale, guardandosi
attorno con circospezione; altri due li avevano raggiunti, verosimilmente
dopo aver perlustrato i luoghi, per poi andare a prendere un cavaliere
che teneva davanti a sé, sulla sella del suo destriero bianco un cadavere la
cui testa, insieme alle braccia, pendevano da un lato, e le gambe dall'altro. I
due uomini avevano preso il corpo e lo avevano buttato con tutte le loro
forze nel fiume. Poi, su ordine del cavaliere, avevano buttato delle pietre sul
mantello del morto che, gonfio d'aria, galleggiava a pelo d'acqua. Eliminata
ogni traccia, trasportata via dalla corrente, erano spariti in silenzio. Quando
chiesero al battelliere perché non avesse segnalato l'incidente agli uomini di
guardia, rispose che assisteva ogni notte a simili scene e che nessuno si
preoccupava mai di recuperare i corpi inghiottiti dal Tevere.
Scandagliarono il fiume con pertiche e reti. Alla fine riportarono a riva il
cadavere di Giovanni, sporcato dalle immondizie trasportate dalla corrente,
e colpito da nove larghe ferite di cui una gli aveva tagliato la gola da parte a
parte. Lo portarono a Castel Sant'Angelo, dove fu lavato e vestito con la divisa
da capitano generale della Chiesa; poi numerosi prelati e nobili spagnoli
lo accompagnarono alla luce di più di cento torce fino alla chiesa di
Santa Maria del Popolo. Malgrado fosse notte, il popolo si era ammassato
lungo il percorso del corteo funebre, per contemplare un'ultima volta il viso
di colui che aveva prima tanto acclamato e poi altrettanto disprezzato,
mentre si udì levarsi da Castel Sant'Angelo l'urlo di disperazione del papa
che chiamava per nome il figlio defunto. E molti dissero, scuotendo la testa:
«Il Tevere l'ha vomitato come un serpente vomita una preda indigesta!».
Dopo aver sfogato per due giorni il proprio dolore, mio padre convocò
il 19 giugno 1497 un concistoro durante il quale annunciò agli ambasciatori
e ai prelati la tragica scomparsa di Giovanni:
Non poteva esserCi inferto un colpo più duro poiché amavamo il duca di
Gandia più di chiunque altro al mondo. Daremmo volentieri sette tiare per riportarlo
in vita... Dio Ci ha castigato dei Nostri peccati, poiché il
duca di Gandia non meritava una morte tanto terribile e misteriosa.
E dopo aver scagionato il cardinale Ascanio, su cui si erano centrati i
sospetti in un primo momento, a causa dell'incidente occorso nel suo palazzo
qualche giorno prima, e poi tutti gli Sforza, gli Orsini e i Colonna,
mio padre annunciò di volersi ormai dedicare alla riforma della Chiesa,
iniziando con il rinnovare se stesso.
Quando seppi della morte atroce di mio fratello, fui spaventata nell'accorgermi
che non sentivo quasi nulla. Sicuramente ero io stessa troppo
satura di sofferenze perché un dolore esterno mi colpisse. In compenso,
pensai di essere un mostro quando scoprii di essere più sensibile a dei
versi crudeli rivolti al nostro nome e onore:
Che tu sia, Alessandro, un peccatore
Noi lo crediamo fuor d'ogni errore
Con tanta più facilità ora che hai ripescato
Nelle tue reti il figlio amato.
...
Mio padre istituì assieme a sei tra i più devoti ed eruditi cardinali una
commissione di riforma della Chiesa che presiedette ogni giorno. La liturgia
fu semplificata, si emanarono leggi contro il lusso dei prelati, si
vietarono loro concubine e amanti omosessuali, si lottò contro le ambizioni
dei loro parenti, si regolamentò la collazione dei vescovi e la distribuzione
dei proventi, si combatté la simonia. La venalità delle cariche fu
abolita e ci si occupò di regolarizzare il funzionamento della cancelleria.
A questa notizia, le domenicane di San Sisto si rallegrarono e insieme a
loro resi grazie a Dio. Venimmo anche a conoscenza della lettera inviata
da fra Girolamo Savonarola a mio padre:
La fede è superiore ai sensi e alla ragione. Ci innalza sopra il mondo, ci conduce
verso l'invisibile, allarga il nostro spiato. È lei che ci aiuta a sopportare le
afflizioni, a rallegrarci in mezzo alle avversità. Perché sta scritto che il giusto
non verrà mai sconfitto, e il giusto è colui che, per fede, vive nel Signore. Beato
è l'uomo chiamato alla grazia della fede. Che Vostra Santità risponda dunque a
questo fortunato appello in modo che la sua tristezza si trasformi subito in gioia.
La bontà del Signore supera la grandezza dei nostri peccati.
Il papa apprezzò l'appello del priore di San Marco, che aveva tuttavia
scomunicato un mese prima. Mio cugino di Monreale venne a farmi visita
dove mi trovavo in ritiro:
«Pare che l'assassinio di Giovanni abbia aperto gli occhi a tante persone.
Per quanto familiare possa essere per noi la morte, solleva sempre gli
stessi interrogativi, soprattutto quando colpisce brutalmente, proprio lì
dove non ce l'aspettavamo».
Lo ascoltai senza convinzione. Troppo giovane, troppo preoccupata di
me stessa, mi rifiutavo di ammettere che quella morte mi riguardava davvero.
Ed ero proprio sicura che non me l'aspettavo, quand'anche, sicuramente,
non l'avessi mai augurata? Mi ricordai le parole di Cesare.
«Si sa chi ne è l'autore?»
«Si mormorano tante di quelle cose... è più facile dire a chi non si possa
imputare il crimine piuttosto che individuarne il colpevole».
Chiesi notizie di mio padre e di Vannozza. Il papa stava elaborando
una bolla per promulgare la riforma della Chiesa, mia madre era sempre
la stessa e moltiplicava le donazioni e le opere di misericordia. Ognuno a
modo suo cercava una distrazione al proprio dolore. Io stessa, nel mio
isolamento egoista, non cercavo forse di fuggire, se non a un dispiacere
che in realtà non sentivo, almeno al disturbo di vedere turbata una calma
interiore acquisita a caro prezzo e ancora così precaria?
Parlammo dell'opera di riforma intrapresa da mio padre e mi sovvenni
delle ferventi preghiere della mia amica Lucrecia Lopez. Tuttavia, ben
conoscendo mio padre, e il nostro sangue, non potevo fare mie le speranze
che si cantavano innocentemente:
Musici, attori, adolescenti, siano allontanati.
I giuochi e le cacce cessino.
Il papa non alienerà i beni della Chiesa.
I cantori siano onesti.
...
Cesare lasciò Roma il 22 luglio in qualità di legato del papa, per andare
a incoronare re Federico a Capua. Ancora troppo scosso per il dolore,
mio padre non lo vide prima della partenza, né lo vidi io. Il
7 agosto, Jofré e Sancia si misero a loro volta in marcia
verso il Regno di Napoli, e si
videro in questo esilio i primi effetti della riforma intrapresa nella propria
esistenza dal papa. Tuttavia, la bolla pontifìcia non fu mai promulgata
e la cosa non mi sorprese: conoscendo la natura voluttuosa di mio
padre, dubitavo che esistesse qualcosa che potesse mettere un freno alla
dirompente fame vitale che lo faceva andare avanti. Non temeva né Dio
né il diavolo, ma solo l'ora in cui non sarebbe più stato in grado di godersi
la vita. Neanche le condoglianze e i rimproveri di fra Girolamo sortirono
alcun effetto: mio padre esigeva che venisse a Roma per sottomettersi
a lui, ma egli, appoggiato dal popolo di Firenze che aveva sostenuto
durante un'epidemia di peste a costo della propria vita, rifiutò di piegarsi
a ciò che riteneva - non aveva forse ragione? - una negazione della giustizia.
Inoltre, obbediva agli ordini del papa poiché non predicava
più e viveva ritirato a San Marco.
 Note.
4. L'espressione Rupe Tarpèa indica la scarpata del lato meridionale del Campidoglio. Era consuetudine,
dai tempi più antichi fino al secolo I dell'impero, precipitare da essa i colpevoli di delitti
contro lo stato. [n.d.t.]


Capitolo 20.
Divorzio.

(Diario, 21 maggio 1519.)
Ieri non ho scritto, vergogna e disperazione ne sono la causa. La mia
giornata è trascorsa tra le lacrime, ho visto quanto ciò abbia contrariato
Alfonso: è rimasto solo pochi istanti con me e mi ha lasciata senza neanche
dissimulare la fretta. So che va a trovare Laura Dianti, e presso di lei
la gioia e le risate che il mio stato non può dargli. Perciò stamattina ho ricevuto
fra Lodovico senza amenità:
«Non mi aspetto che il Signore mi dia l'impossibile, ma che almeno la
mia anima stia in pace!»
«Madonna, da cosa è turbataVostra Signoria?».
Non osai rispondergli. La gravidanza mi pesa, la musica e le feste mi
mancano, la morte improvvisamente mi spaventa, e temo di non trovare
la grazia agli occhi del Signore. Durante la mia vita ho conosciuto talmente
poche gioie che penso sia ingiusto. Più mi guardo indietro, più sono
tentata di ribellarmi contro la mia condizione attuale e di disperare
sulla mia salvezza.
«Vostra Signoria deve vedere nella promessa di questo bambino un segno
dell'amore divino, e nella prova della malattia un appello al più totale
abbandono. La prova è proprio questa: non siete ancora totalmente
staccata da voi stessa e non vi siete rimessa in tutto alla volontà di Dio».
«Voglio solo ciò che Dio vuole, ma non so cosa voglia!».
Ero sincera. Lo sono sempre.
«Vuole che vi stacchiate da voi stessa e che sposiate la santa povertà,
una povertà del cuore e dell'anima, seguendo l'esempio del nostro serafico
Padre del quale portate la divisa».
Ha ragione. Non ho desiderato e atteso a lungo la grazia di essere accolta
nel terzo ordine francescano? Non sarà stato un altro mio capriccio,
sotto il pretesto della devozione? Non posso crederlo.
«Ditemi, Padre, qualche parola piena di luce che dissipi le
nubi ammassate su di me. Non che esse aprano un cielo ostinatamente velato, ma
che mi aiutino solo a credere che esiste, limpido empireo, al di là della
notte ove si arresta il mio sguardo».
«Fate vostra la parola di nostro Salvatore alla beata Angela di Foligno:
“Figlia mia, non temere e non disperare. Quando sarai corrotta da ogni putrefazione
e morta di ogni morte, io sono abbastanza potente da guarirti”».
Glielo feci ripetere, per esserne pervasa.
«Voi che conoscete tanto bene la vanità della potenza umana, riposate
in Dio che è la vostra forza e consolazione. Dovete solo volerlo e la grazia
divina vi precederà, compiendo dentro di voi ciò ch'ella annuncia. E
non perdete mai di vista che dovete la vostra persona ai figli, che hanno
diritto di ritrovare più tardi la vera immagine, la vera icona della madre.
Lavorate per essere una Veronica in cui possano contemplare il volto misericordioso
di Dio. Che conoscendovi meglio, vi amino ancora di più!».
Tali parole mi hanno portato la pace senza tuttavia alleviare la pena.
Ma così ho sperimentato che la pena non è in grado di eliminare la pace.
Ciò mi è di grande consolazione e mi aiuta ad addentrarmi nel cammino
della verità, che è anche quello dell'amore. Ne sono ormai certa da tempo,
perché dovrei quindi cedere al turbamento causato da un timore che
la fede mi dice che non ha ragione di esistere?
...
Parlerò del mio divorzio con Giovanni Sforza. Era già da molto tempo
che eravamo congiunti solo di nome. Avevo rinunciato a qualunque gioia
che potessi dividere con lui e, se non fosse stato per il timore che mi
avrebbe fatta risposare altrettanto infelicemente, avrei da molto tempo
sollecitato mio padre ad annullare un'unione che non era stata consumata.
Quando firmai gli atti preparatori alla separazione definitiva, non rilessi
neanche la dichiarazione in cui lo affermavo: «Ho passato più di tre
anni nella sua famiglia in qualità di moglie, senza che si realizzasse la consumazione
delle nozze, non più dell'intimità coniugale né dell'unione
carnale, fatto che sono disposta a giurare e per il quale sono pronta a sottopormi
al giudizio delle matrone».
Siccome mi trovavo a San Sisto, e lui a Pesaro, iniziavo per la prima
volta a godere di una completa libertà interiore, certa che l'affare si sarebbe
concluso in breve tempo. Ma non avevo calcolato l'indolenza di
mio marito e la furbizia di mio padre. Preoccupato di preservare un onore
che aveva perso da molto, e di conservare la mia dote, Giovanni rifiutò
che il divorzio fosse dichiarato di comune accordo, come invece si augurava
mio padre e come gli consigliava il cardinale Ascanio. Recatosi a
Milano per chiedere l'appoggio del Moro, non fece altro che rendersi ridicolo.
Nell'intento di aiutarlo, Ludovico gli chiese di dar prova di aver
consumato la nostra unione «più di mille volte», stando a ciò che diceva
lui: ci saremmo ritrovati a Nepi, nella residenza del cardinale Ascanio, e
lì, in presenza di alcuni testimoni di entrambe le famiglie, avremmo fatto
l'amore. In questo modo avrebbe dimostrato che era capace di possedermi.
La certezza di non riuscirci, più che il pudore o il timore di oltraggiarmi,
gli fece rifiutare tale odiosa proposta. Ludovico allora gli propose
di «darne prova con alcune dame». Si rifiutò ancora una volta, e tornò
a Pesaro mentre il Moro confidava all'ambasciatore di Ferrara a Milano:
Se stringessimo un cappio intorno al collo di Giovanni confesserebbe subito
di non avere avuto rapporti né con la sorella del marchese di Mantova, sua prima
moglie, né con madonna Lucrezia: se fosse stato coraggioso si sarebbe cavato
d'impiccio; e se fosse stato sicuro di non dover restituire la dote, non farebbe
tanti problemi per acconsentire al divorzio.
Siccome mio padre lo spingeva con finto affetto ad accettare la separazione,
egli scrisse al cardinale Ascanio:
Non voglio in alcun modo acconsentire a un annullamento che nessuno, da
Dio fino all'ultimo degli uomini, potrebbe ragionevolmente concludere, e quand'anche
acconsentissi, non sarebbe valido, visto ciò che è accaduto tra me e madonna
Lucrezia, come ho già detto più esplicitamente all'illustrissimo duca vostro
fratello, e che per il momento non ho voglia di dire né dirò a meno che non
vi sia costretto. Ma se il papa vuole agire nei miei confronti con la forza e non
secondo giustizia, come mi sembra che Sua Santità faccia, vorrà dire che perderò
il mio stato e la vita piuttosto che l'onore, e dirò senza riguardi, benché mal
volentieri, ciò che ho già detto una volta a Monsignore il duca e che è la pura verità,
affinché tutti capiscano che ogni ragione è dalla mia parte.
Di queste cose non sapevo nulla, le appresi solo in seguito. Il processo
di divorzio continuava davanti al tribunale della Rota. Il cardinale Ascanio
mi raccontò poi che, in effetti, mio padre aveva voluto prevaricare le
decisioni del tribunale, che affermava che le sue proposte non erano «né
giuste, né oneste, né conformi alle norme giuridiche». Allora mio padre
dichiarò, molto mal volentieri, che si sarebbe attenuto alla scelta del genero
a patto che il nome dei Borgia non fosse stato macchiato: il consenso
delle due parti sarebbe stato sancito o da una sentenza del supremo tribunale
o da una bolla pontificia. Giovanni optò per la sentenza, dichiarando
a gran voce che non avrebbe mai sottoscritto l'affermazione secondo cui
«non aveva conosciuto madonna Lucrezia». Mio padre, dal canto suo,
esigeva ch'egli riconoscesse che «aveva lasciato intatta madonna Lucrezia»,
in modo che, secondo l'ambasciatore del Moro, «quest'affermazione
consentisse al papa di rifilare sua figlia a un altro marito». Grazie alle
pressioni esercitate su di lui da Ludovico il Moro e dal cardinale Ascanio,
che minacciavano di togliere la loro protezione a Pesaro, mio marito capitolò
e il 18 novembre firmò quello che ci si aspettava da lui, aggiungendo:
«Se Sua Santità vuole stabilire giustizia a modo suo, non posso oppormi:
che Egli faccia ciò che vuole, ma Dio è al di sopra di tutto».
...
Ricevetti da mio padre l'ordine di presentarmi in Vaticano il 22 dicembre
1497, per presenziare alla lettura dell'atto di annullamento del mio
matrimonio che mi dichiarava virgo intacta. Fino a quel momento avevo
goduto, spensierata, della quiete di San Sisto. Lontana dalle agitazioni,
mi ero lasciata andare al languore dell'estate, che spargeva su ogni cosa
una calda luce dorata, e poi a un autunno colmo del profumo delle ultime
rose. Il messaggero di mio padre, che ne era anche il primo cameriere,
si chiamava Pedro Caldés e si presentava alla porta del monastero più
spesso di quanto il suo compito, recapitarmi le missive, esigesse. Un giorno
sfiorò per disattenzione la mia mano... Un'improvvisa sensazione di
calore si diffuse in tutto il mio corpo, mi sembrava di bruciare immersa
in un focolare insieme soave e atroce. Vide il mio turbamento, impallidì
e poi arrossì. Sparì per qualche giorno, io non pensavo più che a lui.
Quando lo rividi, ci amammo semplicemente, senza riflettere. Furono
dolci amori, un po' melanconici poiché sapevamo entrambi che sarebbero
rimasti effimeri. Ciò aggiunse del fascino alla situazione. Fu lui a fare
di me una donna, in un'estasi nella quale non trovai nulla di quanto scritto
da Barbara di Brandeburgo, nonna di Francesco Gonzaga, in una lettera
alla figlia che si lamentava della rudezza del marito tedesco:
La mia notte di nozze, al contrario della cerimonia di cui mi ricordavo appena,
è trascorsa come un sogno. Ero sfinita dai festeggiamenti che andavano
avanti da oltre due giorni per il ritorno di vostro padre. Il mantello pesava sulle
spalle come un giogo. Non appena mi ritrovai nella mia stanza, libera di questo
fardello, mi assopii immediatamente. Ludovico s'infilò nel mio letto. Ebbi a mala
pena il tempo di aprire gli occhi. Sentii un peso terribile opprimermi il petto.
Si alzò dal letto, mi ordinò di uscire, e verificò che le lenzuola fossero sporche di
sangue. Partì subito per andare a caccia. Lo rividi solo otto giorni dopo.
Adolescenti, ci scambiavamo in segreto queste frasi, ricopiate all'infinito
su pezzetti di carta per farci coraggio in prospettiva delle nozze. Ma sospetto
anche che ci permettessero di tenerle per incoraggiarci a scegliere il
convento. Con Perotto - chiamavo così il mio amante - non ci fu nessun simile
orrore, fu solo la celebrazione dei nostri corpi e il godimento dell'attimo
fugace. Presto mi accorsi di essere incinta, ero felice di portare in
grembo un bambino. Mi confidai con madre Girolama Pichi che limitò,
per quanto le fu possibile, i nostri incontri. In un primo momento gliene
volli, ma presto pensai solo alla vita che cresceva dentro di me. Mio padre
ne fu informato e, stranamente, non mi chiese nulla né mi biasimò. Con
l'aiuto della fedele Pentasilea, indossai vestiti ampi per andare in Vaticano
al fine di presenziare all'annullamento del matrimonio. Era tuttavia difficile
celare una gravidanza tanto avanzata, e i prelati del tribunale della Rota
non s'ingannarono. Ascoltai il cardinale d'Alessandria liberarmi, in nome
del tribunale supremo portatore dei giudizi di Dio, da ogni impegno verso
Giovanni Sforza, conte di Pesaro. Non risi quando mi dichiarò virgo intac-
ta e gli risposi in latino per ringraziarlo, «con tanta eleganza e gentilezza
che non avrei potuto dire più argutamente e con maggiore grazia neanche
se fossi stata un Tullio». Furono le parole dell'ambasciatore del Moro al
suo padrone. Non sentii né fastidio né vergogna perché sapevo che Giovanni
mi aveva lasciata davvero intatta, e anche i prelati lo sapevano.
...
Da allora rimasi nei miei appartamenti di Santa Maria in Portico.
Adriana e la mia piccola cameriera mora Caterina mi coprirono di attenzioni.
Non vedevo più Perotto, e mi era rimasta solo la nostalgia di un bel
sogno. Mio fratello Cesare, di ritorno da Napoli, venne a trovarmi: vedendo
il ventre arrotondato, impallidì e, per l'unica volta in vita
mia, vidi i suoi occhi riempirsi di lacrime. Non disse niente.
Qualche giorno dopo seppi che quando aveva incontrato Perotto,
vicino agli appartamenti
di mio padre, gli era andato incontro sfoderando la spada e lo aveva inseguito
fino ai gradini dello scranno pontificio, dove lo aveva colpito ripetutamente,
nonostante nostro padre cercasse di proteggere il proprio
cameriere coprendolo sotto il mantello. Poco tempo dopo, ripescarono
dal Tevere il cadavere di Perotto, con piedi e mani legate, e qualche giorno
dopo quello di Pentasilea. Sapevo bene chi era l'autore di tali crimini,
ma feci finta di nulla: ciò che mi importava era di preservare il bambino
che portavo in grembo. Era un maschio, venne alla luce il 18 marzo
1498, e lo chiamai Giovanni. Fu la mia gioia per le poche settimane durante
le quali lo potei tenere con me.
Il pugnale di Cesare non aveva ucciso solo Perotto, aveva anche annientato
quel po' di fiducia e di affetto che, per la nostalgia della comune
infanzia felice, nutrivo verso questo fratello amato ciecamente poiché
poco conosciuto. Non c'era motivo perché lo amassi, e imparai allora a
nascondere, sotto un'aria immutabilmente serena, ciò che pensavo davvero,
accordando ormai la mia fiducia solo a pochissimi.

 Capitolo 21.
Preghiera.

(Diario, 23 maggio 1510.)
Ieri non ho scritto nulla. Avevo bisogno di rompere con le confidenze
dolorose che ero stata spinta a fare prima di riprendere il filo del racconto
per i miei bambini. Per consolazione, ho ricevuto da Milano una lettera di
suor Arcangela che conteneva anche un sonetto di Veronica Gambara:
A l'ardente desio, ch'ognor m'accende
Di seguir nel cammin, ch'al ciel conduce,
Sol voi mancava, o mia serena luce,
Per discacciar la nebbia, che m'offende.
Or poi che ‘l vostro raggio in me risplende;
Per quella strada, ch'a ben far n'induce,
Vengo dietro di voi fidato duce:
Che ‘1 mio voler più oltra non si stende.
Bassi pensieri in me non han più loco:
Ogni vil voglia è spenta, e sol d'onore,
E di rara virtù l'alma si pasce,
Dolce mio caro ed onorato foco:
Poscia che dal gentil vostro calore
Eterna fama e vera gloria nasce.
Questa preghiera trova eco in me. L'ho ricopiata, ha nutrito e rischiarato
la mia giornata. Suor Arcangela Panigarola è una monaca di clausura
di Santa Marta di Milano che mi ha fatto conoscere il cardinale Ascanio:
discepola molto amata della beata Veronica di Binasco, che impressionò
tanto mio padre, ha fondato l'Oratorio dell'Eterna Sapienza, che è
«un seminario di tutte le opere belle di Milano, frequentato dalle persone
più spirituali e da ogni ordine di monaco». È molto legata a suor Lucia,
con la quale condivide la profonda passione per fra Girolamo Savonarola.
È stata lei a consolare la vedovanza di madonna Veronica, che
l'anno scorso ha perso il marito tanto amato, e mi onora della
sua amicizia. Ho scritto a madonna Veronica per informarla
della mia partecipazione al suo dolore, e mi ha risposto
gentilmente, mettendomi a parte
dell'epitaffio ispiratole, a partire dal lamento di Didone nell'Eneide, dall'amore
per il defunto marito:
Colui che primo mi legò
Possiede il mio amore,
per sempre
lo mantenga nella tomba.
Veronica Gambara veste ormai solo di nero, e lo esige da ogni membro
della sua corte; nel palazzo di Correggio si dedica agli studi e alla poesia,
legge il latino e il greco, è in corrispondenza con filosofi e teologi, veglia
sull'educazione dei figli Girolamo - così chiamato in onore del predicatore
di San Marco - e Ippolito.

 Capitolo 22.
La più perfetta felicità.

(Diario, 25 maggio 1519.)
La felicità, si può raccontare? Sono convinta che non esistano parole o
frasi atte a esprimerla: coloro che ne parlano, fino a stordirsi con il loro
parlare, non sono felici. L'ho forse vista intorno a me? Mi è difficile rispondere.
Sicuramente la mia amica Lella Orsini l'ha conosciuta durante
il brevissimo matrimonio con Angelo Farnese, ma proprio perché se ne
ricordava troppo morì anzitempo, presso le murate, dove si era ritirata
dopo essere rimasta vedova. Lucrecia Lopez, che ha perso di recente il
marito, mi scriveva di aver assaporato nel matrimonio una felicità indescrivibile,
che tuttavia non è neanche paragonabile alla gioia che sta scoprendo
ora nel ritiro delle poverelle di Santa Chiara d'Assisi, dove ha appena
preso il velo. Solo Giulia mi confessa, nelle lettere inviatemi:
Felice? Mai... Ho conosciuto appagamenti, soddisfazioni, piaceri, agi, ma
non la felicità. L'ho forse intravista, attraverso furtive e impalpabili scintille, ma
non so cosa sia né la felicità, né la gioia, né la pace. Ora tuttavia, la vita non è un
peso, perché non mi aspetto più nulla. L'aver posseduto tutto mi permette di essere
distaccata da tutto.
La bella Giulia lasciò definitivamente Roma nel 1499. Da allora visse
accanto al marito Orsino, che a volte la picchiava, a volte la copriva di
fiori e gioielli, e che ebbe la felice idea di passare presto a miglior vita:
una notte dell'anno giubilare 1500, il soffitto della sua stanza crollò seppellendolo.
Adriana fu l'unica a piangerlo, e per elogio funebre, i romani
- che sempre furono beffeggiatori - profetizzarono che «la moglie avrebbe
avuto la fortuna di cambiare banchetto». Lei, infatti, si risposò con un
ricco barone del Regno di Napoli, che la accontentò senza tuttavia renderla
felice. Si chiamava Giovanni Capace di Bozzato e si diceva fosse
«assai ben dotato di ciò che non si può vendere»: era per tale nomea, si
assicurava, che la voluttuosa Giulia lo aveva sposato.
L'annullamento del matrimonio non era stato ancora pronunciato che
già mio padre e Cesare erano alla ricerca di un nuovo marito, che servisse
ai loro scopi. Non ero stupida ma, non avendo alcuna vocazione per il
convento, non potevo sottrarmi alle esigenze della politica. E non è forse
nella natura del politico di piegare il diritto - e ancor più il sentimento -
alla necessità del momento? L'unica speranza che mi restava per evitare
un'unione che aborrivo a priori era l'ignominia legata al mio nome e il
disonore che aveva gettato su di me Giovanni. Non contento di aver dichiarato
pubblicamente che ero l'amante di mio fratello, addusse a pretesto
la maternità per insinuare che lo ero anche di mio padre, e pagò il
poeta Sannazzaro - lo stesso che aveva schernito la morte di Giovanni -
affinché mettesse il proprio talento al servizio del mio disonore:
In questa tomba giace una che ebbe il nome di Lucrezia,
ma che fu una Taide.
Di Alessandro figlia, sposa, nuora.
Fui tanto ingenua da credere che nessun uomo perbene si sarebbe abbassato
a sposare una depravata simile, e che quindi mi avrebbero lasciata
trascorrere dei giorni tranquilli a Santa Maria in Portico con il mio
bambino. Ma nulla sembrava turbare i pretendenti: o non credevano a
tali calunnie o grandi motivazioni li spingevano a cercare un'alleanza con
la nostra famiglia.
Il primo fu Antonelli Sanseverino, figlio del principe di Salerno. Questo
giovane cavaliere, coraggioso e intelligente, fece chiedere la mia mano.
Il papa lasciò credere che l'unione si sarebbe conclusa e che lo avrebbe
nominato capitano generale della Chiesa. Il re di Napoli ne fu contrariato
poiché i principi di Salerno, potente famiglia del suo regno, erano
alleati della Francia. Gli Sforza si allarmarono quando, il 7 aprile 1498,
improvvisamente morì Carlo ottavo: il suo successore - il cugino Luigi
d'Orléans - avanzò delle pretese sul Milanese in nome dell'antenata Valentina
Visconti, la cui nipote Bianca altri non era che la madre di Ludovico
il Moro, al quale lei aveva portato la Lombardia. Siccome, per giunta,
il nuovo re di Francia, che aveva preso il nome di Luigi XII, si proclamava
sovrano di Napoli, il disappunto di re Federico si trasformò
in furore e stipulò un'alleanza con il Moro. Con il pretesto di scongiurare la
minaccia di una nuova invasione francese, entrambi incaricarono il cardinale
Ascanio di dissuadere mio padre dall'unirmi a Sanseverino: suggerì
di sposarmi a Ottaviano Riario, figlio della dama di Forlì.
Mio padre non voleva più sentir parlare di Sforza, ma per la madre, finse
di gradire il progetto. In realtà, nutriva il proposito di unirmi ad Alfonso,
fratello di Sancia, per stringere il legame tra la nostra casata e
quella di Napoli, preparando così il matrimonio di Cesare con donna
Carlotta di Aragona, figlia di re Federico: in questo modo mio fratello
avrebbe legittimamente ambito alla successione sul trono di Napoli.
Non mi misero al corrente di questi calcoli e delle loro trattative segrete.
Come tanti, venivo a conoscenza degli avvenimenti senza conoscerne
le cause occulte né misurarne le conseguenze. Così fu per la condanna ed
esecuzione di Savonarola insieme a due confratelli, il mattino del 23
maggio 1498, vigilia dell'Ascensione: sembrava che fosse stato ripudiato
da Firenze che solo qualche mese prima si era data a lui nell'esaltazione
di una follia mistica. Se la città lo disconobbe fu perché mio padre aveva
lanciato contro essa l'interdetto, e fatto arrestare i mercanti fiorentini di
Roma sotto la minaccia della scomunica; il mercato fiorentino correva
così il rischio di cadere in rovina e gli uomini d'affari si sollevarono contro
il predicatore di San Marco, ritenuto il responsabile della vendetta
pontificia. Il cardinale di Monreale mi confidò a parte che Savonarola
era stato orribilmente torturato e che la sua morte era predestinata.
Allo stesso modo, chi avrebbe potuto capire l'avvicinamento che avvenne
tra mio padre e il re di Francia, pur rimanendo integra l'alleanza
con Milano e Napoli, senza sapere che l'avvallo di Luigi XII era indispensabile
affinché Cesare potesse sposare donna Carlotta? Siccome viveva
alla corte di Francia, la principessa era incline ad adeguarsi al suo volere.
Vi chiederete allora da quale interesse potesse essere spinto Luigi XII a
compiacere in questo modo mio padre e mio fratello. Quello più impellente
per un sovrano: la necessità di ottenere l'annullamento della sua
unione con una moglie detestata. Quando era ancora solo duca di Orléans,
era stato costretto a sposare la principessa Giovanna, figlia di re
Luigi XI, che né il suo sangue reale né l'estrema devozione avevano salvato
da una bruttezza senza eguali: dicevano fosse deforme, zoppa e incapace
di procreare. Non so quanto di vero vi fosse in tali affermazioni,
poiché altri mi avevano assicurato che la sua bruttezza non
era così ripugnante per come si diceva. Ma Luigi XII voleva
ripudiarla per sposarsi
con l'altera Anna di Bretagna, vedova del suo predecessore ed ereditiera
del ducato, e poneva come condizione all'alleanza con Cesare la bolla di
dispensa che solo mio padre poteva concedergli.
...
Il 21 luglio 1498, sposai in Vaticano Alfonso di Aragona, duca di Bisceglie,
al quale ero stata unita per procura un mese prima. Testimoni erano i
cardinali Ascanio, Juan Lopez - padre di Lucrecia, che ebbi la gioia di rivedere,
sempre felicissima del suo matrimonio - e Juan Borgia, nipote del cardinale
di Monreale. Juan Cervillón, capitano della guardia pontificia, tenne
la spada sopra le nostre teste. Il mio sposo era davvero «il più bel adolescente
mai visto a Roma» e ne rimasi affascinata dal primo sguardo, dai primi
sorrisi. Non osavo credere alla felicità che provavo. Mi diedi al mio sposo
senza timori né reticenza, nel piacere di sentire il mio corpo aprirsi a lui
e a se stesso, dischiudersi al risveglio di quello dell'altro, dei miei sensi alla
fine appagati e sentendomi soddisfatta solo dopo che anche lui lo era. Fin
dalla prima notte, capimmo che la nostra unione era una benedizione, essendosi,
i nostri corpi, così come i cuori, incontrati in una sorta di evidenza.
Quando l'indomani mi presentai alla cena offerta da mio padre in nostro
onore, Lucrecia Lopez venne ad abbracciarmi affettuosamente:
«Finalmente ti vedo così come volevo! Hai la bellezza del vero amore».
Ero sicuramente bella, resa ancora più bella dalla tenerezza che mio marito
riversava su di me. E se il vestito di stoffa sottile di Cambrai con ricami
in raso cremisi mi donava, se le perle grandi come piselli che trattenevano
i boccoli ne ravvivavano la lucentezza, non era loro il merito della mia
bellezza, come non lo era degli unguenti e delle lozioni di Caterina Sforza.
Un incidente turbò la festa, ma ero talmente felice che mi parve una
sciocchezza. Gli uomini di Cesare e quelli di Sancia vennero alle mani
per una questione di precedenze, alcuni cardinali ricevettero dei colpi, e
per alcuni minuti mio padre si ritrovò in mezzo a bastoni e spade sguainate.
La sua naturale maestosità e l'autorità della voce ebbero ragione
del disordine, di cui tutti poi risero durante la cena, e Sancia si mostrò civettuola
e insolente con Cesare, e le sue dame parimenti con gli amici di
mio fratello. Mi sovvenne la riflessione dell'ambasciatore di Mantova in
occasione dell'ingresso di mia cognata a Roma, due anni prima:
«La pecora, dal suo atteggiamento e aspetto, si arrenderà
presto al desiderio del lupo. Quanto alle sue compagne, sono
assolutamente degne della loro
padrona e si dice pubblicamente che questa dia un bell'esempio».
Durante la cena mi fecero scivolare tra le mani un biglietto, di cui mio
marito Alfonso s'impossessò per gioco. Siccome ridendo cercavo di riprenderlo,
lo aprì e lo lesse, lo vidi allora impallidire e i suoi profondi occhi
azzurri si velarono. Ma si riprese e, abbracciandomi, mi strinse a sé:
«Avete molti nemici...».
Chiesi di leggere il biglietto:
«Fate pure, ma sappiate che amandovi non credo a tali fandonie».
Era ignobile: «E così, Lucrezia, sempre ti brama il Sesto Alessandro?».
Era sicuramente una vendetta di Giovanni: è vero che un odio che sa
tacere è di gran lunga più pericoloso di un'aperta inimicizia.
...
Il 17 agosto furono riuniti in concistoro i cardinali convocati per la secolarizzazione
di Cesare. C'era un caldo umido e pesante, senza neanche
un alito di vento che lasciasse presagire a un temporale riparatore. Alfonso
e io eravamo andati a cavallo verso il porto di Ostia per trovare sollievo
con la brezza marina. Al rientro, la sera, il cardinale Ascanio, presso
il quale cenavamo a notte inoltrata, ci raccontò come si era svolta la seduta,
segnata da una scenata di don Garcilasso de la Vega, ambasciatore
dei Re cattolici. Mio padre, e poi Cesare, avevano esposto i motivi che
spingevano questi a sollecitare il proprio ritorno allo stato laico, quando
il diplomatico spagnolo denunciò con veemenza «quell'abuso che permetteva
[a mio fratello] di sbarazzarsi della porpora come fosse stato un
vestito vecchio per diventare principe in Francia». Il papa gli fece presente
che le dimissioni del cardinale di Valenza avrebbero reso vacanti
numerosi benefici ecclesiastici per un valore di più di trentacinquemila
ducati, benefici di cui avrebbero usufruito Ferdinando e Isabella per i loro
fedeli. Di colpo, Garcilasso si ritrovò a caldeggiare la laicizzazione con
la stessa foga con la quale vi si era opposto appena qualche attimo prima.
«Spagnoli ipocriti!», urlò il cardinale Ascanio, «quando noi andiamo a
far visita a una dama, mettiamo di posta una guardia con una spada, loro
invece ci lasciano un monaco con il rosario!».
Lo stesso giorno, il barone di Trans, ciambellano di Luigi XII, presentò
le lettere patenti che facevano mio fratello cavaliere dell'ordine di Saint
Michel, duca di Valence, in Francia, conte di Die e signore di Issoudun,
con proventi per ventimila livree. Cesare doveva partire immediatamente
per giurare fedeltà al suo nuovo sovrano e mettersi al suo servizio, ma
un'improvvisa recrudescenza del mal francese, contratto a Napoli l'anno
precedente, lo trattenne per due mesi a Roma. Nascondeva sotto una
maschera le stimmate della malattia.
Con mia grande felicità, seguivo con occhio distratto le trappole e i
meandri della politica, perfino quella delle nostre casate. Quando, il primo
ottobre, Cesare ci lasciò per andare in Francia, con un seguito dall'ineguagliabile
fasto che fece cadere nell'oblio quello di nostro fratello
Giovanni, lo vidi partire senza rimpianti né emozione.
...
Alfonso e io conoscemmo un anno di felicità. Una felicità tranquilla,
senza ombre né nubi di alcun tipo, eccetto il bambino che persi il 9 febbraio
1499. Durante quella bella giornata di fine inverno, limpida e soleggiata,
il cardinale Lopez ci aveva invitati per un rinfresco nella sua residenza
tra le vigne, in occasione del soggiorno della figlia Lucrecia. Avevo
appena saputo di essere incinta ma, tutta presa dall'allegria delle nostre risate,
non ci pensai e, mentre gli uomini se ne stavano tra loro a parlare di
politica, proposi alla mia amica e alle nostre dame di giocare a inseguirci
tra i viali e i labirinti del giardino. Mentre correvo, incespicai in una radice
e caddi, trascinando nella caduta una compagna di Lucrecia che mi rotolò
addosso. Perdetti i sensi. La sera persi il bambino che portavo in
grembo. Mio padre ne fu contrariato e mi sgridò, Alfonso mi consolò.
Non esistono parole in grado di tradurre la perfezione serena dell'unione
che mio marito e io conoscemmo a quell'epoca. Trovavo in lui l'amico
e il migliore amante che una donna potesse desiderare, e so che egli
aveva riconosciuto in me la dama delle sue cavalleresche aspirazioni.
Non c'era giorno in cui non fosse attento nei miei riguardi, non avesse un
gesto tenero, una parola, un fiore raccolto solo perché pensava avrebbe
ravvivato la brillantezza dei miei capelli, lì dove l'avrebbe sistemato. Mi
ha riempita di gioielli e parure - le adoravo, lo sapeva - ma soprattutto
mi ha resa consapevole, poiché mi amava, della mia capacità di amare a
mia volta, in maniera piena. Era solo per lui che mi facevo
bella a suo gusto, per lui solo rendevo i nostri incontri una
festa, dei nostri appartamenti
in Santa Maria in Portico il regno delle sue delizie.
Ricevevamo i nostri amici, il cardinale Ascanio, il cui favore presso mio
padre era di nuovo allo zenit e che mi fu sempre fedele; il cardinale Lopez,
che ci invitava alle battute di caccia nei suoi possedimenti vicino
Ostia, dai quali rientravamo sfiniti ma felici, con una profusione di cervi
e caprioli; mio cugino di Monreale, che al mal francese aggiungeva un
principio di idropisia, sopportando con serenità l'uno e l'altro come giusta
punizione degli errori passati. Spesso Aurelio e Raffaele Brandolini
venivano a deliziarci di frammenti di eloquenza: gemelli fiorentini di nobile
lignaggio e ciechi dalla nascita, erano stati affidati agli eremiti di Sant'Agostino,
presso i quali avevano preso l'abito. La loro malattia non gli
aveva impedito di studiare: avevano ingentilito il loro sapere con squisita
modestia e con quella malinconia che spesso si riscontra nelle persone
colpite da cecità. L'accademico Fausto Capodiferro ci recitava i propri
poemi, Cimilino - il divino Aquilano - improvvisava i suoi che cantava
accompagnandosi con il liuto. Ci intrattenevamo con il loro amico Vincenzo
Calmeta, cortigiano prima che artista, di cui apprezzavamo i discorsi.
Facevamo suonare e danzavamo, sia tra di noi che in occasione dei
balli che si tenevano al Vaticano. Andammo anche a trovare Michelangelo nel suo studio quando stava lavorando alla Pietà, e andammo ad ammirare
i progetti che Donato d'Angelo, chiamato il Bramante, aveva realizzato
per collegare, tramite una galleria, gli appartamenti pontifici al
Belvedere. E ne stava già abbozzando altri per trasformare e ingrandire il
palazzo. Adriana si univa a noi, così come mia cugina Angela Borgia, nipote
del cardinale di Monreale, e sua sorella Geronima, sposata a Fabio
Orsini. Lucrecia Lopez dormiva da me quando veniva a trovare il padre.
Jofré e Sancia non mancarono di venire a trovarci, benché la dolcezza e
riservatezza di mio marito mal si accordassero con la foga della sorella.
Così trascorse un anno della nostra vita, tra la felicità di piaceri quotidianamente
rinnovati. Il figlio che avevo avuto da Perotto era stato affidato
a una balia che lo curava più dei suoi stessi figli. Mio padre si mostrava
benevolo, Cesare era lontano, la pace regnava in Italia, poiché il
papa aveva saputo rassicurare gli Sforza e il re di Napoli in merito all'alleanza
della Santa Sede con la Francia: troppo occupato nella sistemazione
della sua situazione matrimoniale, re Luigi XII non avrebbe varcato le
Alpi. Nessuno sapeva allora che mio padre ci stava ingannando tutti.
  Capitolo 23.
Il “Valentino”.

(Diario, 26 maggio 1519.)
Mio padre riceveva dalla Francia notìzie che a volte lo riempivano di
soddisfazione, altre lo colmavano di furore. Non ci facevo alcun caso,
tutta presa dalla gioia di una nuova gravidanza. Il 16 marzo 1499, un
messaggero di Cesare, chiamato Garcia, giunse in Vaticano con l'unica
notizia che mio padre aspettava: mio fratello era sposato e il matrimonio
consumato. Donna Carlotta di Aragona non aveva ottenuto il consenso
del padre a sposare mio fratello; ne fu consolata poiché non voleva affatto,
diceva, essere chiamata “Madama la Cardinale”. In realtà non provava
alcuna attrazione per mio fratello e il re di Napoli rifiutava ciò che riteneva
una mésalliance, preferendo, diceva, «perdere la vita e la corona
piuttosto che acconsentire a tale unione». Cesare aveva dunque sposato
Carlotta d'Albret, sorella del re di Navarra e parente della regina Anna
di Bretagna. Questa aveva sposato re Luigi XII, la cui unione precedente
con la povera Giovanna di Francia era stata annullata da un tribunale ecclesiastico.
Pensai soprattutto alla povera moglie abbandonata, umiliata
e sola. La chiamavano santa, ma la santità non preclude la sofferenza.
Il 23 maggio, a Roma ci furono grandi festeggiamenti per le nozze di
Cesare, che si trovava sempre in Francia. Gli ambasciatori stranieri videro
in ciò, a giusto titolo, il segno che il papa aderiva all'alleanza stretta tra
la Francia e Venezia contro gli Sforza. Il cardinale Ascanio ci faceva partecipe
delle sue preoccupazioni e la sera, quando veniva a trovarci, prendevo
il mio Canzoniere rilegato in pelle rossa con ferretti in rame per distenderlo
con qualche canzone che accompagnavo con la viola. Ma restava
preoccupato, e lo diventava anche Alfonso. Piano piano, venimmo a
sapere che, per sposarsi, mio fratello aveva dovuto impegnarsi ad aiutare
Luigi XII a conquistare Napoli e il Milanese. Non sorprendeva quindi
che il re di Francia lo ricoprisse di onori e di beni, mentre, dietro le spalle,
si faceva beffe del fasto e delle ricchezze di cui questi faceva sfoggio:
«Non vi è dubbio alcuno che lo deridesse, lui e la sua corte, dicendo che
era troppo per un piccolo duca di Valentinois».
Cesare veniva ormai chiamato “il Valentino”. La notte del 13 luglio, il
cardinale Ascanio fuggì da Roma, arrivò al suo feudo di Nepi e da lì raggiunse
suo fratello a Milano. Alfonso si preoccupò, ne parlammo, ma, accecata
dall'amore, non vedevo il pericolo. Sancia che malgrado le stravaganze
rimaneva lucida, venne ad avvertirmi di stare attenta, mi supplicò
di fuggire con Alfonso. Non volli ascoltarla. Con il mio bel marito avevo
ritrovato l'infanzia, un'infanzia che non avevo mai conosciuto per davvero,
e così avevo perso tutta la prudenza; vivevo unicamente nella pienezza
del presente e mi ricordavo dei versi che una volta mi aveva insegnato
la mia amica Maddalena de' Medici:
Chi vuol esser lieto sia
Di doman non c'è certezza.
Perché il tempo fugge e inganna,
incostante è la fortuna:
sola la morte non si muove, essa solo perdura.
La mattina del 2 agosto, Alfonso lasciò Roma a cavallo, scortato da uomini
di fiducia a arrivò a Genazzano, dove i Colonna, amici della famiglia
Aragona, gli offrirono un riparo sicuro. La sua fuga mi riempì d'angoscia,
ma mi aveva lasciato un biglietto in cui mi ordinava di raggiungerlo
non appena possibile. Non lo ebbi.
Mio padre mise delle guardie al palazzo di Santa Maria in Portico. Ordinò
a Sancia di partire e lei, il 7 agosto, dopo un violento alterco, si esiliò
a Napoli. Lo stesso giorno ricevetti l'ordine di raggiungere Spoleto, di
cui mi aveva nominata governatrice. Conferendomi una carica riservata
abitualmente ai prelati, mio padre sperava di sopire le mie apprensioni,
poiché sapeva quanto tenessi all'onore. Non mi lasciai ingannare: ero
prigioniera. Il progetto di fuggire durante il tragitto per raggiungere Alfonso
svanì quando seppi che mi avrebbero accompagnata mio fratello
Jofré e nostra cugina Geronima Borgia, insieme al marito Fabio Orsini.
Lasciammo il Vaticano l'indomani, seguiti da una di quelle scintillanti
scorte che amava spiegare mio padre in occasione di ogni nostro spostamento.
Arrivati a Porta del Popolo, solo i familiari e le genti d'arme proseguirono
con noi. A causa del caldo opprimente, che la gravidanza mi
rendeva insopportabile, il viaggio si svolse per piccole tappe attraverso i
campi bruciati dal sole estivo e le foreste ombreggiate di querce e castagni.
Il 14 agosto Spoleto era all'orizzonte: dalla cima di una collinetta,
potemmo ammirare la fiera fortezza, che domina la città, fatta in pietre
rossastre incastonate in una oscura corona di lecci. Poi scendemmo nuovamente
a valle fino al castello di Porcaria, dove pranzammo prima di arrivare
in città. Gli abitanti avevano innalzato degli archi trionfali e steso
alle finestre gonfaloni ricamati, magnifiche tappezzerie dai colori sfavillanti
e ghirlande; l'accoglienza riservatami dalle autorità cittadine e dalla
popolazione mi toccò, anche per l'allegria spontanea con la quale questa
gente mi riceveva in quanto loro signora.
Per un mese cercai di adempiere agli obblighi previsti dal mio incarico.
Ciò faceva sì che i giorni scorressero e che il desiderio e la speranza di rivedere
presto mio marito mi cogliessero solo la sera. Sottoponevo all'attenzione
dei notabili i brevi emanati dalla cancelleria pontificia, concedevo
udienze in cui ascoltavo le lamentele e studiavo le suppliche, accoglievo
chiunque volesse parlarmi, mentre Jofré e Fabio passavano le giornate
a cacciare nelle foreste dei dintorni, ricche di selvaggina. La sera,
dopo le feste e i banchetti che continuavano a dare in mio onore, mi ritiravo
nei miei appartamenti, ansiosa di sapere se fosse arrivato qualche
messaggero da Napoli, e spesso piangevo. La situazione in cui ero mi
aveva resa più perspicace e seguivo con attenzione gli avvenimenti, che
non cessavano di preoccuparmi.
Alla fine del mese di luglio, re Luigi XII aveva varcato le Alpi. Un mese
più tardi, la cittadella di Alessandria cadeva, e subito dopo la piazzaforte
di Pavia: abbandonato da tutti, il Moro si rifugiò in Tirolo, dove lo avevano
preceduto i figli e il cardinale Ascanio. Contavano sull'appoggio
dell'imperatore Massimiliano, marito di Bianca Maria Sforza. Prima di
partire, il cardinale Ascanio, in un gesto di fiera eleganza, aveva restituito
a mio padre il feudo di Nepi, ricevuto come ricompensa per l'appoggio
dato in occasione dell'elezione pontificia. Quando, il 2 settembre, gli
eserciti francesi fecero ingresso a Milano nel giubilo popolare, i principi
che li temevano avevano già inviato i loro ambasciatori ad accogliere Luigi
XII, scortato da mio fratello Cesare: Savoia, Saluzzo, Monferrato, Mantova,
Ferrara, Firenze, Urbino... Tutti, nel timore di essere espropriati
dei propri stati, si inchinavano docilmente davanti al conquistatore, che
mio padre riempiva di benedizioni e copriva di superlative lodi.
Per quanto fossi preoccupata, feci del mio meglio per
governare la piazza affidatami. Mentre la guerra minacciava di
estendersi a tutta l'Italia, negoziai
una tregua con la rivale di Spoleto, Terni, e, nel tempo in cui l'ingiustizia
regnava sovrana ovunque, avevo particolarmente a cuore l'equo
svolgimento dei processi. Al rumore delle armi contrapponevo le risa e i
canti dei banchetti che davo nella mia residenza e delle feste fatte per il
popolo. Mi sentivo però davvero sola, poiché non avevo accanto a me
neanche la mia cara Adriana né potevo beneficiare dei consigli del cardinale
Ascanio. Fu così che mi venne la strana idea, tanto lontana dalle mie
inclinazioni, di consultare suor Colomba: le feci proporre di venire a trascorrere
qualche giorno a Spoleto con Aidea Baglioni per confortarmi e
perché rischiarasse, con le illuminazioni che riceveva dal cielo, la mia prudente
condotta. Declinò l'invito, assicurandomi che pregava e faceva pregare
per me e che non avrebbe mancato di farmi conoscere i disegni divini
che mi riguardavano, non appena ne fosse venuta a conoscenza. Cosa
che, affermava, non era ancora accaduta. Mi incoraggiò anche a sperare di
rivedere presto mio marito, il che mi fu di grande consolazione.
Non erano ancora trascorsi tre giorni che ebbi la piacevole sorpresa di
vedere arrivare Alfonso. Era il 9 settembre 1499 e calava la sera sulla valle
portando con sé un po' di freschezza alla città oppressa dal caldo. Era
tornato da me spinto più dall'amore che dalle dichiarazioni di amicizia
fatte da mio padre al re di Napoli e alle quali, questi, così come mio marito,
non credevano. Lo accolsi con premura, ridendo e piangendo di
gioia, senza smettere un attimo di contemplarlo, abbracciarlo, accarezzarlo
nonostante fosse sfinito, grondante di sudore, pieno di polvere per
via della lunga cavalcata fatta insieme al suo scudiero. Finalmente gli feci
preparare un bagno e qualcosa da mangiare e mentre loro si distendevano,
pensai con stupore al messaggio di suor Colomba: di sicuro era ispirata
divinamente, quand'anche la sua umiltà le impedisse di riconoscerlo
o forse addirittura di saperlo.
Quando si seppe del mio incontro con la santa donna, mi furono rivolte
le accuse più odiose. Si sparse la voce che avevo voluto attirarla a Spoleto
per corromperla, che le avevo promesso di finanziare una fondazione
in modo da tenerla in scacco, si insinuò che avessi inviato una delle
mie dame di compagnia travestita da monaca per confondere le sue estasi
e visioni, e tanto altro ancora. Su di lei e la nostra famiglia venivano
raccontate ogni sorta di storie: che il cardinale di Monreale aveva cercato,
su ordine del papa, di farla andare in Spagna, dove la regina Isabella
desiderava consultarla - Isabella era davvero l'ultima persona alla quale
mio padre avrebbe concesso un simile favore! -, e che i Borgia non
avrebbero avuto pace fino a quando non fossero riusciti a far tacere questa
voce, proprio come avevano fatto tacere quella di Savonarola. Suor
Colomba aveva un bel dire per smentire tali calunnie, non le vollero credere,
e finì col tacere. Feci lo stesso.
...
Per una settimana, Alfonso e io gustammo la gioia dell'esserci ritrovati,
consacrandoci esclusivamente l'uno all'altro, con cene intime e cavalcate
nella campagna umbra; a volte arrivammo fino alle vicine
sorgenti del Clitunno, ma anche ai santuari di Monteluco da
dove lo sguardo si estende a
perdita d'occhio su un paesaggio indimenticabile. Gli abitanti della città,
ormai affezionati a me, si presero la briga di organizzare magnifici intrattenimenti,
e noi offrimmo balli nei cortili della residenza e concerti nelle
gallerie. Conoscemmo la gioia più completa, raggianti per la mia imminente
maternità. Gioia-possesso, gioia-comunione, gioia-godimento, non
sentivo più di amare né di essere amata poiché la nostra stessa vita era costituita
di amore. La semplice felicità di risvegliarci fianco a fianco, il contemplare
l'altro ancora addormentato con la consapevolezza che ti appartiene,
o di aprire gli occhi sotto lo sguardo meravigliato dell'altro. La felicità
è fragile, ma il ricordo ne perdura e con lui la gioia.
Il 25 settembre mio padre venne a Nepi e andammo ad accoglierlo. Ebbe
verso di noi sinceri segni d'affetto e ci fece dono della piazzaforte e della
città lasciategli dal cardinale Ascanio. Tante gentilezze finirono per cancellare
il risentimento che nutrivo nei suoi confronti e ci fecero abbassare
la guardia, soprattutto quando evocò suor Colomba durante una cena alla
quale aveva invitato solo i cardinali Borgia e Adriana. Avendolo fatto
partecipe del mio stupore rispetto all'acume della mantellata, gli chiesi se
conveniva nel vedere in ciò il segno di autentiche ispirazioni divine.
«È una santa donna, come lo fu la defunta Veronica Neuroni, morta
due anni fa, proprio come aveva preannunciato. Non si può escludere
che il Signore, nella sua bontà, conceda a simili anime dei doni evidenti».
Sospirò:
«Le ritengo più virtuose di altre donne parimenti famose, poiché non si
intromettono nella politica degli stati e delle città...».
Faceva, senza alcun dubbio, riferimento alla beata Osanna, che sospettava
da sempre di palese intromissione negli affari di Francesco Gonzaga
e della moglie. Il giovane cardinale Juan, nipote di mio cugino di Monreale,
ci raccontò della visita che aveva fatto l'anno precedente a suor
Colomba:
«Ho assistito alle estasi, l'ho vista guarire immediatamente, con un segno
della croce, un cancro che don Erasmo, frate del monastero di San
Pietro, aveva all'occhio da diversi anni ... e ho avuto prova della sua
umiltà e ubbidienza».
Mio padre fece riferimento anche alla stigmatizzata di Viterbo, che il
duca Ercole d'Este aveva voluto presso di sé a Ferrara:
«Ha moltiplicato lettere e richieste per portare a termine il suo progetto.
Si è rivolto a Noi, dopo essersi assicurato l'appoggio del priore generale
dei Predicatori e del cardinale Ascanio».
«Ma cosa dice la monaca? La cosa non la riguarda forse in prima persona?».
Ero sorpresa che si facesse così poco caso alla volontà dell'interessata,
ma mio padre mi guardò con stupore:
«Non sarebbe in grado di avere un'opinione diversa da quella
dettatale dall'obbedienza ai superiori e, in ultima analisi, a Noi».
Sospirai. Che si trattasse di una povera mantellata, di un sovrano o della
propria figlia, il papa trattava tutti allo stesso modo. Alla fine di lunghe
e laboriose trattative, il duca aveva ottenuto ciò che voleva. Perciò era
stato necessario inviare moltissime lettere e mobilitare, oltre alla propria
cancelleria, una compagnia di balestrieri. E anche aprire largamente il
borsellino ai domenicani, ai frati di Viterbo, al confessore della devota, il
che non sarebbe comunque bastato se mio padre non avesse ingiunto alla
suora, con due brevi, di recarsi a Roma, da dove avrebbe raggiunto
Ferrara, e agli abitanti di Viterbo di lasciarla partire. Era evidente che
questi due brevi erano costati molto cari al duca Ercole visto che mio padre
raccontava il tutto ridendo e sfregandosi le mani:
«La suora è fuggita in groppa a un mulo, nascosta in una cesta di biancheria,
a meno che non fosse una botte di vino, perché quei viterbesi furenti
non volevano assolutamente lasciarla, e minacciavano di ucciderla
piuttosto che di rinunciare alla sua presenza tra le mura della città. Preferivano
vederla morta piuttosto che viva in un altro posto!».
«Ma è dunque tanto santa da giustificare una contesa così accanita?».
Mio padre fece una smorfia in segno di noia:
«È umile e ubbidiente e le stimmate non sono frutto di artifici. L'ho
fatta esaminare dal mio archiatra, dal vescovo di Viterbo, da un prelato
dell'ordine dei Minori e dal Maestro del Sacro Palazzo. Tutti, dopo averla
vista e ascoltata separatamente e insieme, si sono dichiarati certi del
buon spirito che la anima, della natura sovrannaturale delle sue piaghe e
dell'origine divina delle sue estasi».
Rimase per un attimo sovrappensiero:
«Io stesso ho visto le sue stimmate e mi sono intrattenuto privatamente
con lei. Mi ha fatto la stessa impressione di suor Colomba e suor Veronica,
forse anche maggiore. Mi ha fatto rivelazioni identiche alle loro. Ma
in lei vi è una sorta di timore e di angoscia che non si incontra nelle altre,
oltre che una forza d'animo fuori del comune».
Per un attimo parve oppresso, poi si riprese e ci guardò insistentemente.
Abbassammo gli sguardi. Disse con voce-leggermente roca ma con tono
determinato:
«Vi piacerebbe sapere cosa mi hanno detto queste sante donne. Ma è
un segreto del papa e riguarda tanto la riforma quanto la mia persona.
Tutte hanno parlato negli stessi termini, tutte hanno fatto allusione al capitolo
4 della Genesi, e suor Colomba, come suor Veronica, mi ha annunciato
che sarebbe morta prima di me, come segno della natura divina
della loro missione. Ora, suor Veronica è deceduta. Ciò è sconcertante.
Ma il Signore mi è testimone di quanto mi sforzi per il bene della sua
Chiesa per ciò che posso, e per ciò che devo fare. Quindi...».
Fingendo di allontanare con un gesto della mano un incartamento immaginario,
espose ciò che intendeva fare per il bene della Chiesa: avrebbe
creato un principato in grado di garantire con il proprio esercito l'integrità
e la sicurezza degli stati pontifici, e vi avrebbe messo a capo Cesare.
In un primo momento, entrambi avevano pensato di impadronirsi del
ducato di Ferrara, ma siccome né la Serenissima né Firenze avevano accettato
di dar man forte al progetto, avevano abbandonato l'idea. Il loro
sguardo era ora rivolto verso le città romagnole e i loro tiranni indisciplinati,
costantemente impegnati in lotte e che, per la maggior parte, rifiutavano
di pagare il censo annuale di cui erano debitori presso la Camera
apostolica. Non dicevamo nulla. Quindi, il Valentino sarebbe stato principe
in Italia.

 Capitolo 24.
Anno 1500» anno santo,
anno di sangue.

(Diario, 27 maggio 1519')
Mio padre ci aveva obbligati, Alfonso e me, a recarci a Roma per la nascita
del nipotino. Diceva di essere sicuro che sarebbe stato un maschio.
Rimasi altre tre settimane a Spoleto, con il pretesto di dover portare a
termine i compiti intrapresi, ma in realtà volevo riposare in quest'ultimo
periodo della gravidanza e godere insieme a mio marito del caldo autunno
umbro e dell'intimità ritrovata. Andammo in pellegrinaggio ad Assisi,
visitammo Foligno, i cui abitanti si erano posti sotto la mia protezione.
Alla fine, però, dovemmo raggiungere la Città.
Quando arrivammo, verso la metà di ottobre, il Vaticano era in agitazione
per i preparativi dell'Anno Santo del nuovo secolo, cui il papa voleva
conferire fasto e fervore. Ma anche a causa dei maneggi congiunti di
Cesare e nostro padre, che andavano ad aggiungersi agli abituali intrighi:
a mezzo di bolle pontificie venivano destituiti dai loro feudi i signori di
Forlì e Imola - Caterina Sforza e Ottaviano Riario, pur sempre figlioccio
del papa -, di Urbino - il marito di Elisabetta Gonzaga -, e di Pesaro -
Giovanni, un tempo mio marito -, come anche quelli di Rimini, Camerino
e Faenza. Mio padre aveva altresì intrapreso una campagna contro i
Caetani di Sermoneta, facendo rinchiudere a Castel Sant'Angelo
il protonotaro apostolico Giacomo, con l'accusa di lesa maestà, e confiscando
i loro beni; i fratelli Guglielmo e Niccolò dovettero fuggire, nonostante
quest'ultimo fosse zio della bella Giulia, e trovarono rifugio a Mantova.
Completamente presa dalla gioia per l'imminente maternità, e commossa
per tutte le attenzioni di cui mi ricopriva mio padre, prestai solo
distrattamente attenzione a tali trambusti. Con la mia noncuranza contagiai
anche Alfonso, tanto più che sua sorella Sancia era rientrata dall'esilio
napoletano, richiamata dal papa. Seguimmo dunque a distanza il corso
degli eventi che avrebbero dovuto allertarci: a capo di un esercito di
sedicimila uomini riuniti grazie al soldo del comune di Milano
e all'appoggio del re di Francia, mio fratello Cesare era
arrivato a Bologna, dove
i Bentivoglio lo avevano ricevuto tra gli onori. Si teneva pronto a piombare
sulla Romagna.
La notte del primo novembre 1499 partorii un maschietto che chiamammo
Rodrigo, in onore di mio padre. Il travaglio era stato doloroso,
ma la mia felicità, come quella di Alfonso, era tale che presto dimenticai
ogni sofferenza. Il bambino fu battezzato dieci giorni dopo nella cappella
Sistina mentre io, ancora dolorante, riposavo nella mia stanza tappezzata
di velluti alessandrini. Mi raccontarono che la cerimonia era stata di
una magnificenza estrema. Preceduto da scudieri del papa e da ciambellani
vestiti di tessuti rosa, come alla processione del Corpus Christi, il
bimbo era portato da Juan Cervillón, lo stesso capitano spagnolo amico
di entrambe le famiglie che aveva tenuto la spada sulle nostre teste quando
Alfonso e io ci eravamo sposati; il cardinale Carafa, arcivescovo di
Napoli, aveva presieduto la cerimonia in presenza di ambasciatori, nobili dame e prelati, mentre il coro cantava a cappella Las Cantigas di re Alfonso
il Saggio. Poi il bambino fu affidato a Paolo Orsini che, scortato da
quaranta dame, doveva riportarmelo: il piccolo Rodrigo non smise un attimo
di piangere e ciò fu interpretato come un cattivo presagio per Orsini.
I cardinali mi fecero inviare due confettiere d'argento ognuna contenente
milleduecento ducati. Per una settimana, accolsi, malgrado la stanchezza,
chiunque venisse a porgermi gli auguri: li ricevetti coricata nel
letto ornato di stoffe di seta porpora ricamate d'oro.
Non mi ero ancora alzata dal letto quando Cesare tornò inaspettatamente,
essendo riuscito a coprire la distanza tra Bologna e Roma senza
soste grazie ai cambi di cavallo dei cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme.
Si prese appena la briga di passare a salutarmi, si mostrò affabile
e impallidì vedendo mio figlio. Poi restò quasi sempre chiuso in compagnia
di nostro padre - cosa si dissero in quell'occasione? - prima di partire
così come era arrivato. Finalmente, il 29 novembre, andai a San Pietro
per la mia purificazione di puerpera: era passata una settimana da
quando Cesare ci aveva lasciati e dal ritrovamento nel Tevere di un ufficiale
catalano che non molto tempo prima era stato un suo favorito. Ingenua,
credetti che l'assassinio avesse contrariato mio fratello al punto
da fargli anticipare la partenza.
La sera di domenica 22 dicembre, Juan Cervillón fu ucciso a colpi di
sciabola e pugnale da sconosciuti, mentre usciva da una cena a casa di
suo nipote. Alfonso e io fummo molto addolorati per la morte crudele di
un amico coraggioso e pieno di spirito. Al nostro dispiacere si aggiunse
uno sconcerto non inferiore quando ci fu significato che, per ordine del
papa, non potevamo prendere parte alle esequie, celebrate in gran fretta
l'indomani all'alba. Ci assicurarono che mio padre non voleva vedessimo
le terribili ferite che sfiguravano il viso del capitano. Si mormorò che fosse
stato ucciso dietro istigazione di Cesare perché sapeva troppe cose: si
temeva che potesse divulgarle alla corte di Napoli, dove si stava recando
per trascorrere insieme alla moglie e ai figli l'anno nuovo. Ciò voleva dire
non tenere in considerazione la sua fedeltà e discrezione, tanto più che
non aveva esitato a denunciare in pubblico gli eccessi di Sancia. Questa,
tuttavia, si mostrò assai sconvolta per l'assassinio, non tanto perché ne
fosse dispiaciuta ma perché, come noi, iniziava ad avere paura.
Le nostre preoccupazioni aumentarono quando, in quegli stessi giorni,
ci giunse la notizia del decesso di Ferdinando di Almeida, vescovo di
Ceuta. Era diventato in Francia legato di mio fratello dove, scaltro e avido,
era stato inviato da nostro padre per negoziare il matrimonio del Valentino.
Ma lo si sospettava anche di essere una spia del re di Francia. Essendo
morto all'improvviso, dopo che chirurghi e speziali si erano succeduti
al suo capezzale, accusarono mio fratello di averlo fatto avvelenare
dal suo medico. Non era inverosimile.
...
La vigilia di Natale, il papa aprì solennemente la Porta Santa mentre le
campane della Città suonavano a festa e il campanone del Campidoglio
faceva loro da contrappunto. Assistemmo, in raccoglimento, alla messa
cantata nella basilica di San Pietro e poi all'inaugurazione della via Alessandrina
che mio padre aveva fatto aprire tra il Vaticano e Castel Sant'Angelo.
Il mattino del 25 dicembre 1499, che a Roma è il primo giorno
dell'anno, presiedetti la cavalcata del Giubileo montando una chinea
bianca su una sella dalla bardatura di cuoio di Cordoba con chiodi d'oro.
A causa della tramontana, ero avvolta in una cappa di broccato azzurro
foderato di ermellino, ma il freddo pungente non aveva dissuaso
fedeli e curiosi dall'accorrere numerosi, e si spingevano verso di noi perché
tutti volevano vedere e toccare «la donna più bella del sole», così mi
chiamavano. Per quanto fossi lusingata, avevo un groppo in gola per
l'angoscia: né il capitano della guardia pontificia - mio cugino Rodrigo
Borgia di Lanzol, nipote del cardinale di Monreale - che mi precedeva,
né mio marito o Orsino Orsini che mi erano al lato, mi sembravano in
grado di contenere, ancora per molto, le spinte della folla. Per grazia di
Dio, tutto si svolse senza incidenti.
I giorni seguenti, Alfonso e io andammo ai santuari per assicurarci il
beneficio dell'indulgenza plenaria. Le strade erano piene di persone, ingombre
di carrozze, per cui le devozioni ci presero molto tempo. Per la
prima volta ebbi la gioia di sentire suonare le campane al mattino, a mezzogiorno
e alla sera per invitare i fedeli a ricordare il saluto dell'angelo alla
beata Madre di Dio: desiderosa di onorare e fare lodare la Vergine Maria,
per la viva devozione che nutrivo verso di lei, avevo sottoposto tale
idea a mio padre. Essendo anche lui molto devoto alla Madonna, accolse
il mio punto di vista e autorizzò tale usanza, che da allora si è diffusa nelle
altre città italiane e perfino, mi assicurano, negli altri regni della cristianità.
La festosità popolare si univa al fervore delle migliaia di pellegrini
giunti a Roma e l'agitazione cresceva di pari passo. Da ogni luogo accorrevano
anche debosciati, scippatori e ladroni, si rubava, saccheggiava e a
volte si uccideva: ogni giorno ci giungeva notizia di quattro o cinque persone
che erano state ritrovate morte o rapinate, perfino dei vescovi.
L'ambasciatore di Francia fu attaccato vicino Viterbo da una banda di
sgherri corsi e si salvò solo grazie alla presenza di spirito e al coraggio
delle sue guardie. Mio padre fece espellere i corsi dagli stati della Chiesa.
Numerosi malfattori furono impiccati, si ingiunse ai signori di vegliare
sulla sicurezza delle loro strade, sotto minaccia di essere tassati. Ma tali
disposizioni portarono a magri risultati.
Fu in un clima di tale esaltazione che ricevemmo le più strane notizie.
La città di Imola si era arresa a Cesare, ma la Rocca resistette fino a quando
il suo capitano non accettò di consegnarla a Cesare in cambio di un
consistente gruzzolo di denaro. Questi intanto si era rivolto verso Forlì,
difesa da Caterina Sforza. Incoraggiata dall'esempio di Imola, i cui abitanti
si ritenevano soddisfatti del trattamento subito, la municipalità capitolò
senza mercanteggiare. Ma la gente di Forlì ebbe da lamentarsi per
le estorsioni praticate dai mercenari guasconi di mio fratello: non esitò
un attimo a punire i colpevoli e a indennizzare i cittadini derubati, guadagnandosi
così la loro amicizia. Ritirata nella cittadella, Caterina non
voleva sentir parlare di resa: per punire i suoi sudditi, colpevoli di essersi
alleati col nemico, fece sparare su di loro dalla cima della Rocca. Poi,
avendo proposto a mio fratello di aprire dei negoziati, lo ricevette davanti
al ponte levatoio della fortezza e lo invitò a seguirla, contando di catturarlo
facendo alzare la passerella non appena egli vi fosse stato sopra. Cesare
mandò all'aria il trabocchetto. Oltremodo infuriata per il suo fallimento,
questa fiera virago, crudele a detta di alcuni, si ritirò con le proprie
truppe nella piazzaforte pronta a sostenere un assedio che si annunciava
lungo. Mio fratello non ha mai amato perdere tempo: quando Caterina
salì sulle mura per sbeffeggiarlo, mostrandosi armata e incitandolo alla competizione, lui le gridò che se non si fosse arresa avrebbe fatto
uccidere i suoi figli, che lei credeva al sicuro a Firenze. Lo erano, ma mio
fratello affermava di averli rapiti. Allora, si spogliò dell'armatura per rimanere
con una camiciola, si piantò a gambe aperte e, alzandosi con le
mani il vestito fino all'ombelico, urlò:
«Forza, Valentino, uccidi, uccidi i miei figli! Ma guarda qui, lo stampo
è ancora intatto e sono sempre capace di farne degli altri!».
Alla fine la Rocca cadde il 12 gennaio 1500 sotto i colpi reiterati dei
mercenari francesi che catturarono Caterina. Cesare impose che le fosse
consegnata e Luigi XII gliela lasciò. Mio fratello la trattò galantemente,
pare che andarono a letto insieme e che a lei piacque, cosa che non dovrebbe
sorprendere visto il suo carattere sempre ardente e che lui era famoso
per essere un grande conoscitore delle cose dell'amore. Poi la mandò,
scortata, a Roma. Ebbi allora finalmente la fortuna di incontrare colei
che era stata mia cugina ai tempi del matrimonio con Giovanni e che,
per le nozze, mi aveva inviato la preziosa raccolta delle sue ricette di bellezza
di cui fece sempre il miglior uso: lo aveva fatto rilegare in cuoio rosso
con angoli e fermaglio in oro. Vidi dunque questa donna famosa per il
suo coraggio così come per la sua bellezza. Bella, lo era: alta, il viso tondo
e liscio, la pelle morbida come lo zibellino e le mani bianche, ben curate,
si mostrò eloquente e allegra e, malgrado la sua sventura, mi fece
mille gentilezze e complimenti. Mio padre la fece alloggiare al Belvedere,
e lei prese l'abitudine di passeggiare nei giardini pieni di aranci e tamerici,
continuò le ricerche per gli unguenti e le lozioni, e ricevette perfino la
visita di Diana Cognati e di sua figlia Lucrezia che, in segno di rispetto
alla mia persona, mi aveva pregato di sceglierle un altro nome: era così
bella, e di una bellezza tanto altera che avevo suggerito che si chiamasse
Imperia, cosa che le piacque immensamente. Da allora divenne celebre
con questo nome. Più di una volta, il capitano delle guardie del Belvedere
si lamentò che «madonna Caterina si mostrava assai indiavolata perché
era malata per passione del cuore». Mio padre ne rideva, ma non mi
autorizzò ad andare a trovarla. Poco tempo dopo, tentò la fuga e fu quindi
rinchiusa a Castel Sant'Angelo.
In quei giorni il giovane cardinale Juan Borgia lasciò Urbino, dove risiedeva,
per recarsi a Forlì e ricevervi, in qualità di legato pontificio, l'omaggio
della città. Si fermò a Fossombrone, fulminato da un male improvviso
e, dopo cinque ore di febbre violenta, rese l'anima a Dio. Aveva
avuto il tempo di prepararsi alla morte e di realizzare, in questo modo, la
predizione di suor Colomba. Non aveva ancora trent'anni, lasciava in
eredità più debiti che beni, e il suo corpo, riportato in fretta a Roma, fu
inumato senza cerimonie nella chiesa di Santa Maria del Popolo. Mio padre
proibì che la tomba venisse indicata in alcun modo e che si evocassero
le circostanze del decesso, poiché tale argomento lo infastidiva sommamente.
Soprattutto era sua intenzione stroncare le voci che indicavano
in mio fratello l'istigatore di questa morte: Cesare non aveva nulla da
guadagnarci, ed era molto attaccato al prelato, nostro cugino. Ciò voleva
dire dimenticare che, siccome il cardinale non aveva ricevuto l'omaggio
di Forlì al Sovrano Pontefice, mio fratello poteva prendere possesso della
città a suo nome... O almeno era così che Alfonso e io vedevamo le cose,
e ciò raddoppiò le nostre preoccupazioni.
...
Mentre Cesare avanzava con le truppe contro Pesaro, il ritorno di Ludovico
Sforza fermò la sua marcia vittoriosa: appoggiato dai balestrieri
svizzeri e dai fanti fornitigli dall'imperatore Massimiliano, il Moro era
rientrato nella sua capitale da trionfatore, salutato da grida di giubilo dei
sudditi che avevano innalzato nelle strade archi con fogliame recanti lo
stemma degli Sforza. Il volubile popolo che l'anno precedente acclamava
come suo legittimo sovrano il re di Francia, aveva frantumato e preso a
martellate qualunque giglio vi fosse in città, così scriveva il cardinale
Ascanio a mio padre. Questi diventò furente e Alfonso e io gioimmo in
segreto. Siccome il Moro si accingeva a scacciare i francesi dal Milanese,
Luigi XII richiamò i soldati dati in prestito a mio fratello, per cui Cesare
tornò a Roma per assoldare mercenari con l'idea di ricostituire il suo
esercito.
La sera del 26 febbraio dovemmo andare ad accogliere mio fratello. Mi
sarei sottratta a tale onere più che volentieri, visto che soffiava la tramontana
e la temperatura era glaciale. Insieme ad ambasciatori, prelati,
ufficiali e funzionari pontifici aspettammo più di un'ora a Porta del Popolo.
Non vedendo arrivare nessuno, Jofré, Alfonso e io galoppammo fino
a ponte Milvio per avere notizie e soprattutto per riscaldarci. Finalmente
il corteo del Valentino apparve da una curva: era illuminato da
torce che conferivano alla scena un tocco funereo. In realtà, quello che si
dispiegò davanti ai nostri occhi era una sorta di corteo funebre. Rabbrividii.
Dietro i carri drappeggiati di nero, simili a catafalchi trainati da cavalli
scuri, gli araldi con gli stemmi della Francia e dei Borgia annunciavano
i fanti che marciavano in silenzio a file,di cinque. Non risuonando
la musica dei pifferi e delle trombe, l'unico rumore che squarciava la notte
era il loro passo cadenzato, sottolineato in lontananza da un lugubre
rullo di tamburi. Scudieri, lancieri e lanzichenecchi pontifici, mercenari
svizzeri e guasconi, e infine i cavalieri, tutti vestiti di nero, precedevano
Cesare, sinistra figura che si stagliava sul chiarore mobile delle fiaccole
che illuminavano debolmente le corazze della sua scorta, in parte ricoperte
di mantelli marroni. Come previsto dal protocollo, Jofré e Alfonso
lo affiancarono mentre io rientravo al galoppo a Porta del Popolo, con
negli occhi impressa questa lugubre visione.
Il corteo arrivò dopo un po' di tempo. Cesare mise i piedi a terra e si
inchinò davanti a prelati e notabili poi, sempre scortato da Jofré e Alfonso,
si mise alla testa del corteo che imboccò il Corso per giungere a piedi
fino a Castel Sant'Angelo. Malgrado il gelo e la notte, tutta Roma era in
strada o salita sui tetti. Le grida e le acclamazioni mi sembrarono un
rombo di tuono che a tratti copriva il crepitio dei fuochi d'artificio raffiguranti
giganteschi guerrieri che, innalzandosi sfolgoranti dai bastioni,
sgorgavano dall'oscurità prima di fondersi nella notte. Infine lo scampanio
delle campane e le salve delle duecento bombarde della fortezza accolsero
il Valentino mentre risaliva la via Alessandrina fino al Vaticano,
dove nostro padre lo ricevette pieno di orgogliosa gioia.
L'indomani Roma assistette al trionfo di mio fratello, che si svolse da
piazza Navona fino al Vaticano: al suono delle trombe, sfilarono per le
strade undici carri, carichi di allegorie raffiguranti altrettante imprese
dell'imperatore Giulio Cesare e preceduti da scudieri che sventolavano
stendardi rossi su cui era scritto, a lettere d'oro, il motto del dittatore romano:
«Aut Caesar, aut nihil». Il Valentino avrebbe voluto che sull'ultimo
carro comparisse Caterina Sforza, in abiti antichi, capelli sciolti e incatenata,
quale nuova Cleopatra, ma nostro padre si oppose, nel timore
di attirare sul nome dei Borgia l'universale riprovazione. Ero indignata
dal fatto che fosse l'unico pretesto avanzato a garanzia della dignità della
dama di Forlì. Un tale disprezzo per l'onore la spinse a scappare dal Belvedere,
ma, come ho già detto, l'impresa non ebbe il successo sperato e
fu rinchiusa a Castel Sant'Angelo, dove la trattarono con durezza.
I carri entusiasmarono i romani. Piacquero talmente tanto a nostro padre
che li fece sfilare ben due volte di fila sotto la sua loggia. Nei giorni a
venire si festeggiava il carnevale e ci furono ancora celebrazioni, corse di
bufali e lotte tra tori secondo la moda spagnola: due di loro, fuggiti dal
recinto, si buttarono nel Tevere che attraversarono a nuoto prima di precipitarsi
sulla folla. Per fortuna furono catturati. Finalmente la Quaresima
mise termine alle festività, con grande sollievo mio - ne ero ormai
stanca e desideravo solo godere dell'intimità di Santa Maria in Portico
con Alfonso e nostro figlio - e dei pellegrini scandalizzati da un simile fasto,
cosa che apprendemmo dalle missive intercettate dalla cancelleria
pontificia: «Noi altri siamo buoni cristiani, e pensiamo che quando si veda
la vita che prelati e grandi personaggi conducono a Roma, si possa temere
non solo di perdere la fede ma di diventare addirittura epicurei e
dubitare quindi dell'immortalità dell'anima».
Numerosi erano i chierici che inviavano simili informazioni ai loro vescovi,
ma mio padre si limitava ad alzare le spalle e, dopo averne preso
atto, faceva spedire i plichi ai destinatari.
...
La primavera portò all'apice la gloria di Cesare e accrebbe, se era possibile,
quella di nostro padre. Già duca per benefici del re di Francia,
mio fratello fu nominato vicario pontificio per le città di Forlì e Imola e,
il 29 marzo, divenne capitano generale e gonfaloniere della Chiesa: al termine
della cerimonia ricevette la rosa d'oro. L'11 aprile giunse a Roma la
notizia della sconfitta di Ludovico Sforza a Novara, che le
armate francesi avevano espugnato il giorno prima. Il Moro e
il cardinale Ascanio erano
stati fatti prigionieri. Mio padre giubilò, io piansi, Cesare abbozzò dei
piani per il futuro che tenne segreti. Il giorno di san Giovanni, per distrarre
nostro padre da una malinconia dovuta a una recente indisposizione,
combatté contro dei tori, vestito di un farsetto nero e armato solo di
una daga: tutti ammirarono la forza e la leggiadria con la quale uccise
cinque di questi mostruosi animali, tagliando con un colpo di spadone la
testa dell'ultimo. Fu in quei giorni che capii quanto mio fratello fosse assetato
di gloria e di onori e quanto la vista del sangue lo esaltasse, mentre
a me faceva venire la nausea. Gli uomini lo invidiavano e ammiravano allostesso tempo, e le donne si innamoravano di lui molto più di quanto
non avessero fatto di Giovanni.
Il papa aveva degli sporadici momenti di allegria ai quali seguiva una
vaga tristezza. Non riusciva a distaccare i propri pensieri dagli auguri del
suo astrologo, che lo aveva messo in guardia da un avvenimento nefasto
che sarebbe accaduto durante l'Anno Santo. Ciò avvenne il 29 giugno, il
giorno di san Pietro. Mio padre aveva invitato i figli a passare il pomeriggio
con lui e, mentre li aspettava nei suoi appartamenti, scoppiò un temporale
estivo. In pochi istanti, le nuvole si avvicinarono, il cielo si oscurò,
il vento iniziò a soffiare a raffiche e il diluvio si abbatté violento, seguito
da chicchi di grandine grossi come fave. Al nostro arrivo in Vaticano, Alfonso
e io sentimmo un fracasso spaventoso seguito da scricchiolìi, poi il
silenzio. Presto ci furono delle grida, corremmo verso la sala delle feste,
raggiunti da Cesare e poi da Jofré e Sancia, allarmati per il rumore. La
grande scalinata e l'anticamera erano ingombri di calcinacci, gesso, travi
spezzate: sembrava che il resto degli appartamenti fosse sprofondato sotto
le macerie, credetti che mio padre fosse morto. Cesare ordinò di liberare
il passaggio abbattendo le pareti a colpi di mazze. Alla fine riuscimmo
a liberare nostro padre che si era salvato grazie a un dossale che lo
aveva protetto cadendo di traverso sullo scranno. Era sconvolto e alcune
ferite gli insanguinavano il volto e le mani, ma ben presto i medici ci dissero
che si trattava solo di contusioni e tagli superficiali. Tuttavia, si era
già sparsa la voce che il papa era morto per cui mio fratello fece suonare
le campane del Vaticano in modo da smentire la notizia. Ritrovammo sani
e salvi anche il vescovo di Capua e il cameriere pontificio che si trovavano
con nostro padre; si salvarono solo perché al momento del crollo
stavano chiudendo una finestra, il cui vano li aveva protetti
durante il cedimento: la tempesta aveva abbattuto una canna fumaria che era caduta
sul tetto causando il crollo dei soffitti e di due piani. Purtroppo furono
ritrovati i corpi di tre ufficiali, schiacciati dalle macerie del piano superiore.
Il 5 luglio, essendosi felicemente ristabilito e liberato di ogni timore,
mio padre fece celebrare una messa in onore della Vergine Maria alla
quale offrì una coppa d'argento colma di ducati d'oro.
Incontrando, qualche giorno dopo, l'ambasciatore della Serenissima,
Cesare gli confidò che non volendo più dipendere dal papa né solo dal
destino, desiderava passare alla signoria di Venezia, al che Polo Capello
gli rispose:
«Senza il papa, mio caro duca, le vostre cariche non durerebbero neanche
quattro giorni!».
Così gli rammentò la precarietà della sua posizione, suggerendogli indirettamente
di dare alla sua politica fondamenta sicure. Quando venni a
conoscenza delle parole dell'ambasciatore, rabbrividii e rimpiansi amaramente
il fatto che il cardinale Ascanio non fosse più lì a dispensarci
consigli.
...
La sera del 15 luglio Alfonso mi lasciò per raggiungere Santa Maria in
Portico. Avevamo cenato al Vaticano, stava scendendo la notte e l'aria
era fresca, addolcita da quell'inebriante profumo estivo in cui si mescolano
le fragranze del gelsomino, delle rose e del caprifoglio. Volendo godere
delle fragranze del giardino del nostro palazzo e raccogliere dei fiori
di cui mi avrebbe poi omaggiata, mio marito passò per piazza San Pietro.
Era scortato dal suo cameriere Tommaso Albanese e da uno scudiero.
Dal giorno dell'incidente, mio padre mi voleva sempre accanto a sé,
lo coprivo di tutte quelle attenzioni dettate dall'amore filiale, lo distraevo
e spesso vegliavo su di lui, andando poi a dormire nell'anticamera. E lui,
come se si ricordasse della tenerezza di altri tempi, mi coccolava e amava
molto la compagnia di Alfonso, Jofré e perfino quella di Sancia, che aveva
messo fine alla relazione con Cesare. Tutte le ombre che un tempo
avevano adombrato la nostra intesa sembravano essere svanite, ero fiduciosa.
Lo fui sempre troppo.
Era passata un'ora dalla partenza di Alfonso quando sentimmo delle
urla e dei passi affrettati. Ci alzammo tutti dalle sedie che già si aprivano
le porte del salone per liberare il passaggio ai valletti che trasportavano il
corpo insanguinato di mio marito. Albanese arrivò subito dopo, senza
fiato, con i vestiti a brandelli, e si lasciò cadere per terra. Avevamo urlato
alla vista del ferito, e svenni quando, in un alito, denunciò il nome del suo
aggressore. Ripresi i sensi, udii mio padre ordinare che Alfonso, ormai
incosciente, fosse sistemato in una stanza del Palazzo apostolico. Sanguinava
abbondantemente dalle ferite al capo, alle spalle e alle cosce, e non
lo potemmo portare più lontano. Pretesi da mio padre che fossero poste
sedici guardie davanti alla camera e che fosse chiamato l'ambasciatore di
Napoli, attraverso cui Sancia riuscì a far arrivare i medici di famiglia. Era
pallido, il viso sfatto come chi si è appena svegliato da un sonno popolato
da incubi. Avendoci accordato ciò che volevamo, fece ritorno ai suoi
appartamenti con un enorme peso invisibile sulle spalle, non appena il
cardinale Lopez, padre della mia amica Lucrecia, giunse per impartire ad
Alfonso i sacramenti. Ingiunsi a voce bassa ad Albanese di partire al più
presto per mettersi al sicuro presso il poeta Vincenzo Calmeta: nessuno
sarebbe andato a cercarlo lì poiché Calmeta beneficiava della protezione
di potenti prelati e signori; e sapevo che per amicizia nei confronti miei e
di Alfonso avrebbe accolto il nostro servitore. Presto arrivarono due chirurghi
che prodigarono le prime cure a mio marito. Dopo averci assicurato
che le ferite non erano mortali, si ritirarono. Sancia e io restammo al
capezzale del ferito, mentre la notte ci avvolgeva con il suo silenzio.
...
Mia cognata e io non riuscimmo a dormire, a causa dei gemiti di Alfonso
e dell'afa notturna, in cui l'aria ci sembrava improvvisamente più
pesante e in cui ogni minimo rumore ci faceva sobbalzare. Fu un sollievo
vedere sorgere l'alba. L'ambasciatore di Napoli fu invitato da mio padre
che si disse «provato dal dolore a causa delle ferite di don Alfonso», affinché
fosse testimone delle cure a questi prodigate da illustri medici.
Mandai Santino, il buffone di mio marito, al quale era molto attaccato,
perché gli dormisse a fianco, poi Sancia e io ci sistemammo in un'anticamera
in cui collocammo un braciere per preparare i pasti del malato: temevamo,
«che lo intossicassero, e che un alimento dubbio completasse
ciò che le spade avevano lasciato incompiuto». L'indomani arrivarono
Galiano de Anna e Clemente Gactula, i chirurghi ebrei del re di Napoli:
Federico pretese che questi uomini esperti fossero gli unici autorizzati ad
avvicinarsi al nipote e a curarlo. Noi gliene fummo riconoscenti. Li alloggiammo
in una seconda anticamera degli appartamenti, alle cui porte stavano
di guardia, giorno e notte, sedici valletti armati.
All'inizio non riuscimmo a sapere con precisione come si era svolto l'attentato
e mio padre, per quanto bene informato, si guardò bene dal comunicarcelo.
Quanto ad Alfonso, indebolito per il sangue perso e consumato
dalla febbre, era incapace di parlare; in preda al delirio, i suoi lamenti
inframmezzati da gemiti erano incomprensibili. Alla fine Calmeta
ci inviò il suo paggio Baboino che, all'indomani del fatto, si era recato sul
luogo dell'aggressione per recuperare il mantello di Albanese e i brandelli dei ricami d'oro dell'abito di Alfonso, che erano caduti sulla piazza. L'adolescente
ci raccontò ciò che aveva sentito, lo giurò, dal suo padrone:
mentre mio marito e i suoi compagni passavano vicino a un gruppo di
persone stese a terra - numerosi erano i pellegrini che dormivano sotto le
stelle - cinque di loro si erano improvvisamente alzate, spade in pugno, e
si erano scagliate contro Alfonso. Questi ebbe il tempo di sguainare la
spada mentre cercava di ripiegare verso la nostra dimora; Albanese, intanto,
cercava di difenderlo e lo scudiero chiamava aiuto. Ma i cinque uomini
erano eccellenti spadaccini, e ferirono Alfonso - l'unico che cercavano
di colpire. Allora, vedendolo coperto di sangue e sul punto di cadere,
lo scudiero lo trascinò verso la porta del Palazzo apostolico, sempre urlando
al soccorso, mentre il fedele Albanese copriva la loro fuga. Malgrado
lo sferragliare delle lame, gli appelli, i gemiti, nessuno andò in loro aiuto,
a causa di un gruppo di cavalieri che stava poco distante e che non interveniva.
Alla fine, la porta del Vaticano si aprì e la vista della guardia
pontificia mise in fuga i cinque assalitori: raggiunsero i cavalieri - pare ve
ne fossero una quarantina - e svanirono tutti nella notte. A questo racconto
mi ricordai dell'omicidio di mio fratello Giovanni, tre anni prima...
...
Durante i primi giorni della convalescenza di Alfonso giunse a Roma la
notizia di crimini senza eguali commessi a Perugia quella stessa notte. Fu
davvero una notte cruenta. Mi si gelò il sangue nelle vene per lo spavento.
In quella città si celebrava l'arrivo di Astorre Baglioni e della sua giovane
moglie Lavinia Colonna, appena sposata. Le strade erano ancora
piene di archi di fogliame e allegorie, tappeti tessuti con fiamme ornavano
le facciate dei palazzi, alle fontane il popolo beveva vino e mangiava a
sazietà carni e pollame arrostiti e disposti su treppiedi, la città era festante.
Nella notte, uomini armati forzarono le porte del palazzo di Astorre e
massacrarono tutti i Baglioni che vi trovarono. Non solo il giovane sposo,
ma anche la moglie, i fratelli Gismondo e Simonetto, e il loro vecchio
padre Guido. Si dice anche, e non è così inverosimile, che uno di questi
uomini feroci chiamato Filippo di Braccio strappò con i denti il cuore di
Simonetto, che ancora palpitava in una terribile ferita. Solo Gianpaolo,
l'ultimo fratello, riuscì a sottrarsi al furore di tali mostri: difeso a colpi di
spada dal suo scudiero, raggiunse i tetti ed entrò nell'alloggio di uno studente
tedesco che, intuendo la situazione, gli gettò sulle spalle una toga
con i colori della scuola tedesca. Così travestito, fuggì oltre le mura e trovò
rifugio nella campagna.
Al mattino, la popolazione inebetita da terrore e angoscia alla vista dei
corpi mutilati che erano stati buttati in strada dalle finestre, apprese con
orrore che l'autore di tali crimini altri non era che Grifonetto Baglioni,
cugino delle vittime! Con il pretesto che Gianpaolo corteggiava sua moglie
Zanobia Sforza, di cui era appassionatamente innamorato e gelosissimo,
aveva ordinato il massacro della famiglia in modo da rimanere l'unico
padrone della città. Distrutta dal dolore, sua madre Atalanta - che un
tempo mi aveva accolta con tanto affetto - si rinchiuse nel suo palazzo
con Zanobia e i due figli di Gianpaolo per evitar loro una sorte funesta.
Rinsavito, Grifonetto volle incontrarla, per giustificarsi e spiegare che
era stato ingannato dai suoi consiglieri, ma lei rifiutò di riceverlo, profondendosi
in anatemi e maledizioni contro di lui. Il popolo, finalmente
disingannato, si rivoltò contro di lui, i complici fuggirono all'annuncio
del ritorno di Gianpaolo e dei suoi uomini, e Grifonetto andò un'ultima
volta sotto la loggia del palazzo della madre e urlò con una voce che fece
gelare il sangue nelle vene a coloro che la udirono:
«Non tornerò più, ma presto vorrete parlarmi e non potrete più farlo,
madre crudele con il proprio figlio disgraziato!».
Poi errò per le strade della città in attesa che qualcuno lo uccidesse. Vicino
la chiesetta di Sant'Ercolano, incontrò il cugino Gianpaolo. Mettendogli
la punta della spada alla gola questi gli disse:
«Vai in pace poiché io non voglio affondare la spada nel sangue della
mia famiglia, come hai invece fatto tu!».
Gianpaolo si allontanò ma, indifferenti alle sue parole e assetati di vendetta,
i suoi compagni si scagliarono su Grifonetto e lo colpirono con daghe
e picche, lasciandolo per morto sul selciato, immerso nel proprio
sangue. Si stavano accanendo su di lui quando l'arrivo di
Atalanta e Zanobia mise fine alla loro furia vendicativa. Per
pietà verso queste donne
tanto addolorate, si ritirarono in fretta coprendosi il volto. Atalanta si lasciò
cadere a fianco del figlio, strinse tra le braccia il corpo straziato e,
dando libero corso al suo dolore, urlò:
«Figlio mio, ecco la tua madre sventurata, che vorrebbe parlarti e ora
non può più, come tu le avevi predetto!».
Poi, assieme a Zanobia, lo esortò al pentimento e al perdono. Ormai incapace
di parlare, trovò comunque la forza di stringere loro le mani prima
di spirare.
La vendetta di Gianpaolo fu atroce. In tre giorni fece decapitare più di
cento uomini che erano stati coinvolti nella congiura e le loro teste furono
inchiodate ai muri del palazzo. Non c'era una sola famiglia che non
avesse un defunto da piangere: il lutto si abbatté su Perugia. Atalanta e
Zanobia si ritirarono presso suor Colomba che aveva invano tentato di
mettere in guardia Grifonetto dagli eccessi della sua passione e dalle calunnie
dei suoi consiglieri. Sette anni più tardi, Atalanta ottenne dal giovane
Raffaello Sanzio che dipingesse una Deposizione destinata alla cappella
Baglioni della chiesa dei conventuali, volendo così rendere perpetuo
il ricordo di quelle ore funeste e invitare i fedeli a pregare per il riposo
delle anime delle vittime.

 Capitolo 25.
Infelicissima.

(Diario, 28 maggio 1519)
Quello stesso anno 1500, il dolore causatomi da ciò che era successo ad
Alfonso aumentò quando venni a conoscenza di tali sinistri avvenimenti.
I più funesti presagi mi opprimevano il petto, persi il sonno. Benché fossi
sfinita, trovai nell'amore l'energia per vegliare e curare mio marito,
cercando con tutte le mie forze di trattenere in lui un respiro che sembrava
dovesse abbandonarlo da un momento all'altro: dopo un miglioramento
passeggero, era bruscamente peggiorato e rimase tra la vita e la
morte per una settimana, nonostante le cure prodigate dai medici napoletani,
malgrado la devozione di cui fece prova il suo buffone che mi sostituiva
al suo capezzale quando non avevo più la forza di resistere al sonno.
Anche Sancia si prodigò senza risparmiarsi, eravamo pallide, smagrite,
i volti tesi, lo sguardo smarrito, ognuna vedeva nell'altra se stessa, come
davanti a uno specchio. Mi incitò a scrivere allo zio Federico, re di
Napoli, pregandolo di inviare qualcuno a prenderci non appena Alfonso
fosse stato in grado di spostarsi, ma spesso cedevamo allo scoramento,
piangendo in silenzio. Allora il buffone ci redarguiva e diceva che agendo
in siffatta maniera avremmo solo affrettato la morte del suo buon signore;
altre volte invece ci distraeva con giochi e racconti, riuscendo a
farci sorridere nostro malgrado. Finalmente Alfonso ebbe un visibile miglioramento:
la giovane età e la robusta costituzione avevano avuto la
meglio, la febbre calò e riuscì a dire qualche parola, e presto parlò. Confermò
tutto ciò che il paggio Baboino ci aveva raccontato, sottolineò con
insistenza ed emozione il coraggio dimostrato da Albanese. La sua unica
fretta era la nostra: tornare al più presto nel Regno di Napoli dove saremmo
stati al riparo dagli intrighi e dai delitti del Vaticano, e spesso
chiedeva ai chirurghi quando sarebbe stato in grado di tornare a cavallo.
A Roma si mormorava il nome dell'assassino, anche se tutti evitavano
con la massima cura di pronunciarlo:
Non si sa chi l'abbia colpito, non pare che sia stata fatta una grande ricerca.
Ciononostante in Città si è sparsa la voce che sia una cosa tra i Borgia, poiché
nel loro palazzo vi sono tanti di quei motivi di odio antichi o moderni, tante invidie
e gelosie riguardo agli affari di Stato e alle questioni personali che inevitabilmente
succedono simili scandali. Si parla malissimo del papa e del Valentino.
A questa missiva dell'ambasciatore Francesco Capello ai Medici di Firenze
faceva eco ciò che scriveva al doge quello di Venezia: «Si ignora chi
l'abbia colpito, ma pare sia stata la stessa persona che uccise il duca di
Gandia per poi gettarlo nel Tevere».
Il nostro amico Calmeta fu ancora più esplicito nella lettera che inviò a
Elisabetta Gonzaga, duchessa di Urbino, alla quale era debitore: «Tutti a
Roma sono convinti che l'attentato sia stato ordito dal duca Valentino».
Non mi dispiaceva che si sapesse la verità poiché contavo sull'indignazione
e la riprovazione generale per fermare il braccio di mio fratello. Mi
illudevo, non sapendo ancora di cosa fosse capace Cesare e ignorando fino
a che punto la sua gloria gli permettesse di poter agire senza che nessuno
osasse intervenire, qualsiasi cosa facesse.
...
Il 18 agosto ricevemmo la visita di Raffaele Brandolini, un nostro amico
cieco, che era stato il precettore di Alfonso e al quale era legato da profonda
amicizia. Avevamo cenato con Sancia - Jofré era stato trattenuto da nostro
padre - e Alfonso si era disteso per riposare. Parlavamo della partenza
per il Regno di Napoli, dove Brandolini si offriva di accompagnarci. Ritirati
nella Rocca di Bisceglie, vi avremmo trascorso giorni sereni assieme al
nostro piccolo Rodrigo, lontano dagli intrighi e dalle ambizioni del Vaticano;
avremmo fatto lunghe passeggiate a cavallo fino al mare e avremmo visitato
le cattedrali con le loro torri altere quasi sulla riva. Ci saremmo perfino
avventurati nelle misteriose profondità della foresta umbra, sul promontorio
del Gargano. Là, assicuravano Alfonso e Sancia, l'aria era tersa e
la brezza marina esaltava il profumo intenso di finocchi, mirto e origano.
Alfonso mi aveva preso la mano e godevamo di un magnifico momento di
tenero abbandono mentre la voce di Brandolini snocciolava alcuni versi.
Alcuni rumori nell'anticamera dei chirurghi turbarono la tranquillità
della serata. Si udirono delle urla e la porta fu spinta con
forza. Micheletto Corella, favorito di mio fratello Cesare, era sulla soglia, circondato
da gente d'armi che litigavano con le guardie pontificie. Alle nostre proteste,
dichiarò che aveva ordine di arrestare ogni persona del seguito di
mio marito perché rispondesse di un complotto ordito contro il papa
con la complicità dei Colonna. L'accusa era talmente ridicola che non riuscii
a trattenere una risata isterica. I suoi uomini avevano già preso
Brandolini e il buffone di Alfonso e li stavano legando come avevano fatto
con i due medici. Sancia e io protestammo con maggior vigore, ma ci
rispose che lui si limitava ad eseguire gli ordini. Sembrava indeciso, parve
esitare, dichiarò che avrebbe condotto i prigionieri a Castel Sant'Angelo
a meno che il papa non avesse emanato un contrordine. Due porte
ci separavano dagli appartamenti pontifici: Sancia e io cademmo in trappola
e ci precipitammo a pregare mio padre di intervenire. Siccome non
rispondeva alle nostre chiamate, tornammo di corsa. La porta della camera
di Alfonso era chiusa, Corella e i suoi sgherri stavano di guardia.
Senza la minima emozione ci informò che mio marito, nel tentativo di alzarsi,
era caduto. Udii le urla stridenti di Sancia e svenni.
...
Alfonso era morto. L'ho appreso riprendendo i sensi, dopo due giorni
di delirio e di febbre. Le mie dame di compagnia in lacrime circondavano
il letto mentre io ripetevo tra i singhiozzi:
«Sono morta, facciano di me ciò che vogliono, la cosa mi lascia indifferente».
Non avevo avuto la consolazione di vedere il corpo di mio marito e neanche,
crudeltà senza eguali, quella di assistere alle esequie: chiuso in una bara
di legno, lo avevano sepolto la sera stessa del crimine sotto la pavimentazione
della chiesetta di Santa Maria delle Febbri, contigua alla basilica di
San Pietro. L'unica compagnia del defunto furono venti monaci agostiniani
che lo avevano accompagnato nella sua ultima dimora alla luce di altrettante
torce. Dopo tre giorni, Cesare si presentò in camera mia, scortato da
alabardieri. Il pretesto era di garantire la mia sicurezza. Riunendo le forze,
mi asciugai le lacrime e non appena aprì bocca, lo interruppi:
«Di te non mi stupisce più di nulla. E ora vattene, lascia questa casa!».
Sconcertato dalla mia freddezza e dal tono glaciale che avevo usato, voleva
giustificarsi:
«Dalla finestra della sua stanza, mi ha lanciato un quadrello di balestra
mentre passeggiavo nei giardini...».
Con uno sforzo sovraumano riuscii a sussurrargli con una risata carica
di disprezzo:
«Che forza avrebbe dovuto avere per reggere un'arma simile!».
Poi chiusi gli occhi, come indifferente alla sua presenza, strinsi le palpebre
per evitare che sgorgassero le lacrime e mi morsi l'interno delle
guance per non gridare. Lasciò la mia stanza.
Mio padre ordinò alle governanti di portarmi a ogni ora del giorno il
piccolo Rodrigo, il figlio che mi aveva dato mio marito. Alla vista del
bambino, i pianti raddoppiarono, ma anche la mia determinazione: sarei
vissuta per lui, per proteggerlo. Ricevevo lettere di condoglianze e di incoraggiamento
da ogni parte. Risposi a tutte, firmandomi «Infelicissima»
o «La più triste delle donne», e lo ero davvero. Caterina Cornaro, un
tempo regina di Cipro, che mi era molto affezionata, mi inviò questi versi
di Petrarca:
Discolorato ài, Morte, il più bel volto
Che mai si vide, e i più begli occhi spenti;
spirto più acceso di vertuti ardenti
del più leggiadro et più bel nodo ài sciolto.
In un momento ogni mio ben m'ài tolto,
post'ài silentio a' più soavi accenti
che mai s'udiro, et me pien di lamenti:
quant'io veggio m'è noia, et quant'io ascolto.
Mi scrisse anche Lucrecia Lopez, così come Maddalena de' Medici e
Giulia. Io garantii che gente crudele mi aveva tolto colui nel quale avevo
trovato una «sorgente d'amore per l'eternità» e annotai nel mio libro
delle ore(5) la bella e tanto crudele frase del poeta Jacopo Sannazzaro:
«Per pianto la mia carne si distilla». Misi il lutto, contro il parere di mio
padre che esigeva da parte mia una discrezione esemplare e da tutti il
più totale silenzio sulle circostanze del delitto che io stessa conobbi solo
dopo essere riuscita a ottenere la liberazione dei medici napoletani, di
Brandolini e del buffone di Alfonso. Per riuscirci dovetti affrontare mio
padre rinfacciandogli di avere favorito la morte di mio marito con il suo
invito a tornare a Roma e con le false carezze di cui lo aveva coperto.
Per la prima volta osai sfidarlo dando libero sfogo a un dolore che egli
non tollerava. L'ambasciatore di Mantova scrisse a Francesco Gonzaga:
«Il papa è smarrito, sicuramente a causa della disperazione di sua figlia,
ma anche perché le imprecazioni che risuonano quotidianamente in Vaticano
finiscono per esasperarlo, tanto più che lei è diventata il suo rimorso
vivente».
Di rimorsi, non ne sentiva affatto, come scriveva dal canto suo Polo
Capello in un rapporto al governo della Serenissima: «Ringiovanisce
ogni giorno di più, le sue preoccupazioni non durano più di una notte, è
di temperamento mite e fa unicamente ciò che gli conviene. Il suo unico
pensiero è di fare dei figli dei grandi personaggi, e non si preoccupa d'altro».
Mio cugino, il cardinale di Monreale, si preoccupò per la violenza
del mio dolore. Ne fui offesa, non era forse in grado di capire, lui che mi
conosceva tanto bene, che la ragione era l'amore che nutrivo per Alfonso?
Gli risposi con dei versi di Petrarca;
Amor m'à posto come segno a strale,
come al sol neve, come cera al foco,
et come nebbia al vento.
Venne a trovarmi per scusarsi e approvò la mia condotta. Mentre gli
parlavo non riuscivo a trattenere le lacrime che sgorgavano dai miei occhi
arrossati senza che me ne accorgessi. Gli raccontai le circostanze della
morte di Alfonso così come me le aveva riportate il fedele buffone:
«Corella non è che il braccio di Cesare...».
Aveva parlato a bassa voce come se temesse di essere udito. Tutti sapevano
ma nessuno osava accusare apertamente Cesare, il cui potere era all'apogeo.
Ero l'unica a pronunciarne il nome durante gli incontri con nostro
padre quando gli rinfacciavo la sua doppiezza e cecità. Persino i diplomatici
ne scrivevano ai loro signori solo con messaggi in codice o in
termini allusivi: «Per osare un simile colpo, in un simile luogo, sulla persona
di un signore regnante, figlio di un re defunto e genero di un papa,
il colpo non può venire che da un uomo attualmente più potente di lui».
Mio cugino mi suggerì di lasciare Roma. Era certo che il papa non me
lo avrebbe negato:
«È infastidito dalla tua vista e dalle tue lacrime. Gli hanno raccontato
che erri come un'ombra tra le vigne dell'Esquilino, che percorri gemendo
le strade della Città, portando tuo figlio in braccio, e alcuni assicurano
che in un tale stato di disperazione, prima o poi, commetterai la follia
di porre fine ai tuoi giorni».
Feci spallucce:
«Dimenticano che ho degli obblighi verso nostro figlio. E soprattutto
dimenticano che il mio dolore è infinitamente più grande di quanto non
lo sarebbe la sola disperazione, perché il dolore non può avere fine su
questa terra».
Lasciandomi, mi baciò sulla fronte come faceva un tempo, quando ero
una ragazzina allegra e spensierata. Sembrava tutto così lontano...
...
La vicinanza di mio padre mi pesava, quella di Cesare era insopportabile.
Mi allontanavo dal Vaticano ogni volta che mi era possibile. Se ogni
giorno andavo in questo o quel santuario della Città per pregare per il riposo
eterno di mio marito e trovarvi la pace del silenzio, amavo soprattutto
percorrere a cavallo la campagna romana, lasciando al destriero la
libertà di condurmi dove preferiva e ai miei pensieri di andare verso il ricordo
di Alfonso. Ma anche in questo, ero oggetto di osservazione da
parte degli ambasciatori: «Il papa è sconcertato sia a causa della natura
dei fatti, sia a causa della disperazione di sua figlia. Dalla morte del marito,
la si vede passeggiare sola nelle vigne vicino alla città in cerca di un
po' di calma e consolazione al proprio dolore».
Tali considerazioni - che si faceva in modo giungessero alle mie orecchie
- mi lasciavano indifferente.
Lasciai Roma il 30 agosto con un seguito di trecento persone scortate da
altrettanti cavalieri. Adriana non fu autorizzata ad accompagnarmi, mio
padre le preferì la cugina Angela Borgia pensando che la sua giovinezza e
allegria mi avrebbero distratta dai cupi pensieri. Quando l'indomani rividi
la Rocca di Nepi, sentii - per l'impellente ricordo dei giorni felici -
l'imperiosa necessità di restare sola per piangere liberamente. Congedai il
mio seguito tenendo con me solo i servitori e le dame della mia dimora
che si dichiaravano disposti a rispettare e condividere il mio lutto. Rimasero
cinquanta persone. Rispedii a Roma la mia argenteria, i miei gioielli e
i vestiti di gala. Feci sistemare tende scure nelle sale del castello a me riservate
e ricoprirono gli affreschi fioriti delle stanze del primo piano, i cui
colori vivaci acuivano la mia malinconia. Trasformai la mia stanza in una
cella da monaca di clausura come quelle di San Sisto e il mio studiolo in
un oratorio. Solo gli appartamenti di Rodrigo furono decorati in maniera
adatta a un bambino, con pannelli di cuoio azzurro ai muri, casse con i
giocattoli, stoffe dai colori tenui per la culla, e la sua argenteria sistemata
sulla credenza. Mi vestii di nero coprendomi il volto con un velo dello
stesso colore, Angela e le servitrici seguirono il mio esempio.
Allora ignoravo che più della metà della mia esistenza terrena era già
trascorsa, inondata più dalle lacrime e dalle tribolazioni che illuminata
dalle risa. Tutto ciò che mi stava intorno mi appariva come un tutt'uno di
complotti, tradimenti e crimini: si dava la parola solo per tradirla meglio,
l'onore e lo spirito cavalleresco si stavano perdendo per sempre. Ma, per
quanto acuto fosse il dolore, non volevo che rovinasse la vita di mio figlio
e, costretta dalla crudeltà della mia famiglia a rinunciare alla felicità, imparai
giorno dopo giorno a distaccare la mente da tali pensieri. Già mi applicavo
senza saperlo nella ricerca della felicità. La tenerezza che nutrivo
per Rodrigo e le cure di cui aveva bisogno mi aiutarono infinitamente anche
se a volte la sua vista mi faceva inumidire gli occhi, poiché ritrovavo
nei suoi lineamenti il ricordo di Alfonso. Mio padre e Cesare mi rimproveravano
le lacrime che non riuscivo a trattenere malgrado gli sforzi, ma
mio figlio non dovette mai farlo: con lui mi astenni sempre dal piangere.
Le giornate trascorrevano uguali, portandomi poco a poco la pace. La
mattina, dopo la messa bassa, mi ritiravo nello studiolo. Scrivevo per rispondere
alle persone che con le loro lettere mi testimoniavano affetto e
amicizia. Inviavo molte missive ai monasteri e alle opere pie affinché aumentassero
le messe e le preghiere in suffragio dell'anima di mio marito.
Leggevo. Cercai anche di definire la condizione dei miei figli, non solo
Rodrigo, ma anche il bambino di Perotto: i proventi del ducato di Nepi e
quelli del ducato di Sermoneta che avevo comprato alla camera Apostolica
al prezzo di ottantamila ducati, avrebbero assicurato il loro futuro.
Quando ero stanca di leggere, pensare, fare calcoli, invitavo Angela ad
accompagnarmi in lunghe passeggiate a cavallo. Fuggivamo l'afa estiva
costeggiando le pigre acque del Falisco all'ombra dei faggi oppure galoppando
attraverso la campagna sonnolenta che il sole impolverava d'oro,
fino ai pendii boscosi del monte Soratto per fermarci al santuario dei
santi Abbondio e Abbondazio, il cui cappellano ci offriva latte e miele, o
a volte verso il borgo di Caprarola dove forse soggiornava la bella Giulia.
Spesso rientravamo esauste, ci facevamo un bagno, e poi io giocavo con
mio figlio. Dopo aver cenato in silenzio, mi ritiravo nei miei appartamenti.
Lì, sola, potevo finalmente lasciare libero corso alle lacrime. Piangevo
Alfonso, piangevo per me stessa, per nostro figlio? Non so.
Non passava sera in cui non mi chiedessi cosa aveva spinto Cesare a uccidere
mio marito. Forse lo odiava, per quella strana inimicizia che alcuni
uomini nutrono verso il marito della sorella. Sicuramente era colmo di
avversione per gli Aragona, a causa delle umiliazioni infertegli da Sancia,
ma ancor più da quella di re Federico che gli aveva rifiutato la mano della
figlia. O forse vedeva in lui un rivale per la corona di Napoli, cui aspirava,
o forse cercava semplicemente di accontentare il re di Francia che,
avanzando pretese su questo stesso regno, gli offriva come contropartita
l'appoggio alla costituzione di un principato in Romagna. O ancora voleva,
con la mia vedovanza, assicurarsi una pedina essenziale nel gioco delle
alleanze politiche. Pensavo e ripensavo a tali ipotesi e ognuna mi sembrava
un motivo sufficiente perché mio fratello eliminasse mio marito. E
tornavo sempre all'ipotesi che forse era la più vera proprio perché la più
semplice: Alfonso e io avevamo avuto la colpa di avere mostrato la nostra
felicità in un mondo pieno di gelosie, ciò ci aveva reso spensierati, imprudenti
perché estranei ai loschi calcoli che reggono, malgrado loro, il
destino dei principi.
Il 3 ottobre ricevetti una staffetta che mi informava che l'indomani Cesare
si sarebbe recato alla porta della Rocca e che avrei dovuto accoglierlo per la cena. Diedi ordine per l'occasione di ricoprire di velluto nero la
grande sala della torre quadrata e di appendere al muro di fronte al posto
d'onore gli stemmi dei Borgia e degli Aragona: all'oltraggio che costituiva
questa visita intendevo rispondere con l'affronto. Mio fratello arrivò
assieme ai condottieri reclutati come capitani; il suo esercito, forte di
settecento lance, si accampò per la notte nella valle del Falisco, mettendo
però al riparo nel cortile della fortezza i nuovi cannoni francesi e i cavalli.
Ricevetti lui e i suoi uomini con grande fasto, obbligandoli però a utilizzare
stoviglie in argilla appropriate al mio lutto; fu meraviglioso vedere
in vasellame tanto modesto delle portate ricercate come cigni farciti
con salsa di cumino, gru arrostite con pere e cipollotti, lingue di cervo ai
pinoli, pulcini cotti nel miele con pistacchi. Feci servire i migliori vini di
Orvieto e Frascati, con noci, mandorle, nocciole, scorze di cedro e zenzero
canditi, ceste di uva, pere e mele. Io toccai appena il cibo, bevvi pochissimo
e non risposi alle domande che a volte mi si rivolgevano. Ero indifferente
a tutto, cosa che esasperò mio fratello - lo notai dalla smorfia
sulle labbra pallide - ma non per questo meno attenta a cosa si diceva a
tavola. Appresi così che grazie a un prestito di ventimila ducati ottenuto
dai banchieri di Genova, a un'imposta per la crociata e alla promozione
di dodici cardinali che avevano versato una tassa oscillante tra i quattromila
e i venticinquemila ducati, il papa era riuscito a finanziare l'esercito
del figlio. Cesare e i suoi uomini lasciarono la Rocca l'indomani per marciare
su Pesaro.

Note.
5. Manuali di devozione per i laici, largamente diffusi tra i secoli tredicesimo e sedicesimo, si componevano di testi
liturgici, brani evangelici, orazioni alla Vergine e ai santi; queste raccolte erano destinate spesso a
committenti di rango regale o principesco e costituiscono per le loro illustrazioni le più raffinate
testimonianze dell'arte della miniatura. [n.d.t.]

 Capitolo 26.
Papessa...

(Diario, maggio 1519.)
Le piogge autunnali e soprattutto la spedizione di Cesare, mi convinsero
a chiedere l'autorizzazione a rientrare a Roma. Temevo per mio figlio
il rigore della brutta stagione, gli spifferi e l'umidità che dalle valli salivano
verso la fortezza di Nepi. L'assenza di mio fratello mi consolava in
quanto gli unici anni felici che abbia mai avujo - benché velati dalle sofferenze
- furono quelli in cui egli era lontano, trattenuto in Francia per
volere di Luigi XII. Lontano dalla mia vita, lontano dai miei pensieri, lontano
dal mio cuore ormai da molto tempo. Gli sforzi vani di nostro padre
per renderlo amabile ai miei occhi non fecero altro che determinare un
nostro ulteriore allontanamento, se possibile, senza che ciò mi causasse il
benché minimo dispiacere. Forse l'ho trovato nelle righe che scrivo adesso.
Una felicità di appena due anni. Poca cosa, direte voi. E molto.
A causa di quel risentimento con il quale tormentava chi aveva avuto la
fortuna di dispiacergli, o peggio ancora di tenergli testa, mio padre non
rispose alle lettere che gli inviavo. Moltiplicai le missive al mio intendente
di Santa Maria in Portico, facendogli pressione affinché intercedesse
presso il cardinale Farnese perchè questi diventasse il mio difensore:
In merito al mio rientro a Roma, sono talmente contrariata e dispiaciuta da
non riuscire a scrivere, posso solo piangere. E tutti questi giorni, vedendo Farina
che avrebbe potuto sistemare tutto per il meglio e invece non ha fatto nulla,
vedrò se almeno posso inviargli Robbie. Nient'altro. Ancora una veglia, veglia
attentamente su tutto e non lasciare a nessun costo vedere questa lettera a Rosa.
Utilizzavo un linguaggio cifrato perché temevo moltissimo le spie. Misero
codice, che anche l'ultimo asino sarebbe stato in grado di decifrare! Non
essendoci abituata, non mi rendevo conto di quanto erano trasparenti e che
se Rosa stava per il papa Alessandro, Farina indicava Farnese e Robbie mio
figlio, i mestatori di corte non ci avrebbero messo molto a scoprirlo...
In attesa dell'autorizzazione papale, feci scolpire nella pietra gli stemmi
uniti dei Borgia e degli Aragona, sormontati dalla corona ducale, per onorare
degnamente a Nepi la memoria di Alfonso, che ne era stato signore
assieme a me. Volevo che il ricordo della felicità della nostra unione fosse
indelebile e quindi li feci scolpire sulle mura della città e sulla facciata del
palazzo comunale. Moltiplicai anche le domande di suffragi pubblici nelle
chiese romane in modo che nessuno potesse ignorare quanto il defunto
sposo restasse vivo nel mio cuore. Alla fine mio padre accordò la sua autorizzazione
e rientrai a Roma, i primissimi giorni di dicembre.
...
Di ritorno a Santa Maria in Portico decisi di condurre una vita ritirata
per occuparmi unicamente di mio figlio. Continuai a portare il lutto e
mostrai un viso impassibile, acconsentendo a sfoggiare qualche gioiello
solo quando mio padre esigeva che mi mostrassi al suo fianco sulla loggia
di San Pietro: era il prezzo da pagare per la mia relativa libertà. Ma negai
a lui, come a chiunque altro, il diritto o la semplice possibilità di evocare
in mia presenza il ricordo di Alfonso, il mio dolore mi apparteneva. Tale
riserbo scandalizzava la società, privata del piacere di godersi lo spettacolo
delle mie lacrime e di potermi prodigare ipocrite parole di consolazione.
Le dame e i servitori che a Nepi erano stati i testimoni rispettosi
del mio dolore, fecero del loro meglio per favorire la mia reclusione.
Proibii l'ingresso a qualsiasi ospite, tranne che una o due volte a settimana
agli intimi. Invitavo a cena Adriana e Angela Borgia, i
fratelli Brandolini, Tommaso Albanese e il cardinale di
Monreale: solo da loro sentivo
parlare, benché di rado, di mio marito con un piacere misto a malinconia.
Preferivamo discutere sui sonetti di Petrarca o i versi di Lorenzo il
Magnifico, o commentavano le lettere che mi inviava Caterina Cornaro
dalla villa di Asolo - si firmava e faceva chiamare la Greca, cosa che era
sicuramente diventata con il matrimonio -, quelle di Isabella d'Este e
della duchessa di Urbino a Calmeta. Questi, che era stato requisito da
Cesare assieme ad altri poeti e uomini di lettere affinché ne cantassero le
gesta e al tempo stesso lo distraessero, ci girava la corrispondenza che
scambiava con le due cognate. Poi suonavamo un po' assieme ai miei fedeli
servitori e il buffone di Alfonso, che si era affezionato a me, ci divertiva
con alcune favole che raccontava a meraviglia. Quelle serate erano
dolci e tranquille, e la loro semplicità non si confaceva a Sancia: desiderosa
di dimenticare, di stordirsi con le feste, si annoiava e quindi sovente
declinava l'invito. Credo anche che mi ritenesse responsabile della morte
del fratello, benché non me lo abbia mai detto.
Quando gli invitati andavano via, raggiungevo gli appartamenti di Alfonso.
Non era cambiato nulla, ogni mattina vi sistemavo dei fiori come
facevo un tempo. Mi dilettavo pizzicando le corde della sua cetra d'argento,
a rileggere le opere che aveva lasciato nello studiolo, a studiare
con una certa fierezza la genealogia della sua casata che lui stesso aveva
scritto e fregiato con stemmi, ma alla quale non aveva avuto il tempo di
aggiungere il nome di nostro figlio. Sentivo il suo odore, quasi impalpabile,
quel profumo di fiori di violacciocca e quello soave e tenue di una
veccia portata dalle Indie occidentali che si chiama vaniglia. A volte mi
lasciavo andare e gli parlavo ad alta voce, ripetendogli che lo amavo,
quanto mi mancava. Una volta le mie dame mi sorpresero mentre lo facevo
e temettero per la mia ragione, poi si abituarono. Chi non ha amato
non potrà mai capire le follie dell'amore. Dalla sua morte non è passato
un solo giorno in cui non abbia pensato a lui, con commozione e riconoscenza,
che non gli abbia parlato come se il suo cuore fosse stato lì
accanto al mio. Non temo la morte perché so che ci ritroveremo. È forse
un pensiero peccaminoso? Le tenebre si squarceranno, ci vedremo e,
a braccia tese, ci correremo incontro come se ci fossimo lasciati per un
attimo solo, per la gioia di poterci ritrovare, proprio come nei giorni felici.
Tale certezza, e l'amore per i miei figli, mi hanno tenuta in vita fino
ad oggi.
...
Quand'anche non avessi più voluto sentir parlare di Cesare, sarebbe
stato impossibile. Tutta l'Italia tremava sotto la sua potenza e risuonava
della sua gloria, e nostro padre si esaltava per le conquiste fatte. Prima
ancora che iniziasse la campagna, la città di Cesena aveva inviato i propri
ambasciatori al papa per pregarlo solennemente di dare la loro città al figlio.
Da lì aveva marciato su Pesaro i cui cittadini, voltando le spalle a
Giovanni, lo acclamarono in anticipo. Il mio vecchio marito si era rifugiato
a Mantova abbandonando più di settanta pezzi d'artiglieria, e Cesare
era entrato in città sotto una pioggia battente, proprio come quella
che mi aveva accolta sei anni prima. Poi, nonostante una recrudescenza
del mal francese, entrò a Rimini, la cui popolazione gli si era consegnata
dopo la cacciata del tiranno Pandolfo Malatesta. Il Valentino veniva accolto
ovunque da liberatore, come scriveva l'ambasciatore di Ferrara al
suo signore: «Ha fama di un uomo di cuore, solido e liberale. Si dice faccia
affidamento su uomini perbene. Duro nelle vendette a detta di tutti,
ha un'intelligenza sconfinata, assetata di fama e grandezza, e sembra che
abbia più fretta di conquistare gli stati che di organizzarli».
Aveva incontrato un unico ostacolo, la fiera città di Faenza che, arrivato
l'inverno, ancora resisteva valorosamente all'assedio delle truppe ormai
sfinite. La città era guidata dal suo signore Astorre Manfredi, un giovane
di diciotto anni, bello come un angelo, venerato dai suoi sudditi. Quando
Cesare aveva iniziato la conquista dei feudi romagnoli, i faentini si erano
presentati davanti al loro signore supplicandolo di non tollerare che la
violenza vincesse sul diritto e assicurandogli che avrebbero difeso le loro
mura, i loro beni e il loro onore, fosse stato anche contro la sua volontà.
Astorre aveva giurato di opporsi alle imprese di mio fratello: fedele alla
parola data, e forte dell'appoggio di mille soldati inviatigli da Giovanni
Bentivoglio, tiranno di Bologna e suo parente, teneva in scacco l'esercito
del Valentino. Questi aveva dovuto piegarsi e, per la prima volta, la sua
gloria si era offuscata: tutta l'Italia plaudiva al giovane eroe - da lontano,
in quanto nessuno stato gli diede man forte - mentre il papa lanciava la
scomunica alla città e al suo signore. Io mi rallegravo tra me e me.
Non era ancora passato il periodo di lutto per la morte di Alfonso che
mio padre già si affrettava a farmi risposare. Il signore di Ligny, cugino di
Luigi XII, aveva chiesto la mia mano a condizione che portassi in dote la
città di Siena - «i francesi farebbero qualunque cosa per il cappello cardinalizio
o per soldi» - ma io dissi a mio padre che non sarei andata in
Francia neanche per tutto l'oro del mondo, piuttosto mi sarei rinchiusa
presso le Murate di Firenze. Poi fu la volta di Francesco Orsini, duca di
Gravina e cugino di Adriana: vedovo, padre di due bambini, si era talmente
immedesimato nel ruolo che condusse con pomposità ostentata la
sua giovane amante dalle clarisse, dove lei avrebbe dovuto pregare per la
felicità coniugale del suo amante. Mio padre, che stava valutando tale
possibile alleanza con prelati e ambasciatori, mi chiese cosa ne pensassi.
Gli risposi che non ero d'accordo poiché intendevo consacrarmi interamente
a mio figlio. Siccome insisteva, ribattei con sarcasmo:
«Ai miei precedenti mariti è andata davvero male, gli ho solo causato
disgrazie!».
E lasciai l'assemblea. Rimasi estranea a ogni manovra, scartando un
pretendente dopo l'altro. Sapevo bene che mi sarei dovuta risposare, anche
solo per garantire la sicurezza e il futuro di mio figlio, ma non volevo
un marito che gravitasse nell'orbita del Vaticano o la cui strada incrociasse
le ambizioni di mio fratello. Aspettavo quindi, senza fretta, che
mio padre mi proponesse l'unico uomo che mi sembrava in grado di allontanarmi
per sempre da Roma e di assicurare la mia e la sua sicurezza
contro Cesare.
...
Il rigido inverno seppellì l'Italia sotto una cappa di gelo e neve. Ritirata
nel mio palazzo, eludevo gli inviti al Vaticano nonostante mio padre
moltiplicasse le premure verso di me. Sembrava che avesse bisogno della
lontananza di Cesare per riuscire a manifestarmi il suo amore paterno.
Ma la ferita del mio cuore era incancellabile e l'unica persona che amavo
ancora era mio figlio. Dopo Natale, Cesare fece nuovamente parlare di
sé. Da Cesena, dove aveva ripiegato, inviò alla fine del gennaio 1501 le
sue truppe contro Faenza. Ancora una volta, la Rocca resistette e le donne,
trascinate da Diamante Jovelli, che alcuni paragonarono a Caterina
Cornaro, salirono sui bastioni. Se le corti italiane si felicitavano per questa
nuova sconfitta del Valentino, non c'era un solo stato che fosse disposto
ad aiutare Astorre Manfredi; perfino Bologna, cedendo alle minacce
del re di Francia, gli ritirò il proprio appoggio. Allora tutti capirono che
Faenza aveva i giorni contati. Sicuro di ciò, Cesare si dedicò ai piaceri.
Spinse i signori di Urbino a invitarlo nei giorni del carnevale, in cui lo
splendore della loro corte era al culmine, prima del periodo di austerità
imposto per la Quaresima. Si guardarono bene dal rifiutargli l'invito, nel
timore di alienarsene le grazie; in suo onore sfoggiarono uno sfarzo senza
eguali, cercando di cattivare la sua benevolenza nella speranza che le
attenzioni rivoltegli allontanassero il loro ducato dalle sue mire. Lui, per
tutta risposta, cercò di avvelenare i padroni di casa. O almeno così dissero,
ma io non ci credetti in quanto tale crimine non sarebbe stato utile ai
suoi piani. Invece, quando fu accusato di aver fatto rapire Dorotea Caracciolo
mentre stava per raggiungere il marito, seppi immediatamente
che era lui l'autore di questa impresa che scandalizzò l'Europa. Il re di
Francia fece giungere a mio fratello le sue più vive rimostranze, la Serenissima
inviò gli ambasciatori a mio padre per esigere riparazione -
Giambattista Caracciolo era il capitano dell'esercito veneziano -, ma non
ottennero altro che dinieghi. Il papa scrisse al Consiglio del doge:
L'azione è cattiva, orribile, abominevole. Non sapremmo immaginare un castigo
abbastanza severo per colui che offende l'onore attraverso un simile misfatto.
Se si trattasse del duca Valentino, vorrebbe dire che ha perso il senno.
Sappiamo dunque che non è affatto colpevole.
Quanto a Cesare, si dichiarava estraneo alla questione, certo solo del
fatto che la giovane donna, durante i festeggiamenti del carnevale, si era
invaghita di un capitano spagnolo, un tempo al suo servizio e poi passato
a quello del duca di Urbino. Non sapeva altro, dichiarava, con calma e sicurezza
tali che finirono per credergli. O forse gli vollero credere, tale
era il timore che incuteva anche negli stati più potenti. Presto non si parlò
più di Dorotea.
A quei tempi, la stella di mio fratello raggiunse il suo zenit. I sovrani lo
lusingavano nella misura in cui lo temevano, e i nuovi sudditi gli si affezionavano
poiché li governava con saggezza e bontà: si guadagnava la loro stima
mescolandosi ai cittadini nelle città che aveva conquistato, beveva nelle
taverne insieme agli uomini, lottava a mani nude con i robusti contadini,
faceva a gara con i fabbri per spezzare come loro un ferro di cavallo con le
mani o rompere un'asta in un colpo solo. Difendeva gli oppressi, condonava
i debiti dei poveri, promulgava editti che assicurassero sui suoi territori
la sicurezza dei viaggiatori e dei mercanti, fondava opere pie, come la
Valentina a Imola. Si assicurò così una popolarità la cui eco arrivava a Roma
e conquistava l'Italia. Ma tutto ciò che faceva non era il frutto di uno
slancio di magnanimità, bensì il risultato del calcolo scrupoloso che fu
sempre all'origine delle sue azioni: mio fratello non amava nessuno, anzi
mi sono spesso domandata se avesse un cuore. Ebbe numerose amanti, ma
non si affezionò a nessuna, neanche alla bella e brillante nobildonna Bianca
Stanga, che gli diede un figlio. Quanto alla moglie francese, le inviava
paste di mandorla, marmellate, arance, limoni e cedri, fusti di malvasia e
candele di pura cera, velluti di Genova e sete di Lucca... ma non aveva alcuna
fretta di richiamarla al suo fianco. Geloso della propria libertà quanto
della gloria, non tollerava alcun ostacolo, neanche si trattasse di amore.
La sua lontananza da Roma mi rassicurava e preoccupava allo stesso
tempo. Vedendolo come il sole lanciato alla conquista del cielo, aspettavo
con ansia che iniziasse la sua fase decrescente. Ma non faceva altro
che innalzarsi sempre di più. Faenza finì per capitolare, dopo una resistenza
degna di ammirazione che fece scrivere a Isabella d'Este: «I
faentini hanno salvato l'onore dell'Italia».
Tutti condivisero il complimento, tutti ne lodarono l'autrice, ma nessuno
andò in aiuto di Faenza a conservare l'onore dell'Italia. E il 25 aprile
1501 Faenza cadde. Isabella non fece alcun commento. Cesare fu magnanime
con la città e diede ad Astorre libertà di scelta. Il giovane signore
si dichiarò pronto a seguirlo e andò con lui.
...
Nel mese di aprile, per la prima volta da 'quando ero tornata, mio padre
venne nei miei appartamenti. Lo accolsi con la deferenza che gli era
dovuta. Volle vedere mio figlio, mi spronò a conservare intatto il ricordo
di Alfonso e mi annunciò che stava organizzando per me una nuova
unione. Dissi allora che per la mia salute sarebbe stato sicuramente meglio
se mi fossi rinchiusa presso le Murate, dopo aver affidato l'educazione
di Rodrigo alla sua famiglia napoletana. Frenando l'esasperazione
che gli suscitava una simile prospettiva, mi avvolse col suo sguardo cupo
nel tentativo di incutere timore. Allora abbassai gli occhi e sussurrai indifferente:
«Solo a patto che sposi un principe sovrano in grado di assicurare la
mia esistenza e quella di mio figlio».
Il suo volto si rischiarò ed egli si fece più sereno:
«È proprio quello che avevo pensato».
«Chi sarebbe il fortunato?».
Ignorando lo scherno, sussurrò in tono confidenziale:
«L'erede del ducato di Ferrara».
La mia risata lo sconcertò:
«Voglia Iddio che riusciate a convincere lui, e soprattutto suo padre.
Ma non è fidanzato con la duchessa ereditaria di Angouleme?»
«Luisa di Savoia non è che una prostituta dal cuore pieno di fiele».
«Vi sono grata di non considerarmi tale!».
Snervato, si sedette sulla poltrona che non mi ero neanche
curata di offrirgli e, passandosi una mano nei capelli
ingrigiti, mormorò come se parlasse
a se stesso:
«Lo sposerai, dovesse costarmi la tiara!»
«In effetti, ho paura che possiate perderla».
Rifiutò il vino e le mandorle che gli offrii e si ritirò. Nuovamente sola,
raggiunsi senza fretta il mio oratorio per rendere grazie alla Madonna.
Per diverse settimane mio padre non fece alcuna allusione al progetto,
ma seppi tramite Adriana che vi lavorava con fervore. Ebbe sempre la
debolezza - o fu al contrario proprio un suo punto di forza? - di confidare
a qualcuno di fidato i propri disegni. Su un solo argomento non si
lasciò mai sfuggire la minima confidenza: se stesso. Nessuno può quindi
vantarsi di averlo conosciuto, io stessa ne scrivo nella misura in cui ho
potuto o ho creduto di poter capire un uomo che fu tra i più misteriosi
mai esistiti.
...
Mentre il mondo che mi circondava era preda di ogni sorta di agitazione
e intrighi, io recuperavo una sicurezza colma di tranquillità che mi fece
finalmente tornare in me. Alla tensione delle ultime settimane seguiva
una pace profonda, mi sembrava di aver raggiunto le calme acque di un
porto fino ad allora praticamente inaccessibile. Da quando erano iniziate
le speculazioni sul mio nuovo matrimonio, ero risoluta a non accettare
uno sposo diverso da Alfonso d'Este, erede del ducato di Ferrara. Lo conoscevo
poco avendolo visto solo molto tempo prima in occasione delle
mie nozze con Giovanni Sforza, e non avevo notato in lui nulla che mi
potesse attrarre. Sprovvisto di fascino, taciturno e senza grazia, per evitare
di dire che fosse brutto si diceva fosse il meno riuscito fra i fratelli d'Este,
famosi, a giusto titolo, per la loro bellezza. Egli sprigionava tuttavia
una forza e una tranquillità, senza eccessi, che contrastavano soprattutto
con i modi affettati del cardinale Ippolito e con l'impetuosità e la leggerezza
dei fratelli. In quel momento sapevo di aver bisogno solo di forza e
sicurezza, ed ero quindi decisa a fare ogni cosa fosse stata in mio potere
per raggiungere lo scopo: sposare l'unico uomo che potesse aiutarmi.
Quando mio padre era venuto a parlarmene le trattative con la corte di
Ferrara erano già piuttosto avanzate. Per aver rischiato nel comunicarmi
la possibilità di queste nozze, bisognava che ne avesse
valutato anche i lati positivi. E anche che, conscio della sua gloria e onnipotenza, si credesse
capace di riuscire nell'intento.
La sera del 21 maggio, festa dell'Ascensione, mi giunse la notizia della
morte di suor Colomba a Perugia. Lessi attenta il biglietto che mi aveva
fatto recapitare con tanta premura Aidea Baglioni:
La nostra venerata madre, e lo fu davvero, si è spenta all'alba di oggi, al termine
di una dolorosa agonia durante la quale non ha mai smesso di gemere:
«Credo in Dio, credo in Dio!». Sembrava che per l'ultima volta dovesse farsi carico
dei nostri tormenti e delle domande segrete davanti allo spettacolo del
mondo, prima di addormentarsi tra le braccia del Signore, mormorando la parola
pace. Fu l'angelo tutelare della nostra sfortunata città, la consolazione degli
sventurati, la pacificatrice e riconciliatrice della nostra famiglia dilaniata, come
sapete, fino al sangue. Ai magistrati venuti a trovarla per un'ultima volta, rivolse
le parole che qui riporto: «Coloro che non amano i propri fratelli non sono
degni del Padre comune, l'odio provoca la collera divina, le lacrime degli oppressi
sono la condanna dei potenti». Non vi dimentico nelle mie preghiere, sicura
che nostra madre Colomba, anima beata, intercederà anche per voi presso
il trono della divina Maestà.
Non provai dispiacere, al contrario una sensazione di infinita dolcezza
mi cullò per un lungo istante, mentre imprimevo nella mia mente queste
righe dettate dalla più pura e disinteressata delle amicizie. Mio padre
non disse una parola su questa morte che lo interessava in prima persona
e di cui sicuramente sapeva. Io non feci alcuna allusione.
Il mese successivo, Cesare rientrò a Roma accompagnato da Astorre
Manfredi che lo aveva seguito nelle sue campagne. Nonostante fosse diventato
signore di Piombino e avesse conquistato l'isola d'Elba - nell'intento di
estendere il proprio impero da un mare all'altro - era di cattivo umore:
Il Valentino è scontento e dubbioso perché lui e i suoi affari sono piantati per
aria: se i francesi saranno vittoriosi, non gli faranno caso, se altri vinceranno sui
francesi, si troverà in una brutta situazione... Non si può dire quanto sia scomoda
la sua posizione perché non ha un grado né un ruolo che lo ponga al di
sopra degli altri, e anche perché pensa di essere una garanzia.
Questo appunto era dell'ambasciatore di Mantova, ne ho trovato una
copia tra le mie carte. Per quanto mi riguarda, ho conservato troppi di
questi vecchi documenti: se da un lato ora mi aiutano a ripercorrere la
mia esistenza, dall'altro mi assediano con ricordi che credevo
svaniti nell'oblio, e dal quale risalgono per infrangersi sul
greto del presente come
quelle meduse che da bambini trovavamo sulle spiagge di Ostia, ancora
colorate ma dalle quali si era dileguata ogni forma di vita.
Cesare era ostaggio del re di Francia, che gli piacesse o meno. Il suo successo
dipendeva dal sovrano straniero e il suo orgoglio ne risentiva. Anche
nostro padre ne era dolente poiché la sua gloria non poteva sopportare di
vedersi deformata nello specchio costituito da quella del figlio. Perciò non
faceva altro che minare le imprese di Luigi XII fingendo di favorirle. Che il
Francese tenesse a bada gli appetiti di mio fratello sulle città di Firenze e
Bologna - sostenuto in questo dalla Serenissima, Mantova e Ferrara, che temevano
di veder costruire al Valentino uno stato troppo potente proprio alle
loro frontiere - lo capiva bene, e forse in quel momento lo approvava
perfino. E, abbastanza lucido per vedere che suo figlio perdeva, a causa della
sete di conquiste, tutto il vantaggio che avrebbe potuto avere procedendo
con maggiore rigore nell'organizzazione delle città romagnole, doveva
pensare che «il Valentino sbagliava politica». Fu sicuramente quello l'argomento
principale dei loro incontri quando in giugno Cesare tornò a Roma.
Non vidi molto mio fratello. Subì, da parte del re di Francia, un'ulteriore
umiliazione quando nostro padre fu costretto a liberare Caterina
Sforza, da lui chiamata, nella veemenza delle sue imprecazioni pontificie,
«donna di perdizione, di iniquità». Cesare cercò di opporsi:
«Questa donna che ha cospiratori e amanti in tutta Italia vorrà vendicarsi!
Sedurrebbe il diavolo pur di riconquistare i propri stati!».
Vi vedeva una manovra di Luigi XII per indebolirlo, poiché sicuramente
la dama di Forlì avrebbe cercato di riconquistare i suoi feudi. Ma dovette
piegarsi. Mio padre riuscì a convincerlo - e il 26 giugno 1501, per
grazia del papa, fu liberata «la nobildonna Caterina Sforza, Nostra beneamata
figlia in Gesù Cristo». Quello stesso giorno, con sommo stupore
generale, in quanto lo si riteneva molto amico di mio fratello oltre che
suo amante, il bell'Astorre Manfredi prese il posto della prigioniera a Castel
Sant'Angelo. Ebbi pietà per il giovane signore, per il quale temevo
una sorte funesta. Caterina Sforza venne a trovarmi, poiché era ansiosa
di rivedermi proprio quanto lo ero anche io. Invitai Adriana e Angela
Borgia a unirsi a noi, e passammo delle ore piacevoli scherzando allegramente
senza parlare di politica. Benché madonna Caterina avesse mille
motivi per odiare la nostra famiglia, si mostrò affabile e cordiale e mi
chiese se avevo gradito il suo libro. Senza attendere la mia risposta disse
che mi sarebbero state sicuramente utili almeno per conservare quello
splendore di cui Dio o la natura mi avevano prodigalmente dotata. Ridendo
ribattei che, giustamente, a nulla valeva possedere tale splendore-
se non lo si conservava, ma ero felice di sentirmi dire da lei che ero di
nuovo bella. Lei stessa, malgrado la rigidità della prigionia, aveva conservato
la sua bellezza e, con mio stupore, mostrava delle rotondità di cui mi
complimentai. Il suo sguardo si velò:
«Non ingannatevi. E un segno precursore del male che ho contratto
nella cella di Sua Santità, e che finirà per portarmi alla morte...».
Alle nostre proteste, ribatté ridendo:
«Si tratta di idropisia. Malattia da prelato, mi pare, che mi onora! Mi
hanno detto che ne soffre anche Sua Eminenza il cardinale di Monreale».
Accondiscesi in silenzio.
«Che Iddio non voglia che venga affidato nelle mani dei chirurghi! Sono
solo asini che ragliano in base alla loro ignoranza, si dicono discepoli
di Galieno, affermano tutti di essersi formati a Salerno o a Montpellier e
poi non trovano altri rimedi ai nostri mali che polvere di perle, uova di
formiche o olio di scorpione!».
Bevve un sorso di vino, mangiò con evidente gusto un dolcetto di marzapane
e concluse:
«Per questo male non c'è nulla di meglio che fare il bagno in acqua
fredda con la luna crescente, e bere del buon vino vecchio che fa dimagrire,
poiché chiude lo stomaco e stimola la bile, e così brucia gli umori
fluidi e prosciuga il corpo».
Le augurai educatamente, ed ero sincera, una vita lunga e tranquilla.
Mi ringraziò:
«Andrò a Firenze, dove sono i miei figli. È tempo ormai che mi occupi
di loro... e che mi riconcili con Dio. Ho la fortuna di essere libera, che
non ha più il povero piccolo Astorre».
«Forse potrei ottenerne da mio padre la liberazione...».
Mi guardò con indulgenza.
«Se il papa fosse solo... ma c'è vostro fratello. Il Valentino lo rovinerà,
per il timore di vederlo tornare nei propri stati e recuperare l'amicizia dei
sudditi».
Sospirai. Sentivo che aveva ragione. Si congedò dicendomi:
«Piccola mia, se possibile, allontanatevi da questo luogo, da vostro padre,
da vostro fratello. Non voglio, né sarei capace di fare la predicatrice,
ma volentieri vi direi ciò che Dio ha detto al patriarca Abramo: “Vai, lascia
la tua casa e la terra dei tuoi padri”».
Rimaste sole, Adriana, Angela e io parlammo del destino di Astorre
Manfredi e la compassione che nutrivo per lui rinforzò il mio proposito
di lasciare il Vaticano al più presto e per sempre. La dama di Forlì ben
presto si ritirò a Firenze, per morirvi otto anni dopo del suo male: era diventata
incredibilmente grassa.
...
Le trattative con la corte di Ferrara, relative al mio matrimonio, incontrarono
pochi ostacoli. Ne capii le ragioni quando, il 29 giugno, dopo che
il papa aveva firmato nella Sala del pappagallo una solenne alleanza con
Luigi XII e i Re cattolici, mio cugino, il cardinale di Monreale, mi pregò di
riceverlo privatamente nei miei appartamenti. Ciò mi stupì, ma
acconsentii di buon grado poiché gli ero molto affezionata e, negli ultimi mesi, le sue visite
erano diventate sempre più rare. Durante la cena che diedi in suo onore
e alla quale mi aveva consigliato di invitare Adriana e il nostro parente
Francisco Borgia, arcivescovo di Cosenza, che da poco aveva rivestito la
porpora cardinalizia, mi confessò che si era adoperato per tenermi fuori
dai negoziati, per timore di vedermi umiliata da un rifiuto del duca Ercole
d'Este. Mi informò dei calcoli politici con cui si erano dissolte le difficoltà
che, in un primo momento, rendevano aleatoria la mia unione con l'erede
del ducato di Ferrara: il re di Francia e i sovrani spagnoli avevano concluso
un patto segreto in virtù del quale, dopo essersi vicendevolmente aiutati
nella conquista del Regno di Napoli, se ne sarebbero divisi le spoglie: la
terra di Lavoro, il Molise e i feudi degli Abruzzi sarebbero andati al re di
Francia insieme al titolo reale, mentre Ferdinando di Aragona avrebbe ricevuto
la Calabria, diventata ducato ereditario, e la Puglia. La Sicilia sarebbe
rimasta a re Federico. Non riuscii a nascondere la mia indignazione,
era la famiglia di Alfonso - quella di nostro figlio - ad essere depredata in
questo modo, e mio padre concorreva a tale abominio! Sorridendo, il cardinale
di Monreale mi fermò con un gesto della mano:
«Il Sovrano Pontefice guarda più lontano...».
Mio padre intendeva smembrare uno Stato napoletano troppo potente
che costituiva una minaccia costante per la Santa Sede, proprio come
aveva ridotto la supremazia degli Sforza di Milano. Mio cugino
mi assicurò che in tali trattati vi era una clausola che
salvaguardava i diritti del
piccolo Rodrigo sul ducato di Bisceglie e quelli di donna Isabella, la vedova
di Gian Galeazzo Sforza, sul ducato di Bari. Mi mostrai comunque
perplessa. I due cardinali spiegarono:
«Il pretesto avanzato dall'ipocrita Luigi XII e dallo scaltro Ferdinando
per dividersi il Regno di Napoli è la crociata conto la Mezza Luna. Il papa
dunque sottoscrive la loro alleanza solo a patto che rispetteranno questo
impegno...».
«... Ma conta sul fatto che le loro navi andranno a sfracellarsi contro
gli scogli della costa turca, sempre che non vengano spazzati via, come
pagliuzze, da qualche provvidenziale tempesta».
Alle loro risate fece eco quella di Adriana, che seguiva con finto interesse
tale ragionamento, che già conosceva a grandi linee.
«E in cosa tali trattative facilitano il mio progetto matrimoniale?».
Iniziavo a capire ma volevo sentirmelo dire.
«Per raggiungere Napoli, le truppe del re di Francia devono attraversare
gli stati pontifici e Luigi XII ha chiesto il via libera nelle terre della
Chiesa. Tuo padre si è dichiarato disposto a concederglielo in base all'appoggio
che fornirà alla tua unione con Alfonso d'Este».
Appresi allora che Luigi XII era intervenuto presso la corte di Ferrara
per far presente al duca Ercole che avrebbe dovuto scartare il progetto di
un matrimonio tra Alfonso e Luisa di Savoia - «che il diavolo si porti via
quella baldracca!», Adriana si fece furtivamente il segno della croce - e
per spronarlo ad acconsentire alla mia unione con suo figlio. E Ferrara
aveva bisogno della protezione della Francia contro la Serenissima...
Tuttavia, il sovrano francese faceva il doppio gioco: se da un lato sembrava
appoggiare il disegno di mio padre facendo pressione sul duca
d'Este, allo stesso tempo consigliava a questi di esigere come contropartita
del matrimonio compensi tali da renderne impossibile al papa la sottoscrizione,
consentendo così di riprendere le trattative in vista di un'alleanza
con Luisa di Savoia. Si trattava niente di meno che dell'abbuono
del censo annuale di Ferrara alla Camera Apostolica - ammontava a
quattromila ducati -, una dote di duecentomila ducati, numerosi benefici
ecclesiastici, alcuni feudi e altro ancora. Mio padre aveva sottoscritto
tutto, mostrandosi disposto a perdere la tiara se ce ne fosse stato bisogno,
proprio come mi aveva detto, ma consapevole, allo stesso tempo,
che semplici accordi economici, per quanto potessero essere elevati, non
gli avrebbero fatto correre alcun rischio: il denaro è sempre riuscito a
trovarlo, anche lì dove tutti pensavano che non ce ne fosse. Questo mercanteggiare
mi faceva venire il vomito, ma rimasi padrona di me, e formulai
l'ultima domanda, ai miei occhi la più importante:
«Cosa dice mio fratello di tutto ciò?»
«Attraverso il tuo matrimonio, Cesare conta di guadagnarsi l'alleanza
della casa d'Este, che garantirà sicurezza e stabilità al nord della Romagna
contro le brame della Serenissima».
Il Valentino era sicuro di vincere su ogni fronte. Senza alienarsi l'appoggio
di Luigi XII, che gli era necessario solo fino a quando le truppe
francesi sarebbero rimaste in Italia, poteva contare di ereditare il Napoletano
se la crociata si fosse risolta in una sconfitta che avrebbe distrutto
la potenza straniera. E, come avvenne, gli sarebbe sempre rimasta l'alleanza
di Ferrara per preservare il suo stato romagnolo dalle mire della
Serenissima, nemico comune. Ben oltre tali calcoli politici, mi impegnavo
per vederci solo la garanzia della libertà definitiva cui aspiravo.
Per quanto avanzate fossero le trattative, non c'era nulla di fatto. Avevo
sulla piazza una nemica temibile, Isabella d'Este, sorella di Alfonso.
Ossessionava il padre e il fratello affinché annullassero il progetto matrimoniale
con «la puttana Borgia», come mi chiamava. Quando stava per
avere ragione dei tentennamenti di Alfonso, il duca Ercole proruppe in
una forte collera, dichiarando loro che se suo figlio non mi voleva, mi
avrebbe sposata lui stesso, perché da ciò dipendeva la sicurezza dei suoi
stati, come scrisse ai Gonzaga:
In questi ultimi giorni, ci siamo decisi, sotto la pressione degli intrighi ai quali
eravamo esposti, all'alleanza matrimoniale che Ci offre Sua Santità, ovvero ad
accettare come sposa di Nostro figlio Alfonso nobildonna Lucrezia Borgia, sorella
dell'illustre duca di Romagna e di Valentinois, e soprattutto perché a ciò
siamo stati invitati in maniera pressante da Sua Maestà Molto Cristiana. Da allora,
dopo lo svolgimento di trattative a tale scopo, Sua Santità e Noi siamo arrivati
a un accordo, sotto la pressione costante del Re molto cristiano affinché
concludessimo l'unione. Di conseguenza, ha luogo oggi, in nome di Dio e con la
mediazione dell'ambasciatore di Francia e dei qui presenti incaricati di Sua Santità,
la resa pubblica di tale risoluzione.
Isabella abbassò la cresta e represse la collera. Vedendo quanto poco
fossi desiderata a Ferrara, che fosse il duca o il figlio, ogni mio sforzo fu
teso verso tale unione - quand'anche avessi dovuto sposare il padre piuttosto
che il figlio - che vedevo come la garanzia certa della mia libertà e
di quella del mio bambino. E mi piaceva che fosse stata tolta a mio padre
la possibilità di fissare il prezzo della mia vendita, anche se ciò poteva costargli
la tiara. Questa volta, attenta ai suoi consigli, ero decisa a non sbagliare
politica.
...
Le trattative continuarono, un volgare mercanteggiare. Poco mi importava.
Alla fine trovarono un accordo su una cifra tanto alta che si parlò
della «dote del secolo»: portavo a Ferrara centomila ducati d'oro, gioielli,
tappezzerie, oggetti preziosi, mobili e argenteria per settantacinquemila
ducati, i miei sfarzosi vestiti e tutti i regali che avrei ricevuto per il matrimonio,
il castello di Cento e la Rocca di Pieve che mio padre aveva sottratto
alla diocesi di Bologna; il censo di Ferrara era fissato a cento ducati,
l'arcipretura di San Pietro era concessa al cardinale Ippolito, mio futuro
cognato, e agli eredi in linea diretta che avremmo avuto Alfonso e io
era garantita l'investitura del ducato. Alla fine, per dare maggiore sfarzo al
mercato, durante una delle sue assenze, mio padre mi nominò vicariessa
del Seggio Apostolico; dovendo intraprendere una breve campagna contro
alcuni baroni romani che intendeva sottomettere, mi affidò il governo
della Chiesa universale, affiancandomi come consigliere il venerabile cardinale
Giorgio Costa: «Nostro Signore, prima di allontanarsi dalla Città,
ha affidato l'intero palazzo e la cura degli affari a madonna Lucrezia. Sua
Santità ha conferito alla figlia il pieno potere di aprire le lettere che arrivano.
In circostanze eccezionali, consulterà il cardinale di Lisbona».
Eccetto che per l'utilizzo del sigillo apostolico, ero papessa, come la
leggendaria papessa Giovanna, e ancora di più delle famose Marozia e
Teodora che un tempo, si dice, avessero amministrato la Chiesa e nominato
otto pontefici. Non abusai in alcun modo di questo incarico che rivestii
per una settimana. Ebbi allora l'occasione di rendermi conto - e
chi avrebbe potuto farlo meglio di me? - che mio fratello sarebbe stato
un ottimo pontefice. Ciò mi sconcertò leggermente, tanto mi risultava
difficile capire come fosse possibile che una natura così voluttuosa e avida
di potere come la sua si potesse accordare a una sincera pietà e alla
reale preoccupazione per il bene delle anime. Sistemata negli
appartamenti pontifici lessi la corrispondenza scambiata con i
Re cattolici a proposito
degli ebrei, che loro avevano espulso dalla Spagna e continuavano
a perseguitare, a scapito di mio padre. Vidi che faceva pressione sull'arcivescovo
di Milano e sui superiori dell'ordine agostiniano affinché lavorassero
alla beatificazione di suor Veronica di Binasco. Appresi con gioia
che aveva emesso un breve in cui raccomandava di suonare le campane
delle chiese la mattina, a mezzogiorno e la sera, per invitare i fedeli a recitare
il Saluto angelico. Scoprii anche le lettere con le quali l'imperatore
Massimiliano e la Serenissima protestavano sub secreto contro il mio matrimonio
con Alfonso d'Este. Venni a conoscenza del grande progetto di
Riforma della Chiesa abbozzato all'indomani della morte di mio fratello
Giovanni, e purtroppo ben presto abbandonato. Furono giorni ricchi di
insegnamenti. Una mattina mi trovai a corto di argomenti per rispondere
a una supplica e feci ricorso al cardinale Costa. Mi illuminò e, quando
stavo per rispondere di mia mano, allorché prassi volesse che alcuni segretari
si occupassero di tale ufficio, mi chiese in latino:
«Ubi est penna vestra?».
In latino, il termine penna indica sia la piuma che il membro virile. A
tanto ardita allusione, che mi riportava nei limiti della mia natura, scoppiai
a ridere, e i cardinali presenti fecero altrettanto, così come gli scribi e
gli altri ufficiali. Sicuramente non ero un uomo, ma ero comunque decisa
a comportarmi in maniera virile nei miei affari, con o senza penna. Come
sempre, quel sornione di Burckard, il maestro cerimoniere, ebbe da
ridire sulla libertà del mio tono. È vero che essendo alsaziano, non conosceva
i nostri usi: «Una dama di corte, affinché venga considerata brava e
onesta, non deve disdegnare i discorsi un po' arditi che si fanno in compagnia,
né deve esserne intimidita. E se lascia la compagnia, farà credere
che finge di essere austera».
Quei giorni furono incupiti dalla notizia della presa di Capua da parte
delle truppe del re di Francia, alle quali si erano unite quelle di mio fratello.
I resoconti che giunsero a Roma erano spaventosi, ci furono più di
quattromila morti, alcune donne si erano gettate dalle mura per sfuggire
al disonore, avevano massacrato, ucciso a colpi di picche e di archibugi
bambini e anziani, stuprato suore e disonorato adolescenti. Tutti i rapporti
parlavano di inferno per descrivere l'orrore del massacro: «Il sangue
scorreva a fiotti lungo le mura, gli abitanti furono privati di tutto ciò
che possedevano, uomini e donne furono venduti come schiavi».
Mi piangeva il cuore nel leggere tali notizie, ma fui abbastanza forte da
non mostrare nulla e rimasi impassibile quando mio padre, al suo rientro,
coronò tali crimini promulgando una bolla con la quale deponeva
dal trono di Napoli re Federico. In circostanze tanto dolorose, Sancia
cercò di riavvicinarsi a me, ma non seppe mantenere una misura, prima
accusando Cesare di essere il boia di Capua - cosa falsa - e poi rinfacciandomi
di essere passata dalla parte del nemico, cosa altrettanto sbagliata.
La sua follia mi fece definitivamente allontanare da lei.
  Capitolo 27.
Fasti nuziali.

(Diario, 30 maggio 1519.)
Ieri ho scritto così tanto che ne ero sfinita. Prima di cena, Alfonso è venuto
a trovarmi e vedendo la mia stanchezza mi ha rimproverata duramente,
e io sono scoppiata a piangere. Allora all'irritazione si è aggiunta
la confusione, ha lasciato la stanza senza aggiungere una parola e sono rimasta
sola, poiché avevo mandato via le mie dame dopo aver mangiato
un po' di pernice preparata con latte di mandorla. Avrei preferito il pollo,
poiché i volatili le cui carni restano molto bianche dopo la cottura sono
più raccomandabili per la loro leggerezza, ma è vero che la carne degli
uccelli selvaggi è più adatta ai malati. Ho anche bevuto un po' di vino
bianco, che è fortificante e diuretico, ma devo essere molto cauta perché
mi provoca mal di testa con estrema facilità.
Dopo questo pasto leggero, ho riletto qualche lettera. Ma era stancante
e quindi mi sono messa a pensare, e i ricordi sono andati verso Alfonso:
dopo la sua crudele morte, ho capito quanta importanza Dio attribuisca
alla nostra sofferenza, lui che per la salvezza dell'uomo ha voluto soffrire
con suo Figlio. Questo pensiero mi sostiene, mi ha perfino aiutato
ad addormentarmi tranquillamente, e stamattina sono serena e vivace.
Mio marito è venuto a trovarmi con il confessore, per scusarsi del cattivo
umore di ieri sera, e ne è rimasto contento. Posso quindi, essendo ben riposata,
riprendere il filo del mio racconto, la narrazione dei giorni che
annunciarono le mie terze nozze.
...
Nell'estate del 1501, arrivarono a Roma gli inviati di Ferrara. Venivano
a discutere del contratto matrimoniale e fissarne i termini. I negoziati si
annunciavano agevoli poiché, per quanto le clausole del contratto potessero
essere esigenti verso mio padre, erano chiare. Ma il duca
Ercole aveva incaricato i propri ambasciatori di discutere l'atto punto per punto, e
di sottoporre alla sua approvazione la formulazione di ogni capitolo prima
di procedere alla stesura definitiva. Cercava evidentemente di guadagnare
tempo, sotto la pressione dell'imperatore Massimiliano e della Serenissima
che non vedevano di buon occhio un'alleanza tra la casata d'Este
e la “casata porpora”, come chiamavano la nostra famiglia. Non aveva
intenzione di rinunciare a farmi sposare il figlio, ma, da uomo assai cupido
e avaro quale era, intendeva approfittare di ogni intoppo per ottenere
i maggiori benefici con la minore contropartita. Chiese benefici ecclesiastici
per il suo bastardo don Giulio, il cappello cardinalizio per il
consigliere Castellini, pretese il pagamento della dote subito dopo il matrimonio
per procura. Tutte cose che irritavano molto mio padre e che
mi scontentavano, benché non lo diedi a vedere. Il fine di tanto tergiversare
era anche quello di vedere se il papa si fosse deciso a dare sua figlia
in sposa piuttosto a don Ferrante, fratello minore dell'erede del ducato
di Ferrara, cosa cui si dichiaravano favorevoli l'imperatore e, di nascosto,
il re di Francia: Alfonso si sarebbe così sposato con Luisa di Savoia. La
collera di mio padre fu tale che arrivò a chiamare sensale il duca Ercole.
Alla fine, il 26 agosto nella Sala del pappagallo fu firmato il contratto redatto
dal nostro notaio Beneimbene, e il primo settembre a Belfiore, residenza
di campagna del duca Ercole, fu concluso il matrimonio ad verba
(per procura). Tre giorni dopo, quando la notizia si era sparsa a Roma ed
era stata resa pubblica, mio padre ordinò grandi festeggiamenti e ci furono
«salve e fuochi d'artificio come per l'elezione di un papa», si diceva.
Le bombarde e le colubrine di Castel Sant'Angelo risuonarono senza sosta
da mezzogiorno a mezzanotte, strade, facciate di palazzi e di chiese
furono illuminati «con una straordinaria quantità di fiaccole», e il papa
proclamò un carnevale di quattro mesi per i romani.
L'indomani andai in pellegrinaggio a Santa Maria del Popolo per rendere
grazie. Per la circostanza indossavo un pesante abito intessuto d'oro
filato e goffrato. Mi accompagnava un corteo di cinquecento persone,
aperto dagli ambasciatori di Francia e Spagna e da numerosi vescovi. Il
popolo mi acclamava urlando «Viva la duchessa!», e io rispondevo con
sorrisi, baci inviati con le mani, carlini d'argento distribuiti dai miei servitori
a ogni incrocio agli indigenti e alle famiglie numerose (perché mi
ha sempre inorridito l'idea di lanciare il denaro alla folla per via delle lotte
e dei parapiglia che ciò scatena). Pregai a lungo nel
santuario, affidandomi come non mai alla Madre di Dio. Quando la sera rientrai al Vaticano,
i festeggiamenti generali erano al loro apice: perfino il cielo sembrava
fare festa, e leggere nuvole dai bordi rosa e dorati scivolavano verso il
tramonto. Mi sembrò un presagio di pace e dolcezza.
Per dieci giorni circa, fu un continuo di feste, cene, balli in maschera e
musica. L'unico che ebbe da ridire fu il cerimoniere Burckard: «Tutto
questo per trasformare in oggetto di gioia ciò che in realtà è oggetto di
vergogna!»
Ero serena anche se i giuristi di Ferrara, che avrebbero fatto applicare
le clausole del contratto matrimoniale, tardavano ad arrivare. Seppi che
Isabella d'Este aveva inviato a Roma un suo spione, soprannominato il
Prete. Le mie dame di compagnia lo smascherarono subito e ci divertimmo
a sue spese. Raccomandai loro di non nascondergli nulla di ciò che
voleva sapere, poiché non c'era nulla da nascondere e mi divertiva l'idea
che mia cognata - ormai lo era - spiasse ogni mio gesto, ascoltasse la più
insignificante delle mie parole. Finalmente, il 15 settembre, accolsi nel
mio palazzo i signori Saraceni e Bellingeri, rispettivamente giurista e finanziere
del duca Ercole. Mi portavano una lettera di quest'ultimo, che
mi lusingava e lodava con parole molto galanti dicendo che ero il suo difensore
presso il papa. E realmente lo fui, poiché le ultime trattative furono
assai difficili e spesso mi trovai sul punto di perdere la pazienza.
Il duca Ercole avanzava nuove pretese. Se non mi era difficile fornirgli,
come mi chiedeva, quindici domenicane scelte in base alla loro nobiltà e
pietà, che avrebbe dato come compagne alla sua mantellata con le stimmate,
non potevo fare un ulteriore taglio sul censo annuale di Ferrara.
Appoggiato dalla maggior parte dei cardinali, mio padre non voleva portarlo
al di sotto dei cinquecento ducati, e quindi dovetti insistere affinché
acconsentisse ad abbassarlo a cento ducati: sottolineai la devozione del
duca d'Este e le numerose opere pie che aveva fondato a Ferrara, cosa su
cui nessuno trovò da ridire. Non sarei dovuta neanche entrare nel merito
del pagamento anticipato della mia dote, che avrebbe dovuto essere versato
solo a matrimonio consumato. Si faceva così. Seppi convincere mio
padre a transigere: avrei portato con me a Ferrara il denaro.
Ci fu anche una lite rispetto alle piazzeforti di Cento e Pieve: avendo
concesso benefici assai lucrosi al cardinale Ippolito e a don Giulio d'Este,
mio padre avrebbe volentieri mercanteggiato su questo punto, e ciò
tanto più considerato che il collegio cardinalizio si opponeva
a tali concessioni. Gli feci presente che doveva ottenere solo
dal cardinale Giuliano,
da cui dipendevano le fortezze, un'autorizzazione ufficiale. Ansioso
di conservare il favore del re di Francia, della Rovere si piegò. Ma più gli
si concedeva, più il mio futuro suocero si mostrava esigente e cavilloso.
Reclamava un palazzo a Roma per la sua famiglia. Pretendeva che fosse
regolata la questione dei miei gioielli, nel caso in cui fossi venuta a mancare
- a essere ripudiata, o meglio a morire? - tali gioielli sarebbero tornati
alla mia famiglia o sarebbero rimasti negli scrigni di Ferrara. Che
fosse stesa la lista delle persone che avrebbero fatto parte del mio seguito
nuziale, in modo che potesse ridurla a suo piacimento. Che un cardinale
mi accompagnasse a Ferrara, cosa mai vista prima. Tutte cose che
infastidirono estremamente mio padre e che lo condussero un giorno a
urlare, al colmo dell'esasperazione, che il duca Ercole era un mercante, e
nient'altro! Tutte cose che comunque ritardarono la mia partenza per
Ferrara.
Avevo dunque molte cose da fare, dovendo discutere con gli inviati di
mio suocero, rispondere alle sue lettere e a quelle che Alfonso aveva iniziato
a inviarmi - si mostrava molto gentile nei miei confronti -, controllare
la preparazione del corredo, dei vestiti che avrebbero portato le mie
dame e delle livree dei servitori. Era mio compito anche dare feste e cene,
spesso seguiti da balli e concerti. Ero sfinita, e non mancarono di informarne
il duca Ercole:
Questa illustre dama è ancora sofferente e molto affaticata. Malgrado ciò, senza
cercare rimedi, non ha cessato di occuparsi degli affari e di dare udienza, come
sempre. Tuttavia l'indisposizione è seria. Il riposo di cui godrà Sua Signoria
in assenza di Sua Santità le farà bene. In effetti, fino ad oggi, ogni qual volta si
reca dal papa, la notte trascorre tra danze e giochi che proseguono fino alle due
o le tre...
Siccome mio padre si assentava da Roma per qualche giorno, mi affidò
nuovamente l'incarico di vicariessa, cosa che meravigliò i ferraresi, assai
stupiti di vedermi collocata negli appartamenti pontifici, «regnare sui
cardinali». Ciò suscitò la loro viva ammirazione, di cui fecero parte il duca
Ercole:
Sembra che la duchessa sia molto prudente e più adatta a gestire gli affari ordinari
che ad andare a divertirsi. Ho trovato una madonna amabile che ragiona
in maniera eccellente. Ha l'abitudine di vivere appartata,
benché abbia un carattere gaio e molto accogliente. L'illustre
duchessa è già, in effetti, un eccellente
ferrarese.
Mi sforzavo di diventarlo, e confessai agli inviati ferraresi che se il matrimonio
con Alfonso non si fosse concluso, mi sarei ritirata in un convento.
In quel momento, parlavo sul serio.
...
Nonostante facessi mostra, in ogni circostanza, di un viso imperturbabile
e sereno, non riuscivo a scacciare una certa ansia non vedendo arrivare
da Ferrara la scorta nuziale che mi avrebbe dovuto condurre lì.
Ignoravo allora che l'imperatore Massimiliano faceva il suo ultimo tentativo
di convincere il duca Ercole a rompere quella che lui chiamava «l'unione
della vergogna». Alla fine del mese di novembre, un volgare libello, intitolato Lettera a Savelli, si diffuse in numerose corti europee e perfino
a Roma: vi si accusava la nostra famiglia dei vizi e dei crimini più
mostruosi, trascinando il nome Borgia nel fango. Non risparmiava nessuno.
Mio padre si mostrò superiore, ma io rimasi ferita, e soprattutto Cesare,
che fece amputare la mano destra e strappare la lingua a un povero
diavolo napoletano solo perché distribuiva nella Città lo scritto diffamatorio:
per due giorni, il malcapitato fu messo alla gogna, con la mano inchiodata
sulla testa e la lingua attaccata a un punzone. Non riuscivo a
sopportare una cosa simile, l'ambasciatore di Ferrara lo notò e ne parlò a
mio padre, che gli rispose:
«Che volete farci, il duca Valentino è molto buono, ma non sopporta le
offese. Più di una volta gli ho ripetuto che Roma è una città libera, e
ognuno è padrone di scrivere o parlare come vuole. Si dicono cose assai
brutte su di me, e mi è indifferente, ma il duca mi risponde infuriato che
vuole insegnare a questa gente l'educazione».
E, sospirando dopo una pausa:
«Avrei potuto far morire il vicecancelliere - il cardinale Ascanio - e il
cardinale Giuliano, ma non ho mai voluto fare del male a nessuno, ho
perdonato i tradimenti e infamie a quattordici personaggi altolocati».
Diceva la verità. L'unico che lasciò uccidere fu mio marito Alfonso, che
non si era mai reso colpevole della minima mancanza nei suoi riguardi...
In quel periodo Cesare era a Roma, ma non faceva parlare di sé, se non
per la sua assenza dal Vaticano, motivata da una violenta recrudescenza
del mal francese e da una profonda malinconia. Siccome gli emissari ferraresi
lamentavano il fatto che non concedesse loro udienza, nostro padre
colse l'occasione per rassicurarli ed elogiarmi una volta di più:
«Per lui, il giorno è la notte, e le notte il giorno. Deploro questo modo
di vivere, poiché dubito fortemente che possa così mantenere ciò che ha
conquistato. Al contrario, madonna Lucrezia è prudente e saggia, dà
udienza senza difficoltà, sa essere amabile quando serve. Ha governato
con saggezza il ducato di Spoleto, tra la soddisfazione generale».
Il papa si mostrava altrettanto mercante del duca di Ferrara! E tutti i
suoi malanni non impedirono a Cesare di fare strangolare e buttare nel
Tevere un tipografo veneziano che traduceva la Lettera a Savelli per inviarla
alla corte di Mantova e al Consiglio del doge. Questa crudeltà mi
dava la nausea e aumentava la mia fretta di lasciare Roma, soprattutto
quando venimmo a sapere che l'imperatore Massimiliano aveva finanziato
il libello, sempre che non ne fosse lui stesso l'autore! Anche per questo,
il ritardo del corteo ferrarese mi preoccupava: il mio futuro suocero
aveva finito per lasciarsi convincere?
...
Il 23 dicembre, in tarda mattinata, Cesare raggiunse Porta del Popolo
alla testa di quattromila uomini, alcuni a cavallo altri a piedi, che indossavano
una livrea con i suoi colori, il giallo e il rosso, e il suo nome ricamato
a lettere d'argento sul petto. Indossava un abito alla francese di tessuto
d'oro con perle in rilievo, e la giumenta che cavalcava era
ingualdrappata allo stesso modo. Un picchetto di alabardieri con i colori del
papa gli stava intorno. Al suo fianco stava l'ambasciatore di Francia, al
collo sfoggiava il collare dell'ordine di Saint Michel, e precedeva il cardinale
Ippolito d'Este che, a capo di cinquecento uomini, giungeva da Ferrara.
Seguendo l'etichetta, rimasi con le dame nel mio palazzo ad aspettare
senza fretta, ormai tranquilla. Mi raccontarono in seguito dell'abbraccio
che si erano scambiati mio fratello e il cardinale Ippolito,
dell'accoglienza del collegio cardinalizio a Santa Maria del Popolo, poi del
lungo percorso del corteo fino al Vaticano, mentre le campane delle chiese
suonavano e i cannoni di Castel Sant'Angelo tuonavano. Tutta Roma
era in festa per accogliere i ferraresi. Dopo che mio padre ebbe aperto gli
appartamenti pontifici ai membri della famiglia d'Este e al loro seguito
per salutarli e offrire loro un rinfresco, vennero finalmente a farmi visita.
Li ricevetti in cima alla scalinata d'onore, che discesi al braccio di don
Pedro Guillén de Llengol, che aveva sposato la sorella di mio padre e che
era padre del cardinale di Monreale. Era un anziano uomo austero dai
magnifici capelli bianchi, interamente vestito di nero, e il cui unico ornamento
era il collare dell'ordine del Vello d'Oro. Io avevo scelto un vestito
di broccato bianco abbellito da un corpino di raso lamé color marrone
chiaro che sottolineava il mio collier di perle e rubini, e un mantello di
tessuto dorato e foderato di zibellino; i capelli erano raccolti in una retina
di fili di seta ricamati con pietre preziose. Mi complimentai con il cardinale
Ippolito, l'unico che conoscessi: aveva guadagnato in vigore e bellezza,
di quella conturbante bellezza che faceva impazzire le donne e irritava
enormemente gli uomini. Mi presentò,! suoi giovani fratelli don Ferrante
e don Sigismondo d'Este, e i loro cugini Meliaduse, vescovo di Comacchio,
e Niccolò, vescovo di Adria, e anche il nuovo ambasciatore di
Ferrara presso la Santa Sede, il nobile signore Beltrando Costabili, uomo
di grande cultura e dai modi estremamente gentili. Li invitai a cenare nei
miei appartamenti, mi mostrai affabile con i nuovi cognati, discreta e riservata
con gli altri. Poi offrii a ciascuno, secondo il suo rango, un piatto,
una coppa o un acquamanile, e ognuno rientrò dove alloggiava, chi al
Belvedere e chi al Vaticano. Stanca ma soddisfatta mi ero messa nelle mani
delle dame, mi avevano preparato un bagno caldo profumato all'essenza
di lavanda, e mi addormentai mentre Caterinella mi massaggiava.
In quei giorni furono indirizzate al duca Ercole una miriade di lettere
volte a tranquillizzarlo sul mio conto, missive che ritrovai in seguito negli
archivi della segreteria ducale. Fu allora che venni a conoscenza della loro
esistenza con soddisfazione, devo confessarlo, e una punta di vanità.
Così scriveva, la sera stessa del nostro primo incontro, Gian
Luca Castellini, intimo consigliere di mio suocero che proprio per lui aveva richiesto
la porpora:
Oggi, dopo cena, mi sono recato presso l'illustrissima madonna Lucrezia per
mostrarmi galante a nome di Vostra Eccellenza e di Sua Signoria don Alfonso. Il
colloquio è stato lungo e abbiamo parlato di diversi argomenti. Si è davvero mostrata
assai saggia e amabile, di buona indole, e molto rispettosamente devota a
Vostra Eccellenza e a don Alfonso. Possiede inoltre una grazia innata, e vi aggiunge
modestia, gentilezza e decenza. È anche una fervente cristiana. Domani
andrà a confessarsi e a Natale farà la comunione. Possiede una bellezza incontestabile,
ma il garbo dei modi e la grazia dei gesti la fanno splendere maggiormente.
In una parola, le qualità mi sembrano tali che non si può pensare a nulla
di sinistro in lei.
Dal canto suo, il giurista Saraceni, che mi vedeva già da diverse settimane,
scrisse al duca in questi termini: «Più studiamo madonna Lucrezia,
più siamo pervasi dalla sua bontà, decenza, modestia e discrezione.
La vita che conduce privatamente non è quella di una cristiana ma piuttosto
di un'anima pia».
Un altro ufficiale si spinse ancora oltre: «Esistono tutte le ragioni per
essere soddisfatti di questa illustre dama, i cui costumi e maniere sono
perfetti, così la sua carità cristiana la spinge a confortare una penitente
imprigionata da otto anni al Vaticano».
Il duca Ercole inviava copie di questi rapporti alla figlia Isabella, o per
spingerla a considerarmi sotto una luce diversa, o piuttosto perché sperava
di fomentare la sua avversione nei miei riguardi, in modo da trovare
un'alleata nelle discussioni che, come presagiva, non sarebbero mancate
di sorgere tra noi. Molto tempo dopo, quando Francesco Gonzaga e io ci
avvicinammo, questi mi fece vedere alcune delle lettere che “il prete”
aveva inviato, all'epoca, alla sua signora e di cui lui stesso aveva preso visione.
Mi assicurava che era stato proprio leggendo quei rapporti, fatti in
occasione del mio matrimonio, che si era invaghito di me. Innocente galanteria
da parte sua, non credetti a una sola parola. Forse, trasportato
dalla dolcezza del nostro idillio, se ne era convinto. La maggior parte delle
volte, si trattava solo di banali risposte alle domande di Isabella: ero
davvero bella come si diceva, come mi vestivo, come ballavo? Curiosità
da prima donna gelosa della propria gloria, che le mie dame - conformemente
alle istruzioni date loro - non mancavano di alimentare. Isabella
seppe così che il mio corredo contava duecento camiciole, alcune delle
quali ricamate con oro e perle, che il tal vestito di tessuto con filigrana
d'oro ricamato con foglie e frutti in oro gemmato era costato ventimila
ducati, che i miei tocchi e cappelli erano ornati con pietre preziose. Storie
di donne. La lettera che più mi rallegrava era quella in cui la spia, dopo
aver descritto ancora una volta la mia toletta - «camora di velluto nero
con galloni d'oro e maniche nere, sul petto una gorgiera di linone con
passanti d'oro» - e lodato il modo in cui danzavo - «Madonna Lucrezia
ha ballato molto bene e assai armoniosamente con don Ferrante»
-, concludeva con questo elogio: «La figlia del sovrano pontefice è una dama
molto intelligente, avrete bisogno di una grande presenza di spirito davanti
a lei. Mi sembra davvero una persona notevole».
Povera Isabella, costretta a leggere le lodi della donna che più detestava
al mondo e che era diventata sua cognata!
...
Fra tutti gli intrattenimenti offerti in quei giorni, la serata organizzata
da Cesare nei suoi appartamenti per nostro padre e una numerosa e brillante
compagnia, rimase a lungo impressa nelle menti. Mio fratello aveva
invitato cinquanta illustri cortigiane di Roma, tra le quali si distinsero
Diana Cognati e sua figlia Imperia. La cena fu delle più raffinate, con
musica e intermezzi, e si protrasse fino a notte inoltrata; poi, le dame
danzarono con i servitori, togliendosi man mano orpelli, vestiti e camiciole
fino a restare nude, svelando, nell'armonia dei loro gesti, corpi dalle
proporzioni perfette, incarnati brillanti valorizzati dalla luce delle candele,
la bellezza di boccoli biondi o neri sciolti sulle spalle. Ci furono tantissimi
complimenti per tutte. Poi i servitori sistemarono i candelieri sul
pavimento, dove buttarono delle castagne che queste dame, camminando
carponi, dovevano raccogliere senza utilizzare le mani. Fu occasione
di risa e grida gioiose: alcune cortigiane le raccoglievano con i denti, altre
tra i seni o con tutt'altro sistema, era una meraviglia ammirare la loro ingegnosità
e grazia nei movimenti. Ben presto mi congedai, poiché era già
notte inoltrata. L'indomani mi raccontarono che i signori avevano organizzato
un concorso per chi sarebbe riuscito a onorare più volte le dame
e che i vincitori furono ricompensati con premi di valore.
Ci fu qualcuno che criticò aspramente quello che in seguito fu chiamato
“il ballo delle castagne” e che ne diffuse il racconto nelle corti italiane,
individuandovi un argomento per denunciare le orge che falsamente si
diceva fosse abitudine fare in Vaticano. Quando la voce arrivò ad Elisabetta
Gonzaga, duchessa di Urbino, ne rise con le dame, rispondendo a
coloro che le riportavano il fatto:
«Per la gente del nostro rango è lecito ciò che non lo è affatto per gli altri,
poiché noi non siamo sottoposti alla censura!».
Trovarono altri argomenti di critica quando assistetti alla monta di due
giumente. Stavo conversando con mio padre nella loggia che si affaccia
sul primo cortile del Palazzo apostolico, quando vedemmo entrare, proprio
nel cortile, due puledre e quattro stalloni portati senza morso né cavezza
da alcuni servitori. Gli stalloni si colpirono tra loro con i denti e gli
zoccoli, scalciando e nitrendo, per sottrarre agli altri le giumente, e le
montarono con foga, quasi fino a straziarle. Guardai con piacere e divertimento,
poiché non lo avevo mai visto prima, nonostante fosse una cosa
diffusa nelle stazioni di monta dei principi: gli scudieri di Francesco
Gonzaga erano famosi per lo spettacolo delle monte dei suoi superbi destrieri,
ai quali assistevano senza vergogna le dame, tanto è prepotentemente
bello il movimento di questi fieri animali nel furore e nella competizione.
Di nuovo si mormorò, di nuovo alzai le spalle.
Sicuramente cercavano un pretesto qualsiasi per presentarmi al duca di
Ferrara e a suo figlio come «la puttana Borgia» che Isabella d'Este diceva
fossi. Nessuno fraintese però l'intento, né mi considerò come tale solo
perché avevo assistito al ballo delle castagne o alla monta delle giumente.
Perfino mia cognata ne rise, sottolineando che allora anche la virtuosa
duchessa di Urbino poteva essere considerata alla mia stregua per aver
gradito la dedica del licenzioso - e quanto! - Trattato d'amore di Mario
Equicola, maestro di latino dei bambini Gonzaga.
Le lordure lanciatemi contro, sempre su istigazione dell'imperatore
Massimiliano e del doge, ebbero l'effetto inverso rispetto a quello che si
aspettavano i loro autori. Gli Este ebbero la misura del timore che incuteva
un'alleanza con la nostra famiglia; essa avrebbe accresciuto enormemente
la potenza di Ferrara davanti all'orgogliosa Serenissima, e fatto
progressivamente distaccare il ducato dall'impero, da cui dipendeva per
le città di Modena e Reggio. Ragion per cui il duca Ercole decise di tagliare
corto con gli intrighi e le pressioni esterne e far celebrare il matrimonio
la sera del 30 dicembre, perfino prima che fossero versati ai ferraresi
i ducati della mia dote.
Quella sera avevo scelto un abito di velluto cremisi, dalla scollatura gallonata
sotto la gorgiera di linone bianco a fili d'oro, ricamato con diamanti
e perle. Il tutto era completato da un mantello in broccato d'oro
foderato di ermellino e da una parure che avevo voluto semplice: al collo
indossavo solo un filo di perle con un pendente di smeraldo, mentre i
miei capelli, dalle diverse sfumature dell'oro, ondeggiavano liberamente,
trattenuti appena da un nastro di velluto nero. I miei cognati Ferrante e
Sigismondo vennero a prendermi a Santa Maria in Portico per condurmi
al Vaticano, entrambi mi tenevano la mano, mentre dei bambini vestiti di
verde e rosa reggevano lo strascico del mantello precedendo sedici dame
di compagnia e cinquanta nobili romani dai vestiti fastosi cosparsi con
ghirlande di mirto fermate da spille d'oro. In fondo cento paggi dalle livree
dorate sventolavano stendardi e bandiere con gli stemmi uniti degli
Este e dei Borgia. Alla fine di un tragitto spesso interrotto dagli auguri di
felicità della folla raggruppata a piazza San Pietro, arrivai sulla soglia del
Palazzo apostolico dove suonarono le buccine d'argento e le trombe. Mi
condussero nella sala delle feste. Il papa e Cesare mi aspettavano, insieme
a tredici cardinali e agli ambasciatori di tutti gli stati, eccetto il rappresentante
dell'imperatore. Toccava a Niccolò d'Este, vescovo di Adria,
accogliermi con una perorazione, tanto lunga e contorta da far apparire
su alcuni volti dei sorrisi, e che mio padre interruppe con un gesto. Assai
sconcertato, il vescovo fu così amabile da ridere di se stesso e, dopo aver
recuperato la gravità richiesta dalle circostanze, mi disse:
«Nobildonna Lucrezia, l'illustre don Alfonso d'Este vi invia con gradimento
questo anello nuziale, ve lo offro a suo nome».
«Lo accetto e ricevo per mia volontà».
A queste parole, don Ferrante prese la fede, che era poggiata su un vassoio
d'argento, e me la mise al dito. Poi, il notaio Beneimbene registrò
l'atto sul quale avevamo apposto le nostre parafe. Allora il cardinale Ippolito
ci venne incontro, splendido come non mai nella porpora che aveva
fatto sistemare a suo gusto con risvolti di foglie d'oro battuto, e i lunghi
capelli scuri raccolti con fermagli in avorio ornati di diamanti. Mi augurò,
a nome del duca Ercole, il benvenuto nella famiglia d'Este, felice, disse, di
mettermi a disposizione i gioielli di famiglia. Mentre parlava, il tesoriere
del duca appoggiò sulla credenza, dove stava il mio cesto di matrimonio,
uno scrigno di legno pregiato e argento dai lati dipinti con arte; il cardinale
Ippolito lo aprì e il tesoriere estrasse uno a uno collane, bracciali,
anelli, catene, spille che passarono di mano in mano in modo che si potessero
ammirare l'oriente delle perle, l'acqua dei diamanti, lo sfavillio dei
rubini, la brillantezza misteriosa degli smeraldi, la luce cupa degli zaffiri...
era una magia di luci e colori, e rimasi impressionata più dal lavoro di
incastonatura dei gioielli che dal valore delle pietre. C'era anche un berretto
in filo d'oro con sedici diamanti e altrettanti rubini disposti come rose,
circondate da centocinquanta perle, e quattro collane di pietre preziose
appartenute a donna Eleonora, defunta moglie del duca Ercole;
otto catene d'oro di mirabile fattura, i cui disegni erano stati fatti da Leonardo
da Vinci. Il cardinale Pallavicini mi sussurrò che avevano un valore di settantamila
ducati. Ero lusingata dalla munificenza del duca Ercole - anche
se non si trattava di un regalo -, ma il dono che più mi emozionò fra tutte
le stoffe pregiate, il vasellame d'argento e i gioielli che ricevetti, fu l'elegante
croce d'oro con cinque rubini incastonati offertami dalle mie inservienti
e dai servitori, assai onorati di potere gareggiare con nobili signori e
prelati: sapevo che il loro gesto veniva dal cuore.
Raggiungemmo la Sala del pappagallo, mio padre prese posto sullo
scranno pontificio, Cesare si mise alla sua sinistra insieme ai miei cognati
e io mi sedetti su un cuscino di velluto alla destra. Le mie dame ballarono
in coppia le moresche con apprezzamento di tutti, e poi mi unii a
loro per danzare con Catalina, la mia dama valenziana, di cui “il prete”
scrisse a Isabella d'Este: «Il papa pregò madonna Lucrezia di danzare
con una giovane dama di Valenza, cosa che fece in maniera assai seducente
e, nella foga delle figure, le sfuggirono i capelli dalla retina per
sciogliersi sulle spalle».
Alla fine, su suggerimento di nostro padre, Cesare mi invitò. Si prestò
ben volentieri, nonostante si mostrasse freddo nei miei confronti. Vidi
quanto era infelice. Non a causa mia, né del matrimonio, ma come se
portasse dentro sé la fatalità di un ineffabile abbandono. Soffrii per lui,
senza però tornare ad amarlo, ciò era impossibile.
Dopo le danze ci fu uno spettacolo teatrale, assai noioso, e poi un'egloga
che non fu da meno, e gli invitati presero congedo. Restammo soli con
i cardinali Borgia, Adriana, i fratelli e i cugini d'Este, e ci recammo in un
salone dove avevano preparato per noi una cena notturna. Mentre passavamo
sulla loggia che si affaccia su piazza San Pietro, ci fermammo per
guardare la folla festante che dava l'assalto a un castello di legno e carta
che racchiudeva una fontana dalla quale zampillava vino. La
gente era felice, rideva e scherzava, faceva fìnta di
combattere e finì per far cadere la
fortezza che, oltre alla fontana di vino, era zeppa di pollame arrosto e pane
caldo, che ognuno poteva mangiare a sazietà. Il tripudio generale mi
rallegrava, ma allo stesso tempo una sorta di malinconia mi sfiorava il
cuore. Me ne scordai durante la cena in cui assaggiammo, per la prima
volta, lamprede di Bisanzio aromatizzate alle noci, in cui ci furono serviti
paperi arrosto con melanzane fritte al cumino - i romani non conoscevano
molto questo frutto, assai diffuso invece nella regione di Valenza -
e quegli altri frutti chiamati pomi d'oro che arrivano dalle Indie occidentali.
Infine rientrai nei miei appartamenti, accompagnata da Cesare, don
Ferrante e il cardinale Ippolito, che avrebbero finito la serata da Diana
Cognati. Da scaltro cortigiano, “il prete” si guardava bene dall'informare
Isabella delle scappatelle dei fratelli; perfino il timido e devoto Sigismondo
faceva una corte tanto discreta quanto assidua a mia cugina Angela
Borgia.
...
L'indomani mi sveglia in preda a una terribile tristezza. Né le risa delle
dame, né gli spettacoli offerti durante il giorno, né la cena e il ballo della
sera riuscirono a dissipare la mia malinconia: ero attanagliata da improvvisi
timori che mi sforzavo di vincere, invano. I finanzieri di Ferrara e il
tesoriere del papa avevano appena iniziato a contare i ducati della dote, e
già discutevano: il duca Ercole esigeva scudi larghi (d'uso comune) e non
da camera (di uso interno), in quanto i primi sono più pesanti, e mio padre
intendeva pagare solo con i secondi, in circolazione presso la corte
pontificia, poiché non era stato precisato nulla su tale punto nel contratto
matrimoniale. Pensavo che queste discussioni avrebbero ritardato la
mia partenza, e all'irritazione si sommarono timori ingiustificati: Cesare
non avrebbe compiuto una delle sue imprese, la cui eventualità mi spaventava
tanto più che non ero in grado di prevederla con esattezza? Cosa
sarebbe stato dei miei figli, che sarebbero rimasti a Roma, affidati sì alle
cure di tutori ed educatori devoti, ma senza protezione, se mio fratello
avesse intrapreso una qualche azione nefasta nei loro confronti? E ancora,
come sarei stata accolta a Ferrara? Neanche la rappresentazione serale
dei Menaechmi riuscì a distrarmi da quei foschi pensieri, al pari del
balletto in cui un nume in piedi sulla cima di un albero guidava le evoluzioni
dei ballerini legati a lui con dei nastri colorati, senza che questi si
aggrovigliassero una sola volta.
Il primo gennaio 1501, i tredici rioni della Città mandarono in piazza
San Pietro i loro rappresentanti pettinati all'antica e con un bastone
bianco, alla testa di duemila fanti armati che stavano intorno a tredici
carri, su ognuno dei quali avevano sistemato la statua e gli emblemi del
proprio quartiere, in sontuose allegorie. Il popolo lanciava grida di giubilo
alla comparsa di ogni gruppo, ne commentava la fastosità e la
disposizione, ed era davvero un bello spettacolo, che guardavamo dalla loggia
pontifìcia. Ma non mi strappò ai miei pensieri cupi. Avevo anche saputo
che i finanzieri si erano accordati sul pagamento della dote, che sarebbe
stato versato in scudi da camera, cosa che avrebbe ridotto i miei proventi
a Ferrara. Ciò che mio padre dava con una mano, la toglieva con l'altra
e, avvicinandosi la mia partenza, la tenerezza che un tempo mi aveva mostrato
mi sembrava troppo calcolata perché il mio cuore potesse contraccambiare.
Sempre attenta a mostrare un viso sorridente, sempre fingendo di divertirmi
molto durante i continui festeggiamenti - il 2 gennaio Cesare si
esibì in una corsa di tori in cui, tra le ovazioni della folla, ebbe facilmente
la meglio su due magnifiche bestie -, non cessavo un attimo di importunare
mio padre perché affrettasse i tempi della partenza per Ferrara, e
ciò mi valse ulteriormente l'amicizia dei miei cognati e dei futuri sudditi,
mentre a Roma si mormorava che non amavo più la Città. Ma era il Vaticano
che ormai odiavo insieme ai suoi abitanti, e che avrei temuto fino a
quando non ne fossi uscita.
Finalmente mio padre mi fece sapere che la data della partenza era fissata
per il 6 gennaio. C'erano state altre difficoltà con i ferraresi quando,
contando i ducati della dote, avevano trovato alcune monete arrugginite
e perfino qualcuna falsa. Protestai stizzita contro tali malversazioni, alle
quali mio padre rispose regalandomi una collana di zaffiri... Paventavo
un nuovo ritardo, ignorando che il duca Ercole aveva dato ordine che il
mio ingresso nella sua città avvenisse il 28 gennaio, e sarebbe stato seguito
da dieci giorni di carnevale fino al mercoledì delle Ceneri.
Qualche giorno prima di Natale, Adriana era venuta a chiedermi di
portarla con me a Ferrara. La sua richiesta mi aveva sorpresa in quanto
ciò l'avrebbe allontanata dalla famiglia e soprattutto dalla nipotina Laura,
ma con gli occhi pieni di lacrime mi confessò che non riusciva a trovare
consolazione per la morte del figlio Orsino, e che la bella Giulia le
consentiva raramente di andarla a trovare e non le affidava mai la bambina.
Avrebbe quindi preferito restare al mio fianco. Ne fui commossa e
sollecitai mio padre ad autorizzarla a unirsi al corteo nuziale. La sua prima
reazione fu un rifiuto categorico: se la cugina fosse partita, al Vaticano
non sarebbe rimasta alcuna donna capace di gestire i ricevimenti e organizzare
feste e balli. Io non desistetti, tormentandolo al punto che finì
per dare il suo consenso. Da quel momento, Adriana sembrò rinascere, si
occupò febbrilmente dei preparativi per la partenza e, sempre mostrando
una nostalgia di convenienza, ritrovò brio e sorrisi. Insieme a lei, mi
avrebbero accompagnata le cugine Geronima e Angela Borgia, la servitrice
mora Caterinella, le dame di compagnie e amiche Catalina da Valenza
e Nicola da Siena. Passai quasi tutta la giornata del 5 gennaio con il
piccolo Rodrigo. La sera il cielo si coprì di nuvole basse di un bianco latteo,
portate dal vento.
...
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...
FINE Parte 2.